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Morti di fatica

di Stefano
Galieni

C’è un elenco macabro di cui poco si tiene conto. Ad ogni estate, da tanti anni ormai, soprattutto quando il caldo comincia a divenire insopportabile, muoiono lavoratori e lavoratrici nei campi, dimenticati in pochi trafiletti. Un tempo erano le donne del Sud a pagare il costo più alto di una fatica immensa, dall’alba al tramonto, per pochi spiccioli e spesso subendo anche gli abusi di padroni e caporali. Da oltre trent’anni il loro posto è stato preso soprattutto da immigrati. Rendono di più, sono maggiormente ricattabili con la minaccia di leggi che ne penalizzano la permanenza sul territorio nazionale, hanno salari più bassi e dormono dove possono: edifici abbandonati e spesso costruiti con materiale nocivo, ghetti messi in piedi alla bene e meglio, se va bene in tendopoli realizzate per sopperire a qualche tragedia. Pomodori, angurie, frutta e verdura di ogni tipo, nei campi come nel caldo umido e asfissiante delle serre, a contatto senza protezione con pesticidi, schiena china e pagamento, nei fatti a cottimo, più raccogli più vieni pagato. A gestire le filiere sono soprattutto le grandi catene di distribuzione – tanto è che gran parte dei prodotti raccolti finiscono nel Nord Europa – e che pagano ai proprietari terrieri un prezzo basso per la frutta che diviene pretesto per pagare al nero e in maniera indegna il bracciantato. Una filiera che vede da sempre in posizione strategica la figura del “caporale” procuratore di manodopera che lucra sul lavoro altrui e ha spesso il potere di determinare a chi spetta il lavoro, a cui fa pagare il trasporto negli appezzamenti, l’acqua, il poco cibo, in una organizzazione sovente para schiavista della catena di comando. Sui campi si muore di fatica, come è successo nei giorni scorsi a Camara Fantamadi, originario del Mali, residente ad Eboli, 27 anni che se ne era andato a raccogliere frutta nelle campagne del brindisino per 6 euro all’ora. Con la temperatura di 40 gradi il corpo non ha retto alla fatica. Erano quasi le 6 del pomeriggio, quando tornando nel posto in cui dormiva, pedalando sulla provinciale, ha avvertito un malore, è sceso, si è accasciato e il suo cuore ha smesso di battere. Un giovane sano, racconta il fratello, difficile accettare l’idea che un infarto se lo sia portato via.

Difficile ma reale, negli anni passati, organizzazioni di provata esperienza come MSf e Medu (Medici per i Diritti Umani) hanno compiuto ispezioni e inchieste nel mondo dell’agricoltura, soprattutto nel Meridione. I risultati che entrambe le indagini hanno messo nero su bianco sono sconfortanti. La sommatoria di fatica, esposizione al calore, vita in condizioni di miseria, assenza di accesso sufficiente a fonti idriche e scarsità di assistenza sanitaria, fanno si che dopo pochi anni di lavoro, una persona di venti anni si ritrovi con un fisico di quaranta. Schiena, mani, occhi, cuore, sono sottoposti ad un sovraccarico di fatica che mette a repentaglio la salute e spesso la sopravvivenza. Camara si poteva salvare se le leggi fossero state rispettate. In alcuni Comuni pugliesi, come Brindisi, da tempo è in vigore una norma che vieta il lavoro nei campi nelle ore più calde – dalle 12.00 alle 16.00 – ora tale divieto è stato imposto su base regionale dal presidente Emiliano ma sarà rispettato? Il controllo in pratica non esiste, secondo un rapporto relativo al 2020 dell’Ispettorato del lavoro, nonostante la pandemia e la diminuzione dei lavoratori impiegati, sono stati realizzati 1.167 accertamenti che hanno riguardato 1.068 lavoratori. Non solo le irregolarità hanno riguardato il 60% delle aziende ispezionate (+5% rispetto al 2019), ma in totale si è riusciti a compiere interventi unicamente nell’1,5% delle aziende esistenti, praticamente nulla. Questo perché l’organico dell’ispettorato è largamente insufficiente e anche le promesse di assunzione di nuovi organici, fatte recentemente dal ministro Orlando andranno a malapena a coprire il turn over.

Nel febbraio scorso l’associazione ambientalista Terra ha realizzato un interessante rapporto “E(U)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale. Italia, Spagna, Grecia”, che racconta lo sfruttamento del lavoro in agricoltura a livello continentale. Il capitolo relativo all’Italia è particolarmente interessante perché, focalizza la debolezza generale di controlli nelle filiere, “nel 2020, l’anno dell’emergenza sanitaria, per paura che nessuno potesse coltivare i campi e che il cibo non arrivasse più sulle tavole, l’Europa – spiega il rapporto – ha dovuto aprire gli occhi davanti a quei lavoratori agricoli prima invisibili. Si è scoperto così che la maggior parte dei braccianti sono stranieri, spesso senza documenti e senza contratto regolare. La legge “Bellanova” del giugno scorso, si è dimostrata, come abbiamo già scritta, un fallimento. Solo il 13% le domande di emersione dal lavoro nero, rispetto all’intero numero delle domande presentate riguardava il lavoro agricolo – i datori di lavoro non erano disponibili a regolarizzare – e di queste, poche centinaia quelle ad oggi passate al vaglio. Il rapporto di Terra ha preso in esame tre zone produttive: la Piana di Sele, in Campania, nel salernitano, l’Agro-pontino (l’area nota come “Paludi pontine”) in Lazio, nella provincia di Latina e il foggiano, in Puglia, la provincia agricola più estesa d’ Italia (500mila ettari di superficie agricola utilizzata). Negli ultimi due anni, in seguito anche ai tagli imposti dai “decreti Salvini”, ad essere impiegati nei campi sono stati molti ospiti dei centri di accoglienza, incentivando la pratica del “lavoro grigio”. Imprenditore e lavoratore per modo di dire si accordano: il primo propone e impone di fatto al secondo il lavoro per tutto l’anno ma non registra più di 180 giornate lavorative (per non essere obbligato a contrattualizzarlo). In questa maniera il lavoratore può ottenere, se ha i documenti, disoccupazione e ammortizzatori sociali. In realtà lavora tutto l’anno ma i giorni in eccesso gli vengono pagati in nero.

Ma questi sono i più “fortunati”, per la maggior parte continua a vigere il sistema del caporalato. La legge 199/2016 messa in campo per contrastare il fenomeno e che introduce responsabilità penali tanto per gli imprenditori quanto per i caporali, ha solo parzialmente funzionato. Dal punto repressivo ha permesso di avviare alcuni processi ma dal punto di vista strettamente preventivo, in assenza come già si diceva, di un adeguato sistema di controlli, si è rivelata insufficiente. Tante sono infatti le modalità con cui contemporaneamente si sfrutta chi lavora e la collettività: dalle imprese fittizie che inseriscono negli elenchi agricoli persone che non lavorano, presentano denunce all’Inps e ottengono sussidi – soprattutto autoctoni – e che poi fanno lavorare immigrati al loro posto, a quelle riguardanti le persone a cui è stata rifiutato l’asilo o la protezione umanitaria, che sono stati cacciati dai centri d’accoglienza, che vivono nei ghetti non potendo essere rimpatriati e che diventano quelli più facilmente ricattabili.

Da ultimo, al triste elenco di quelli come Camara che muoiono di fatica – altri casi ci sono stati nei giorni scorsi ma non hanno trovato rilevanza – riprende lo stillicidio di chi perde la vita nel trasporto verso i campi, spesso su furgoni malconci, chi viene colpito da atti di razzismo, chi come Soumalia Sacko, ormai dimenticato, è stato ucciso perché rubava una lamiera per la propria baracca. Storie tragiche e dimenticate che sovente non incontrano un sindacato capace di farsi carico dei lavoratori. Quasi assente il mondo confederale, insufficiente e frastagliato il sindacalismo di base e auto organizzato, serve qualcosa di più e di più incisivo per portare all’attenzione della politica e del Paese la vita di coloro il cui lavoro è fondamentale e dimenticato.

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