Brevi considerazioni a margine di un articolo di Franco Ferrari –
Concordo con Franco Ferrari quando nell’incipit del suo corposo articolo afferma che “è ormai avviata, di fatto, la discussione relativa agli schieramenti che si presenteranno alle elezioni politiche del 2027”. Solo che non è certamente cominciata nel modo migliore. Non c’è dubbio che le recenti elezioni regionali, malgrado siano terminate con un salomonico 3 a 3 (mi sia concesso di tralasciare il dato della Val d’Aosta) tra lo schieramento di governo e quello d’opposizione, abbiano ridato un poco di fiato a quest’ultimo. Ma si tratta di un fiato corto e che rischia di venire del tutto sprecato nella contrapposizione delle ipotesi su chi, tra Schlein e Conte, dovrà assumere la guida della coalizione. Che, peraltro, va costruita dalle fondamenta, ovvero a cominciare dal programma e non certo dal nome. Se “campo largo” evoca suggestioni “georgiche”, nel senso virgiliano del termine, ed è sicuramente del tutto disadatto ad esprimere un qualche contenuto a cui l’eventuale elettore possa aggrapparsi, peggio ancora si presenta la trovata di uno dei coordinatori di Avs di nominare lo schieramento “Alleanza per l’Italia” – con l’inevitabile quanto comica conseguenza di avere come acronimo AI – facendo sparire ogni seppure timida allusione a una sinistra per quanto moderata. Dal canto loro i 5Stelle si dichiarano ad horas non interessati a un confronto programmatico con le altre componenti della ipotetica coalizione, in sostanza con il Pd, preferendo posticiparlo a dopo l’estate e concentrandosi nel frattempo sulla definizione di un proprio profilo identitario. Insomma non solo siamo in alto mare, ma si sta virando nella direzione sbagliata rispetto a un indispensabile punto di approdo.
D’altro canto tutto questo entusiasmo dell’opposizione per l’esito complessivo della tornata elettorale regionale dell’anno in corso va decisamente ridimensionato. Non solo perché la traduzione di un voto amministrativo, anche se già più politicizzato a livello regionale rispetto a quello locale, è solo una pia illusione già sconfessata dall’esperienza. Ma soprattutto se si considera che il vero vincitore è stato l’astensionismo. Solo nelle Marche si è superato, peraltro appena di un decimale la metà dei votanti tra gli aventi diritto al voto. Nelle altre regioni l’arretramento sia rispetto alle regionali del 2020 che alle politiche del 2022 è stato assai consistente. La maggioranza dei cittadini è estranea alla competizione elettorale. E Ferrari lo sottolinea fornendo le esatte dimensioni quantitative di questo crollo. Pensare di recuperare semplicemente contando sul fatto che si possa creare una contrapposizione bipolare in occasione delle prossime elezioni politiche, tale da stimolare in quanto tale l’interesse dei cittadini trascinandoli alle urne, significa perpetuare una sottovalutazione della crisi della politica politicienne, fenomeno peraltro che non riguarda solo il nostro paese.
L’astensionismo non può essere affrontato con alchimie elettorali o solo sul terreno della semplificazione dello scontro politico – anzi queste sono tra le cause dell’incremento della non partecipazione al voto – ma sul terreno della qualità della offerta e della proposta politica e sui modi con cui viene portata a conoscenza delle persone. Le due cose vanno tenute insieme. Non basta elaborare un buon programma per riconquistare la fiducia delle persone quando la distanza tra queste e i soggetti politici è così ampia e così penetrata nel senso comune da costituire di per sé una barriera.
Giustamente alcuni commentatori, e Ferrari tra questi, ma purtroppo troppo pochi e finora praticamente ininfluenti, hanno richiamato l’attenzione su come è stata condotta la campagna elettorale che ha portato al successo Zhoran Mamdani a New York e alla ripresa di consensi alla Linke in Germania, caduta tanto in basso da essere data quasi per morta. Bisogna fare esattamente quello che non si fa. Ossia non fermarsi ai mass media e neppure ai social, ma cercare il rapporto diretto, tramite un contatto personale con le persone sulla base di un’analisi dei territori che permetta di individuare i punti di più elevato astensionismo e disinteresse per la politica “ufficiale”, per cominciare da questi a stabilire delle relazioni per quanto all’inizio possano anche essere conflittuali o comunque difficili. E’ evidente che la crisi della politica ha comportato quella della militanza. L’insediamento sociale, anche dei partiti che si pensano ancora di massa, è venuto meno. Quindi è più difficile oggi mettere in pratica quanto sto consigliando di fare.
Ma, a maggior ragione, se la militanza è assai più scarsa di un tempo, bisognerebbe essere in grado di utilizzarla bene. E’ quantomeno inutile, se non depressivo, convocare manifestazioni di strada che per lo scarso coinvolgimento della popolazione non lasciano alcun segno dietro a sé, se non soddisfare – e neppure troppo – il senso identitario dei militanti che le animano. Tanto per fare un esempio: in una città come Roma manifestazioni di 5 o 10 mila persone, come abbiamo visto frequentemente, non incidono minimamente, anche se poi si cerca di moltiplicare sulla carta i numeri delle presenze. Invece la stessa quantità di persone, se proiettate dentro i territori, indirizzate verso obiettivi individuabili tramite un lavoro di inchiesta, a sua volta alimentato dall’azione, potrebbero condurre, tramite la ricerca di un contatto personale non lasciato al caso, efficaci campagne su specifici obiettivi, magari non troppi e tutti in una volta sola, e allo stesso tempo arricchire l’inchiesta, costruire una mappatura sociale e politica del territorio, fare sentire una vicinanza umana senza la quale qualsiasi programma politico rinsecchisce e nello stesso tempo ascoltare le ragioni che muovono all’astensionismo e al disprezzo della politica così come viene esercitata. E giungere così a manifestazioni di strada con larga partecipazione. E’ esattamente il contrario del populismo odierno, per cui si abbassa il messaggio politico al livello espresso dai sondaggi, che a loro volta esprimono di conseguenza una richiesta sempre più indotta e condizionata dal corto circuito comunicativo che così si viene a creare
Tuttavia esiste e persiste una sinistra diffusa che si anima non solo nelle grandi occasioni. In queste ultime settimane abbiamo conosciuto uno straordinario movimento, composto soprattutto di giovani, trascinato dalla ripulsa morale – prima ancora che politica – verso il genocidio in corso a Gaza. Questo ha permesso di vedere le piazze e le strade riempirsi, con una presenza di popolo e non solo di militanti richiamati in servizio. La pratica della “convergenza” e dell’intersezionalità (che dobbiamo al movimento femminista e che meriterebbe una riflessione ben più ampia che non è possibile fare qui) sono stati e sono fattori preziosi per evitare che uno scontro preventivo sulle piattaforme frammentasse le iniziative di lotta.
Ma non possiamo pensare che la tensione si mantenga a quei livelli o addirittura in crescita se non viene alimentata da un rapporto costante con chi anima quelle manifestazioni. Inevitabilmente i movimenti hanno un andamento carsico. Ma ogni momento di esplosione della loro iniziativa può determinare una crescita delle coscienze e spostare nella società forze favorevoli a un cambiamento radicale. Anche se gli obiettivi di quelle lotte non vengono raggiunti in un tempo breve. Lo abbiamo visto nel passato: da noi con il movimento di Genova o, nel mondo intero, con quella straordinaria manifestazione globale contro la guerra in Iraq del febbraio del 2003. Non fermarono il G8 o la guerra, ma sedimentarono nuova consapevolezza, che in buona parte è ritornata in campo oggi per Gaza, congiungendosi con la rivolta giovanile. Ma non c’è nessun algoritmo che garantisca che questa sedimentazione si coaguli in una ricerca di alternativa e di trasformazione, o anche in una coerente e intransigente difesa della democrazia Può anche rifluire o disperdersi nella pura rabbia e disperazione.
Del resto sarebbe sbagliato scambiare la partecipazione alle elezioni come l’unico modo per tenere vivo un sistema democratico. Come pure pensare che un radicalismo produca di per sé una corsa alle urne, anche nel caso che vi siano forze politiche che ad esso esplicitamente si richiamano. Gli insuccessi elettorali della sinistra di alternativa o di trasformazione, come la si voglia chiamare, sono sotto i nostri occhi e Ferrari giustamente quanto impietosamente non li nasconde. “Piazze piene e urne vuote” è un detto ormai antico. Solo che ora la situazione da questo punto di vista è assai più drammatica rispetto al tempo in cui quelle parole sono state pronunciate come un monito cui non si è mai dato il giusto seguito.
La difesa del sistema democratico così come disegnato dalla nostra Costituzione, la cui integrale implementazione è ancora in grave difetto di realizzazione, è certamente indispensabile contro destre che declinano verso forme fascistoidi di governo, che non si limitano a stravolgere il senso della Costituzione, ma puntano a cambiarne anche le regole scritte. Ma questa difesa non credo sia sufficiente a reggere l’urto contro queste destre. Infatti la distanza crescente tra Costituzione formale e costituzione materiale del paese non si può ridurre e tantomeno invertire se restiamo solamente sul terreno della pur indispensabile difesa della prima. Non intendo riproporre quella che è diventata una inerte verità, quasi una litania, cioè la necessità di parlare delle condizioni materiali di vita delle persone. Guai a non farlo. Ma la difesa dell’ordine costituzionale democratico non può esaurirsi da un lato nella salvaguardia degli articoli della carta Costituzionale e dall’altro dal potenziamento del conflitto sociale. Sperando poi che tra l’una e l’altra cosa si stabilisca un contatto, una convergenza, invocando – anche qui, si badi bene, giustamente ma insufficientemente – il combinato disposto dell’articolo uno e dell’articolo tre dei “principi fondamentali” della Carta.
Il passo in avanti che va fatto deve essere sul terreno della democrazia diretta e non solo su quella delegata, al fine di esercitare quella “sovranità che appartiene al popolo … nelle forme e nei limiti della Costituzione” (come recita l’articolo uno, secondo comma), per mettere i cittadini nelle condizioni di potere decidere (vedi referendum) e di costruire degli arricchimenti e articolazioni stabili nell’ordine democratico del nostro paese (le “casematte” si potrebbe dire con una reminiscenza gramsciana).
Ora siamo praticamente alle porte di un nuovo referendum costituzionale, quello contro la “controriforma” Nordio. Che la separazione delle carriere dei magistrati centri poco è evidente, dal momento che su questo era intervenuta già la legislazione precedente, limitandone la possibilità, che infatti è stata esercitata da un numero minimo di magistrati e per una sola volta nelle loro carriere. Le sliding doors sono un’invenzione della propaganda governativa. Ma i discendenti da Licio Gelli, via Silvio Berlusconi, hanno in mente altro: l’aggressione alla indipendenza della magistratura, quindi all’equilibrio dei poteri su cui si fonda persino uno stato liberale. Non sarà semplice farlo intendere a livello di massa, ma questa è la posta in gioco.
Questo è il primo e più urgente passaggio che dobbiamo compiere. Dall’esito di quel referendum, senza quorum come sappiamo, dipende l’accelerazione del disegno reazionario o una sua brusca battuta d’arresto. La destra ha squadernato tutte le sue intenzioni per rovesciare l’ordine democratico e l’unità stessa del paese. Come non era difficile prevedere la sentenza della Corte costituzionale che ha smontato alcuni pezzi della legge Calderoli e nel contempo ha impedito la convocazione di un referendum interamente soppressivo, non aveva né la forza né l’intenzione di bloccare per davvero l’autonomia differenziata. Questa va avanti, proprio in questi giorni, nella forma delle pre-intese che Calderoli ha stretto con quattro regioni del Nord. La secessione dei ricchi prosegue e anche nella legge di bilancio sono state infilate norme sui Lep che spianano la strada a quel progetto facendosi beffa dei presunti paletti della Consulta.
Quindi, in una data che il governo vorrebbe tanto prossima da scavalcare persino la tempistica prevista dalle leggi vigenti in materia, nonché la prassi fin qui seguita nella convocazione dei referendum, si condurrà uno scontro se non decisivo, certamente determinante per gli assetti istituzionali e per come si svolgerà il successivo scontro politico. Nell’ipotesi peggiore, cioè la conferma della controriforma, la destra procederà a tambur battente per una legge elettorale con ampio premio di maggioranza e per il premierato. Le due cose si tengono, come è noto. Differiscono però i tempi di approvazione, visto che la seconda assume necessariamente la forma di una legge di modifica costituzionale. Il fatto che la destra le metta in campo entrambe – non rinunciando per ora ad abbandonare la carta del premierato, come qualcuno (vedi Alimonte) ha autorevolmente consigliato di fare alla Meloni – potrebbe tutto sommato essere un vantaggio per chi vi si oppone, perché in questo modo l’insieme del progetto reazionario risulta più evidente e più facile da spiegare per le sue conseguenze sulle condizioni di vita materiali delle persone.
In ogni caso, in particolare se il governo supererà lo scoglio del referendum sulla controriforma della giustizia, ci troveremo di fronte alla proposta di un’ennesima legge elettorale. Il dibattito su questa questione sta assumendo toni e contorni paradossali. Anche qui mi pare che dall’opposizione si sia cominciato male. E’ sicuramente vero – ce lo indicano anche le proiezioni di autorevoli centri studi – che se le forze di opposizione non compiono un nuovo harakiri di lettiana memoria, una parte consistente di collegi uninominali cambierebbero destinazione. Da qui la volontà della destra di muoversi su un finto proporzionale, stravolto da un premio di maggioranza che renderebbe esplicito, con dimensioni ampliate, ciò che in realtà è già implicito nell’attuale sciagurato Rosatellum, specialmente se peggiorato da una tattica elettorale praticata in modo del tutto insipiente.
Ma come si fa ad ergersi in difesa dell’attuale sistema, i cui vizi di incostituzionalità sono evidenti? Eppure questo emerge dalle recenti dichiarazioni dei dirigenti del Pd. Dire che la legge viene cambiata perché fa comodo ad una delle parti in gioco è pura ipocrisia, non solo perché così ha fatto anche il centrosinistra, come un apprendista stregone, ma perché si evita di avanzare la proposta di una legge elettorale effettivamente proporzionale, quindi senza alcun premio di maggioranza e con la possibilità di esprimere almeno due preferenze, una per genere, privilegiando la rappresentanza sulla governabilità, lasciando che siano le intese nel parlamento così eletto a decidere del governo e mantenendo inalterati i poteri che la Costituzione conferisce al Presidente della Repubblica in un simile delicato passaggio.
Questa dovrebbe essere una bandiera fondamentale per una forza democratica. Non è possibile dire che si vuole difendere la Costituzione, tantomeno stringere un Patto, e allo stesso tempo flirtare con una legge elettorale anticostituzionale. Se la legge elettorale che piace alle destre sarà inevitabile – non potendo bloccarla in Parlamento visti i rapporti di forza – bisognerà attrezzarsi ad attivare un ricorso preventivo da parte dei cittadini davanti ai giudici, prima della sua applicazione, come è avvenuto con l’Italicum di Renzi, che infatti venne bocciato dalla Consulta nel 2017 prima ancora del suo uso nelle elezioni politiche.
Avendo davanti questo quadro aperto ad esiti contradditori, definire una strategia puntuale per le elezioni del 2027, su cui Ferrari ci chiede di discutere, è quantomeno difficile. Lo si può fare, pagando il prezzo di un inevitabile schematismo. E non mi sottraggo a questo limite. Partiamo pure dal presupposto che comunque vada ci troveremo con ogni probabilità di fronte un sistema elettorale dotato di una forte spinta coalizionale. La domanda è dunque – per andare al sodo –: cosa deve fare la sinistra di alternativa o di trasformazione che dir si voglia? Da un lato deve lavorare per creare le condizioni affinchè non si apra la strada per una nuova vittoria delle destre che determinerebbe un quadro ancora peggiore dell’attuale. Dall’altro deve evitare – questo mi sembra il punto maggiormente in discussione – di considerare l’appuntamento elettorale come occasione di semplice manifestazione della propria identità. Se il risultato prevedibile dovesse confermare le percentuali ottenute nel 2018 e nel 2022 (cioè, come riporta Ferrari, l’1,13% e l’1,43%) o addirittura un loro peggioramento, anche come effetto di una maggiore attrattività del Pd dovuta all’eventuale consolidamento della segreteria Schlein, sarebbe del tutto depressivo per le sorti della costruzione di un nuovo soggetto della sinistra caratterizzato da un progetto di trasformazione della società.
In questo caso sarebbe meglio la non presentazione elettorale di una sinistra di alternativa, sostituita da un’indicazione di voto contro le destre, che non avrebbe alcun carattere di ambiguità se accompagnato da una forte contrapposizione all’astensionismo corroborato da una lotta per la difesa della Costituzione e l’ampliamento di tutte le forme di democrazia diretta, ivi compresa dei luoghi di aggregazione e di produzione culturale e politica (come i centri sociali o le fabbriche occupate per fare solo degli esempi). Nello stesso tempo se una sinistra di alternativa fosse in grado di avviare un confronto culturale e politico capace di definire alcune linee essenziali della propria identità, avrebbe anche la capacità di influenzare il dibattito interno alla sinistra moderata, senza bisogno di fare parte di una coalizione di cui, allo stato delle cose, appare difficile immaginare uno spostamento dell’asse verso una prospettiva di trasformazione del complesso della società. La Schlein si è finora mossa sul terreno del botta e risposta contro le destre da un lato e dall’altro sulla necessità di costruire alleanze con i 5Stelle e Avs. Ma siamo molto lontani da un processo di positiva revisione delle posizioni passate e di costruzione di un discorso alternativo agli assetti di fondo della società. Lo si vede sulla cruciale questione della guerra e del riarmo, qui e nel Parlamento europeo. La ripresa di un percorso conflittuale e di un’apertura ad associazioni sociali da parte della Cgil – però sempre con una barriera eretta nei confronti dei sindacati di base – sono segnali positivi e che vanno coltivati, ma ancora troppo deboli per influenzare il quadro politico.
Quindi è meglio tenere distinte, ma non incomunicabili, le due questioni: quella del cosa fare nelle prossime elezioni politiche e quella della costruzione di un nuovo soggetto politico dell’alternativa. Dalle urne non nascono di per sé soggetti politici, è più probabile che invece ne conoscano la fine. I processi di costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra non può avere tempi e ritmi delle scadenze elettorali. Allo stesso tempo abbiamo visto che l’opposizione sociale, peraltro densa di pensiero alternativo, può svilupparsi anche senza una guida politica già delineata, per quanto necessaria Le riflessioni condotte da Rodrigo Nunes nel suo recente libro Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, sono molto interessanti e utili. Non credo che sia realistico pensare che per le prossime elezioni politiche un simile soggetto politico sarà pronto. Una parte delle forze che si richiamano a una sinistra diversa, come Avs pur tra mille contraddizioni e debolezze, è comunque prigioniera di una logica coalizionale che non si ferma alla tappa elettorale ma viene teorizzata come prospettiva di lungo periodo.
Tuttavia è possibile contemporaneamente procedere nella definizione di un profilo e un programma alternativo che abbia come prospettiva la costruzione di un soggetto politico, dotato di congrua massa critica e allo stesso tempo di capacità di interloquire ed influenzare il dibattito interno alla sinistra moderata. Non nel chiuso di incontri para accademici, ma con la presenza costante nei movimenti reali. A partire dal tema della lotta per la pace, contro il sistema di guerra che sta cambiando luoghi, istituzioni e modalità della governance a livello internazionale, e, quindi, a quelli nazionali, dando vita a nuove forme di potere del finanzcapitalismo. L’incompatibilità tra questo capitalismo e la democrazia non è una novità improvvisa, ma ora si sta manifestando nella forma più acuta e feroce. La conversione autoritaria dei sistemi di governo è un dato generalizzato. La lotta in difesa della democrazia e del suo allargamento assume perciò una dimensione conflittuale e trasformativa che ci riporta con la memoria a tempi passati, mentre ha caratteri effettivi modernissimi. Lo spostamento ingente di risorse pubbliche sulla corsa al riarmo, taglia ulteriori rami di un già ampiamente potato albero del welfare state, restringendo le possibilità di un reddito di cittadinanza universalizzato. Mentre le differenze reddituali e di status fra chi sta in cima alla piramide sociale e la grande maggioranza si allargano sempre più, per cui la lotta per l’aumento retributivo e quella per la difesa dell’occupazione torna ad assumere il suo pieno significato di lotta di classe. Se su questo intreccio di questioni si muovesse la ricerca, l’inchiesta e l’esercizio della lotta sociale si potrebbero creare le condizioni per un nuovo soggetto della sinistra capace non solo di concorrere alle elezioni come perno organizzativo e progettuale di uno schieramento di alternativa, ma di puntare alla trasformazione del paese, di cui la conquista del governo è solo uno degli aspetti, per quanto importante lo si voglia considerare.
Alfonso Gianni