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L’OLP in Italia, il futuro parte da una alleanza – Dichiarazione Congiunta OLP-PRC

di Stefano
Galieni

Nei giorni scorsi, una delegazione di alto profilo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e Rifondazione Comunista, hanno realizzato una serie di incontri comuni giungendo il 18 novembre, all’elaborazione di una dichiarazione congiunta di impegni, che pubblichiamo a parte. È però utile comprendere alcuni passaggi politici ed evidenziare alcuni momenti di particolare valore simbolico che hanno portato a questo testo che impegna fortemente le due organizzazioni. Alcuni presupposti sono necessari alla luce tanto della complessità politica del mondo palestinese che dei recenti avvenimenti. Due giorni fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato, con l’astensione di Cina e Russia, un testo che nei fatti ricalca buona parte del cosiddetto “Piano Trump”, con cui si è giunti ad un, altrettanto “cosiddetto” cessate il fuoco, a Gaza. Ci sono sottili differenze fra il testo del presidente Usa e quello approvato all’Onu. Nel secondo si fanno flebili e fumosi riferimenti alla nascita di uno Stato di Palestina che in un misero gioco delle parti ha fatto infuriare il governo israeliano, ma la sostanza resta quella di un piano coloniale, in cui i palestinesi non hanno avuto alcuna voce in capitolo, che non poteva che essere accettato se non come l’ennesima imposizione del più forte, ma che nulla ha a che fare con un reale processo di pace.
La visita dell’OLP in Italia giunge, dopo che il 4 giugno scorso una sua delegazione aveva ratificato una convergenza simile a Parigi con il Pcf, ponendosi il tema di riportare non solo le piazze ma anche la politica attiva alla realizzazione di una Alleanza Internazionale per la difesa dei diritti del Popolo Palestinese. Una sfida non facile. La grande propaganda messa in atto per silenziare quanto continua ad avvenire, tanto a Gaza che in Cisgiordania, ha ridotto, in queste ultime settimane, l’ampiezza delle mobilitazioni mentre i governi europei, in particolare quello di Italia e Germania, continuano a mantenere posizioni totalmente schiacciate sulle scelte del governo di Tel Aviv, senza mettere in discussione alcun cambio di paradigma, come se i 70 mila morti accertati – sono certamente molti di più- non fossero mai esistiti. Va, ad avviso di chi scrive, anche chiarita una ulteriore esplicazione della complessità di quanto si va tentando di costruire. Mentre nei territori occupati della Cisgiordania continua a svolgere un ruolo, seppur profondamente indebolito, l’Amministrazione Nazionale Palestinese, (ANP) e mentre aumentano in intensità, con una manifesta volontà di annessione totale, l’aggressione in Cisgiordania dei coloni armati spalleggiati dall’esercito israeliano, nel mondo palestinese si sta cercando di riunificare le numerose fazioni, divise da diverso orientamento politico, e anche con progettualità radicalmente distanti fra loro. Pochi mesi fa a Pechino, è stato firmato anche da movimenti politici che hanno ad oggi scelto di rimanere autonomi come Hamas o la Jihad Islamica, un documento comune che, con alcune sfumature, ricomprende il testo ratificato prima in Francia e poi in Italia. In tale contesto la scelta di reimporre il nome e il simbolo dell’OLP, nata nel 1964 e in cui, nonostante le lacerazioni profonde, si riconosce gran parte del popolo palestinese sia le persone che vivono in Cisgiordania e a Gaza, sia nelle infinite diaspore, prodotte dalla Nakba del 1948 in poi, rappresenta il forte tentativo, di fronte alla schiacciante strapotenza militare di Israele, Usa e parte dell’UE (Italia compresa), rappresenta un forte segnale politico.
La strategia su cui sta impostando il proprio futuro l’OLP è quella di ridivenire totalmente “organizzazione ombrello”, in cui coinvolgere tanto le componenti marxiste più radicali quanto quelle islamiste. Un lento ma importante lavoro di diplomazia che porta anche ad assumere posizioni molto più precise per delineare un futuro per la Palestina. Un futuro che, come emerge dalla dichiarazione congiunta, nasce dal passato, dall’idea di tornare ad uno stato palestinese entro i territori del 1967 e che abbia Gerusalemme est come propria capitale. L’ attuazione di tale progetto, perfettamente in linea con gran parte delle risoluzioni Onu approvate nei decenni passati è ad oggi inaccettabile soprattutto per Israele. Prevederebbe lo smantellamento delle colonie illegali, (settlement) presenti in Cisgiordania che hanno realizzato l’apartheid separando le diverse città palestinesi, prevederebbe la garanzia di una continuità territoriale con Gaza e con Gerusalemme, il diritto al ritorno di tutte le persone espulse negli oltre 77 anni passati, la liberazione di tutti gli uomini, le donne e i minori ancora detenuti, per motivi politici, spesso in regime di detenzione amministrativa (senza processo) da Israele. E quello che affermano i dirigenti dell’OLP, in patria o nella diaspora, è un concetto tanto elementare quanto duro da far comprendere in un occidente dominato da colonialismo suprematista: “devono essere gli uomini e le donne palestinesi a decidere del proprio destino”. Ma del resto, senza dover giungere alle dichiarazioni delle componenti più estremiste del governo, è lo stesso Netanyahu ad affermare con chiarezza che non considera nemmeno ipotizzabile la nascita di uno Stato di Palestina, definendo chi ne riconosce l’esistenza come “sostenitore di Hamas”. La dichiarazione firmata il 18 novembre, non solo riconosce poi il diritto di resistenza all’occupante – tema che inquieta non poco le cancellerie di mezzo mondo anche se è considerata fondante nel diritto internazionale – ma interviene anche sulla necessità di una giustizia tanto riparatoria per chi ha subito il genocidio di questi ultimi due anni, la distruzione di villaggi, coltivazioni, il furto dell’acqua e quant’altro, ma anche per coloro che esercitando il diritto al ritorno, non troveranno più la propria casa, il proprio paese, non avrebbero insomma nulla. In uno scenario che non è semplificabile, anche se Israele mira a renderlo sempre più binario in una logica di perpetrazione e ampliamento del dominio coloniale – si veda il progetto di corridoio E1 con cui si dividerebbe in tre parti la Cisgiordania – senza scartare l’antica ipotesi biblica tornata in voga di estendere i confini dello Stato sionista occupando anche parti di altri paesi circostanti come Giordania, Libano, Siria. La costruzione di un’alleanza internazionale per la Palestina che veda al centro i partiti comunisti e della sinistra in Europa è una chiave per tornare a fare politica. Non casualmente, dell’ampia delegazione venuta in Italia era parte molto attiva Ahmed Al Tamini, dell’Esecutivo dell’OLP, segretario del Partito Comunista Palestinese, una delle 19 componenti ad oggi afferenti all’Organizzazione. Gli altri esponenti rappresentavano le figure più significative per comunicare in Europa la possibilità di ricostruire una tensione politica continuativa e non legata a momenti di particolare coinvolgimento emotivo come è capitato con il genocidio dei gazawi, con la Global Sumud Flotilla, ma in grado di mantenere il dibattito attorno ad una giusta proposta di pace nell’area. L’OLP si è rivolta a PCF e Rifondazione in quanto considerate come forze politiche che mantengono alta la tradizione di un rapporto col Mediterraneo e col mondo arabo, di apertura e di dialogo, in cui la solidarietà per chi è sottoposto ad una brutale e impunita occupazione si congiunge con l’interesse a ritrovare una stabilità nella regione che oggi è impensabile.
Ci saranno nei prossimi mesi altri incontri, a Rifondazione è stato chiesto di far vivere questa rinnovata alleanza nei territori, di coinvolgere accademici, personalità del mondo della cultura e della scienza, del diritto e del lavoro. E il partito ha risposto chiamando nell’evento conclusivo in cui si è esposta la dichiarazione, a Roma nella sede nazionale di Arci, che ha collaborato a gestire l’evento, le principali forze politiche di opposizione, i maggiori sindacati schierati accanto al popolo palestinese, le associazioni impegnate su tali tematiche e le personalità attualmente portatrici di una posizione chiara. Riportare tale questione sui territori sarà un importante compito politico a cui, come ha dichiarato il Segretario nazionale Maurizio Acerbo, il partito non intende sottrarsi ma di cui si considera totalmente investito.
La delegazione, che ha visto fra gli altri la presenza di Qassem Awad, Vice capo del Dipartimento dei diritti umani dell’OLP, reduce da oltre 11 anni di detenzione, l’anziano Rashid Munib Al Masri, capo del Palestinian Forum, partner del dipartimento diritti umani, nonché, a partire dalla presidente Heba Weshah, alcune dirigenti dell’Unione delle Donne Palestinesi, esuli a Cipro. Un grande supporto è stato poi garantito da quella che a tutti gli effetti riveste il ruolo di ambasciatrice della Palestina in Italia, Mona Abouamara. Un incarico che è cartina di tornasole dell’ipocrisia italiana che riconosce l’esistenza di una “Delegazione Generale Palestinese”, di suoi uffici che hanno caratteristica di rappresentanza diplomatica per uno Stato che non è riconosciuto.
Ma la presenza della delegazione dell’OLP in Italia ha assunto anche un carattere di forte valore simbolico. Alcuni dei componenti si sono voluti recare a Genova per ringraziare i lavoratori portuali e le associazioni che al grido di “blocchiamo tutto” per fermare l’esportazione di armi in Israele hanno dato il là alle grandi manifestazioni di settembre e ottobre. Nell’incontro, organizzato dal segretario regionale di Rifondazione Jacopo Ricciardi, hanno ricevuto un dono particolare a cui è stato dato alto valore simbolico. Le stampe di una foto, risalente al 25 aprile 1945 quando i partigiani e le partigiane di Genova, unica città in Italia che si è liberata senza l’intervento delle truppe alleate, ha fatto capitolare, firmando la resa, le armate naziste. “Ci sarà un 25 aprile anche per la Palestina – è stato detto loro e saremo insieme a festeggiarlo”. Nei giorni successivi, la delegazione è stato ricevuta prima nel paese di Cassinetta di Lugagnano, dove il sindaco ha riconosciuto lo Stato di Palestina, successivamente ha svolto incontri a Milano, confrontandosi con l’amministrazione della città che sembra intenzionata a proseguire nell’ipotesi di avallare il gemellaggio con Tel Aviv. A Roma, dopo un incontro con la segreteria di Rifondazione si è svolto un piccolo convegno nella sede dell’ambasciata palestinese, la mattina successiva una conferenza stampa presso la sede dell’FNSI e poi l’evento all’Arci a cui hanno partecipato, come si diceva prima, esponenti politici, del mondo sindacale, delle associazioni, della cultura.
Quella italiana è stata in definitiva una tappa importante per ricostruire quella sana interlocuzione fra l’OLP e le forze comuniste e di sinistra. Il percorso sarà lungo ma come dicono spesso amaramente i palestinesi, “sono decine di anni che noi ci poniamo l’obiettivo di venire considerati e rispettati come ogni altro popolo”. Sarà questione di tempo ma, insieme, ci riusciremo.

Stefano Galieni

Dichiarazione congiunta

Il 17 e 18 novembre 2025 si è tenuto, nella capitale italiana Roma, un incontro proficuo tra una delegazione di alto livello dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e la dirigenza del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea. Tale incontro rappresenta un’importante tappa, in questi tempi difficili, nel percorso di relazioni storiche che non si sono mai interrotte tra le due parti.
Il Partito Comunista Italiano, e successivamente il Partito della Rifondazione Comunista, hanno sempre considerato l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina un movimento fratello, meritevole di sostegno e solidarietà, sulla base della convinzione condivisa che una pace giusta potrà realizzarsi solo quando la bandiera palestinese sventolerà liberamente sopra Gerusalemme Est e la Moschea di al-Aqsa, capitale dello Stato di Palestina.
A partire dall’Accordo Sykes-Picot del 1916, che smembrò la geografia araba e pose le basi per la frammentazione della regione, passando per la Dichiarazione Balfour del 1917, che concesse ciò che non apparteneva a chi non ne aveva diritto, si è consolidata la struttura coloniale che ha preparato il terreno alla pulizia etnica del 1948 e all’instaurazione di un sistema di colonizzazione insediativa che continua ad espandersi ancora oggi. Questo progetto sionista, fondato sin dalle sue origini su basi coloniali e razziste, si è manifestato nelle sue forme più brutali negli ultimi due anni attraverso il genocidio nella Striscia di Gaza, l’espansione del sistema di apartheid nei Territori Palestinesi Occupati e la distruzione degli elementi essenziali alla vita e alla costruzione dello Stato di Palestina, in flagrante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tra cui le risoluzioni 242, 338, 2334 e la risoluzione 194 sul diritto al ritorno.
Le attuali circostanze internazionali hanno reso possibile il protrarsi di questi crimini grazie alla complicità attiva di alcuni governi occidentali, in particolare gli Stati Uniti e l’Unione Europea, oltre al silenzio complice di molti altri governi nel mondo.
A fronte di ciò, i popoli, le forze sociali, sindacali e operaie, e in particolare i partiti comunisti e di sinistra in Europa, hanno innalzato la loro voce non solo mediante solidarietà morale, ma attraverso posizioni politiche consapevoli e di sostegno alla lotta del popolo palestinese per la libertà e l’indipendenza.
Per questo motivo, le due parti lavorano oggi alla costruzione di un’alleanza stabile, almeno a livello europeo, tra il Partito della Rifondazione Comunista e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese in patria e in diaspora.
In questo contesto, le parti affermano che il rafforzamento e l’ampliamento di questa alleanza bilaterale costituiscono una componente essenziale del più ampio percorso internazionale guidato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, coronato dal lancio della Coalizione Internazionale per la Difesa dei Diritti del Popolo Palestinese e la Protezione del Diritto al Ritorno durante la conferenza tenutasi a Parigi il 4 giugno 2025 in collaborazione con il Partito Comunista Francese. Questa nuova alleanza con la sinistra europea rappresenta quindi un’estensione naturale della coalizione internazionale più ampia e un sostegno avanzato al ruolo centrale delle forze di sinistra europee nella lotta contro il colonialismo, l’apartheid e a favore dei diritti nazionali del popolo palestinese.
Le due parti ribadiscono che il popolo palestinese è l’unico soggetto legittimato a determinare il proprio destino, compreso il suo diritto inalienabile al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato indipendente sui suoi territori occupati dal 1967, con Gerusalemme Est come capitale, garantendo piena sovranità e continuità geografica tra Gerusalemme, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
Sulla base di quanto precede, il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si impegnano a:
1. Ampliare la coalizione internazionale coinvolgendo i partiti comunisti e di sinistra in Europa e nel mondo, per rafforzare il sostegno alla causa palestinese e combattere colonialismo e razzismo.
2. Intensificare gli sforzi per porre fine al genocidio e all’aggressione contro la Striscia di Gaza, definendo un percorso politico nel quale l’OLP e il popolo palestinese siano parte attiva e centrale.
3. Lavorare per porre fine all’occupazione militare israeliana di tutti i territori palestinesi occupati nel 1967, garantendo la restituzione della terra, delle risorse, delle falde acquifere e delle vie di comunicazione attualmente controllate dai coloni negli insediamenti illegali che costituiscono la base del sistema di apartheid.
4. Chiedere il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi, uomini, donne e bambini, e agire per impedire l’applicazione della legge sulla pena di morte approvata in prima lettura alla Knesset.
5. Garantire il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, in conformità con la risoluzione 194, e realizzare la giustizia storica e riparativa per loro e i loro discendenti.
6. Ribadire che Gerusalemme Est è la capitale dello Stato di Palestina, assicurandone la piena sovranità e ristabilendo la continuità geografica con Gaza e la Cisgiordania.
Le parti riaffermano il loro impegno a lavorare per la creazione di uno Stato palestinese indipendente, democratico e laico sui confini del 1967, che garantisca la fine di tutte le forme di colonialismo e apartheid e salvaguardi la libertà e la giustizia per tutti i popoli che vivono su questa terra.
Roma, 18 novembre 2025

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