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Manuele Crisolora

di Marino
Calcinari

Gli Erotemata (“Domande”) sono un testo di grammatica greca con cui Manuele Crisolora, dal 1397 ambasciatore bizantino in Italia, – che fu protagonista del riavvicinamento culturale, religioso, storico tra Roma e Costantinopoli prima della sommersione turca,- riuscì ad avvicinare l’ umanesimo delle corti italiane alla conoscenza della cultura e della complessa situazione politica che aggravava la già precaria situazione della città sul Bosforo. E in quel difficile contesto egli si provò a far ripartire un dialogo tra le due più antiche culture della Cristianità romana orientale ed occidentale.

Il ricordo del grande intellettuale bizantino è oggi rintracciabile nella Cattedrale di Santa Maria della Natività che sorge sul confine svizzero tedesco a due passi dalle acque del lago di Costanza .

Tra queste fredde e lisce mura di pietra grigia di Erfurt la sua presenza è palpabile e si capta il disagio che il sacerdote filologo dovette provare quando cercò di esporre le sue ragioni teologiche e cristologiche prima di venire isolato (ed ignorato) dal gretto politicismo della burocrazia arcivescovile romana. Venuta a reprimere ogni manifestazione di rinnovamento dottrinale in terra boema, e germanica.

Il Concilio che elesse papa Martino V ( e che avrebbe, tra le altre decisioni. assunta quella di condannare al rogo Jan Hus) si svolse ANCHE tra le mura di questa chiesa. Ventitre cardinali e trenta rappresentanti delle cinque principali nazioni europee entrarono in conclave per eleggere il nuovo papa, Ottone della famiglia dei Colonna che fu eletto il 22 aprile 1418. Ma in un quadro di grande confusione, religiosa e politica, che minava l’ autorità del Papa di Roma, i movimenti dei Lollardi seguaci di Wycliff che respingeva la gerarchia, il celibato, l’ indulgenza, l’ eucarestia, ed anche, soprattutto il movimento degli Ussiti -Jan Hus fu bruciato a Praga nel 1415. il bacillo della critica ai dogmi, il libero pensiero, mettevano radici e guadagnavano ascolti e proselitismo.

Oggi quella chiesa ospita anche il sepolcro del vescovo Otto III von Hachberg e custodisce le ossa di un vescovo istriano, San Pelagio, vittima della persecuzione di Numeriano.

Le reliquie furono importate a Costanza nella metà (o nella seconda metà) del IX secolo al tempo del vescovato di Salomone, forse allora fu anche costruita la cella episcopale della collegiata dei canonici, che venne corredata con le reliquie del santo.

Le reliquie (oggi non più conservate in questa sede ), secondo i risultati delle attuali ricerche erano però probabilmente i resti di anonimi santi rinvenuti nelle catacombe romane. Il retroterra della traslazione viene spiegata in alcuni documenti che risalgono ai tempi del secondo Concilio di Nicea del 787. La risoluzione presa allora, tra le altre, prevedeva che sotto ogni altare avrebbe dovuto esserci la reliquia di un santo. Per la sede episcopale avere un proprio santo era insomma questione di prestigio. Con Pelagio la diocesi di Costanza acquisiva così il primo santo “di casa”, le cui reliquie divennero subito oggetto di pellegrinaggio.

Nel X secolo il culto di Pelagio inoltre crebbe, poiché gli venivano attribuiti numerosi miracoli. Negli Scriptorium delle Abbazie di San Gallo e di Reichenau, furono redatti numerosi testi sulla vita di questo santo pellegrino e predicatore.

Crisolora, sincero ammiratore dell’ epoca classica ed estimatore della grandezza della Città Eterna, compose anche una “Utriusque Urbis laudatio” ( in greco SYNKRISIS, confronto) per elogiare, anche forzando i termini di paragone, le due città,Roma e Costantinopoli, separate da uno scisma religioso da oltre quattro secoli e ancor piu’ divise da una reciproca diffidenza che aveva origine dalla violenza perpetrata dai “crociati” nel 1204, quando la stessa Santa Sofia subì lo sfregio del saccheggio e la spoliazione di ogni reliquia.

Il Crisolora è un intellettuale che assume nella sua persona piu’ qualità, e versatili inclinazioni: grammatico, filosofo, traduttore, che cerca con le lettere, la grammatica, la poesia, la didattica, la possibile strada del riavvicinamento tra le due capitali della cristianità per fare fronte contro il comune pericolo della Mezzaluna Turca.

Cosi egli incontrò, sul suo cammino, personalità, uomini politici, fratelli e sorelle di fede indefettibile, raccolse fondi da inviare a casa, fece conoscere ai romani e non solo ad essi, un aspetto diverso da quello stereotipato che ancora in Italia si coltivava nei confronti dei “bizantini”, conobbe e si confrontò col Filelfo, con Coluccio Salutati, Guarino Veronese e con quest’ ultimo che gli sarebbe stato amico e segretario, affidò infine gli Erotemata per una piu’ corretta traduzione in italiano.

Ma la politica veniva prima di tutto ed egli che si era impegnato ad unire le due Roma si adoperò per stabilire e stringere vincoli intellettuali, simpatie presso le corti italiane , per rinnovare la politica, per riunire quelle due civiltà, separate dai tempi delle reciproche scomuniche e sopraffazioni.

Forse non credeva all’ unità politica delle due chiese e non ne ignorava il disordine, sin dai tempi di Eusebio e Costantino, ed il cui esito sarebbe maturato a Costanza, come i suoi occhi potevano ben vedere, ma si spendeva perché almeno i popoli riprendessero a dialogare ed a riconoscere, attraverso la cultura e la comune fede, l’ importanza di un legame millenario che aveva mantenuto affinità e contatti, anche nei tempi delle più aspre reciproche scomuniche, che a lui ora parevano anacronistiche.

La cultura antichistica che egli esalta è dunque proiettata nel futuro, per questo scopo e con chiarezza, brevità, semplicità egli utilizza un linguaggio moderno, per i tempi di allora, e forse rifacendosi all’ “Encomio di Roma” di Elio Aristide, egli potè scrivere indimenticabili pagine, straordinarie ed ammirevoli, di pura elegia che – nonostante i ruderi e le macerie disseminate all’ interno e fuori l’ ampio perimetro delle Mura aureliane, – esaltano la Roma dei Papi e di riflesso la Costantinopoli dei Paleologhi. Ma lo dice con franchezza:

“ Anche Roma ha subito la stessa sorte.. di diventare miniera e cava di pietra per se stessa, e come si dice, di questo universo tutto intero, di trarre nutrimento da se stessa consumando le proprie risorse. Ovunque si puo’ dire, mostra il suo degrado. Ma d’ altra parte rivela, nelle stesse rovine e nei cumuli di macerie, il suo primitivo splendore e la grandezza e la bellezza dei suoi edifici.” L’ anno è il 1411, Guarino Veronese fu certamente il primo ad esprimere un parere sui quel testo, così diverso dal precedente. .Egli aveva già scritto numerosi testi scolastici, che impressero un nuovo indirizzo all’insegnamento liberale: una grammatica greca, le Regulae per l’insegnamento della grammatica latina, commenti a classici.

Fu amico di Antonio Beccadelli detto il Panormita, di cui lodò l’Ermafrodito. In polemica con Poggio, per compiacere Lionello d’Este, scrisse in difesa di Giulio Cesare, partecipando così alla disputa umanistica circa la maggior gloria di Cesare o di Scipione. a Costantinopoli regnava Manuele II Paleologo, il papa di Roma era allora Giovanni XXIII.

“A me qui pare di trovarmi nella nostra città e questo può risultare non poco gradito ad un uomo che ama moltissimo la sua patria e si trova lontano da casa. Credo infatti che nessuna figlia abbia rivelato mai una somiglianza così perfetta con la madre come Costantinopoli con Roma. ”

Oggi sul lungolago di Costanza fa bella mostra di sé la statua di Imperia, realizzata nel 1993 da Peter Lenk : alta 10 metri, pesa 18 tonnellate e poggia su un piedistallo che ruota sul proprio asse ogni tre minuti. Essa rappresenta una figura femminile che regge nelle mani due uomini. I due uomini sono l’imperatore Sigismondo (che indisse il concilio) e papa Martino V (che venne eletto papa durante il concilio), totalmente nudi e vestiti solo della corona e della tiara, i simboli del loro potere. “Qui circolano più puttane che cardinali” , diceva il popolino, non aveva tutti i torti, per la cronaca il Grande Scisma d’Occidente si concluse solo con il Concilio che si tenne in quella località e durò quattro anni (1414-18), e che ratificò prima la deposizione di Giovanni XXIII e Benedetto XIII, poi l’abdicazione di Gregorio XII e infine l’elezione di un nuovo pontefice che riportò la sede a Roma nel 1417. Martino V, al secolo Ottone Colonna, concluse il Concilio con la promulgazione dei Decreti Generali per la riforma della Chiesa degli schemi dei Concordati con le nazioni, resistendo ai reiterati inviti di Sigismondo perché si stabilisse in una città tedesca e respingendo i solleciti francesi per un ritorno ad Avignone, il 16 maggio 1418 Roma ritornava ad essere la sede del Papa.

Manuele Crisolora era morto il 15 settembre 1415.

Nello stesso anno il 6 luglio era stato arso sul rogo il riformatore boemo Jan Hus. Chissà se il Pontefice attuale, su questa vicenda, potesse spendere una parola

Marino Calcinari

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