Cinque anni fa The Guardian pubblicava sul suo sito un articolo di David Shariatmadari intitolato “Come la Finlandia avvia la sua lotta contro le fake news nelle scuole primarie” in cui descriveva come nel Paese scandinavo è stato messo in opera un programma scolastico che a partire dalle primarie intende fornire strumenti ai cittadini per difendersi da disinformazione, misinformazione e malinformazione. Tre categorie preferibili al termine fake-news che viene considerato fuorviante in quanto impreciso e limitativo: . la misinformazione, o informazione erronea; la disinformazione, o informazione deliberatamente ingannevole, e la malinformazione, il “pettegolezzo” che può anche essere corretto dal punto di vista fattuale ma che si esprime in modalità scorrette e dannose per la formazione di un’opinione consapevole.
Le parole di Karl Kivinen, preside di un istituto secondario a Helsinsky, con un curriculum piuttosto ricco in campo scolastico vengono riportate spesso nell’articolo. Ad esempio egli afferma “”L’obiettivo è diventare cittadini ed elettori attivi e responsabili. Pensare in modo critico, verificare i fatti, interpretare e valutare tutte le informazioni che si ricevono, ovunque esse si presentino, è fondamentale. Ne abbiamo fatto una parte fondamentale del nostro insegnamento, in tutte le materie.”
E infatti l’articolo puntualizza che è dal 2016 che l’alfabetizzazione informatica multipiattaforma e “un forte pensiero critico” sono diventati una componente fondamentale e interdisciplinare del curriculum nazionale finlandese.
Il programma, è gestito da un comitato composto da 30 membri tra cui i rappresentantii di ministeri governativi, delle organizzazioni di assistenza sociale, dei servizi di polizia, intelligence e sicurezza, e negli anni ha formato migliaia di dipendenti pubblici, giornalisti, insegnanti e bibliotecari.
Shariatmadari ricostruisce come il “programma fa parte di una strategia unica e ampia ideata dal governo finlandese dopo il 2014, quando il Paese fu preso di mira per la prima volta dalle fake news del suo vicino russo e il governo si rese conto di essere entrato nell’era del post-fatto.”
Nell’era del post-fatto (o post-verità), termine che l’Oxford English Dictionary ha eletto “parola dell’anno” nel 2016, i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali, spesso amplificati dai social media e dalla personalizzazione degli algoritmi che creano “bolle” informative, generando una realtà soggettiva e frammentata dove la manipolazione può diventare di massa. Le caratteristiche principali di questo assetto sono così generalmente intese: il primato dell’emozione (Le narrazioni emotive e le convinzioni personali tendono a prevalere sui fatti scientifici o verificabili); la profilazione e personalizzazione della comunicazione (bolle socio-informative che isolano le persone nelle loro convinzioni); la falsità dei fatti diventa difficile da individuare; la difficoltà a distinguere tra informazione attendibile e non mina la fiducia nelle fonti tradizionali.
“La maggior parte delle campagne, amplificate da siti di notizie e account di social media finlandesi favorevoli all’estrema destra, alla nazione e “alternativi“[corsivo di chi scrive], si concentrano sull’attacco all’UE, evidenziando le questioni relative all’immigrazione e cercando di influenzare il dibattito sulla piena adesione della Finlandia alla NATO.”
Dopo aver ricordato che la Finlandia ha dichiarato l’indipendenza dalla Russia nel 1917, si citano queste affermazioni di Jussi Toivanen, responsabile della comunicazione dell’ufficio del Primo Ministro, siamo “in prima linea in una guerra dell’informazione online che ha subito una notevole accelerazione da quando Mosca ha annesso la Crimea e sostenuto i ribelli nell’Ucraina orientale”.
La seconda metà dell’interessante articolo prosegue occupandosi della necessità di insegnare i principi di valutazione critica dell’informazione ai giovani e ai giovanissimi.
Va detto che in un passo dell’articolo, accanto all’azione del vicino ex-sovietico, tra i fattori di pericolo per l’informazione vengono citate anche le concentrazioni di potere mediatico per così dire “neutre” e cioè Google e facebook.
I lettori sono invitati a leggere l’articolo nell sua interezza: contiene parecchia informazione a scapito di una tendenziosità di fondo che per chi scrive è evidente. Sono assenti le considerazioni di contesto, salvo il fatto che la Finlandia si rese indipendente dall’impero dello zar nel 1917 1 e parimenti è assente una valutazione relativa ai soggetti, ai loro moventi e alle loro intenzionalità, ovvero è assente il piano della politica.
E davvero è difficile dirimere il piano della comunicazione da quello della politica, tanto che l’impressione che si ricava dalla lettura dell’articolo è che l’aggressione esterna venga utilizzata da un orientamento politico particolare per istituzionalizzarsi e per autodefinirsi custode e arbitro della democrazia, del sistema politico-sociale. A quel punto il virtuoso impegno del governo finlandese scopre un lato di ambiguità e di contraddizione nei suoi stessi termini perché è evidente che qualsiasi comunicazione va esplorata criticamente anche la informazione che intende combattere disinformazione. misinformazione e malinformazione.
Viene da interrogarsi sul fatto che non si faccia mai riferimento al diritto all’informazione senza connotativi come se esso debba essere sospeso, ridotto o governato a causa dell’esistenza di un’era post-fatto e di avversari che utilizzano forme di propaganda occulta.
A cinque anni di distanza l’articolo del The Guardian , è stato in gran parte citato su valigiablu.it da Angelo Romano in un pezzo dal titolo “Difendersi dalla propaganda e dalla disinformazione russa: il modello Finlandia”. Anche in questo caso vale l’invito a dargli almeno una scorsa.
Cinque anni non sono passati invano e il discorso è molto più esplicito, a partire dal titolo. D’altronde questo sito adotta un metodo di presentazione degli scritti piuttosto particolare: il flusso delle righe viene interrotto non da titoli di paragrafo ma da link ad altri articoli della medesima testata che, nel caso specifico recitano:
Putin ha già scatenato la ‘guerra’ contro l’Europa e La libertà di parola seguito da la guerra ibrida russa e le istituzioni democratiche. Gli articoli a cui questi link rimandano contengono ulteriori rimandi dello stesso tono e si ha l’impressione di trovarsi a un concerto.
Per tornare a “Difendersi dalla propaganda e dalla disinformazione russa: il modello Finlandia” quello che viene sottolineato è che tutti i paesi europei dovrebbero seguire l’esempio finlandese, ciascuno con le sue caratteristiche.
Le dichiarazioni di esperti italiani che arricchiscono l’articolo sembrano inclini a affrontarlo sul piano della formazione e dei suoi finanziamenti e non appaiono particolarmente ingaggiati nel considerarlo uno strumento di difesa civile, di mobilitazione. Comunque vengono preceduti da un preciso riferimento al “politologo Anton Shekhovtsov, che nel suo ultimo libro Russian Political Warfare: Essays on Kremlin Propaganda in Europe and the Neighbourhood, 2020-2023 affronta le tattiche della guerra politica-informativa russa in Europa. Secondo Shekhovtsov, il Cremlino ha cercato di perseguire obiettivi strategici e tattici attraverso la propaganda, la disinformazione, il sostegno a movimenti politici, la strumentalizzazione di conflitti religiosi o culturali, la corruzione di élite politiche e l’erosione delle istituzioni democratiche con l’obiettivo di destabilizzare l’avversario e rafforzare politicamente la Russia a livello globale.
Uno dei cardini di questa strategia consiste nel creare vulnerabilità interne, delegittimando le istituzioni, polarizzando la società, erodendo il consenso verso gli stessi sistemi democratici. L’obiettivo non è convincere rispetto alla narrazione portata avanti dalla propaganda ma creare caos, fare in modo che sia sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Manipolare i fatti presenti e le ricostruzioni del passato assolve a questa funzione.”
Eppure, senza equidistanze, mai che si facciano altri esempi: armi di distruzione di massa, stati canaglia, gasdotti NorthStream, e, se non fosse vergognosamente squallido a fronte di quelle tragedie nemmeno le nipoti di Mubarak. E a proposito di riscrittura della storia, che dire dell’equiparazione nazismo-comunismo, o del patto Molotov-von Ribbentrop come causa della seconda guerra mondiale, o dell’esaltazione del nazista Bandera con la sua partecipazione entusiasta al genocidio degli ebrei. Che dire di Ventotene luogo di villeggiatura, dei bravi ragazzi in camicia nera che davano una mano ai tedeschi a liberare l’Italia dagli ebrei. E, infine, dove è finita la regina delle disinformazioni, quell’accusa infamante di antisemitismo rivolta a chiunque alzi la voce contro le politiche genocidiarie di Netanyhau e che è a rischio di diventare legge nella UE?
Ce n’è a sufficienza per comprendere come si attribuisca con scandalo all’avversario metodi con i quali si ha perfetta dimestichezza o a cui si ambisce che possano essere usati oltre ogni decenza. Forse ci si sente in ritardo, deboli, certo ci si sente in guerra e la si vuole imporre ai propri sudditi. E fa paura la possibilità che un movimento politico, una rivendicazione religiosa o un impegno culturale (e un’opinione, lo stiamo vedendo accadere) possano essere delegittimati fino alla criminalizzazione in quanto filo-russi. Fa paura tanto quanto il plebiscitarismo e l’ordine reazionario delle destre.
Mai è stato tanto vero che la prima vittima di una guerra è la verità, sia su un fronte che sull’altro. E il dolersi per lo scetticismo popolare come fa il professore finlandese che dice “Non vogliamo che si finisca per pensare che tutti mentono. ” suona piuttosto farisaico.
Di fronte al sequestro delle verità che segue alla istituzionalizzazione dei governi e alla militarizzazione dell’informazione che segue la decisione incostituzionale di considerarsi in guerra, è necessario battersi per un diritto all’informazione e alla comunicazione in cui pluralismo e libertà di pensiero, di organizzazione e di espressione siano salvaguardate. Occorre lottare assieme perché l’epoca della post-verità ritrovi i suoi fatti e le loro giuste interpretazioni.
Giancarlo Scotoni
- Il 6 dicembre 1917 la Finlandia ottenne l’indipendenza, seguita da una guerra civile terminata con la sconfitta dei “Rossi” filo-bolscevichi da parte dei filo-conservatori “Bianchi” sostenuti dall’Impero tedesco.[↩]
