L’Italia che corre… verso il baratro

di Sergio
Brenna

Com’era purtroppo temibile e prevedibile, gli slogan che illustrano i principi e gli obiettivi del “Decreto semplificazioni” sono assai più riassumibili nell’ultimo punto (Stato amico delle imprese) prima della enfatica ripetizione del primo (L’Italia semplice, l’Italia che corre!), che non nell’avvìo di una reale fase di green economy e di facilitazione e accelerazione della costruzione di contenuti e di modalità realizzative dei progetti di interesse pubblico più socialmente partecipati.

Basti pensare al punto 4 in cui si afferma che “Le opere e i cantieri non si bloccano. Le opere urgenti vanno completate anche in caso di ricorsi e contenziosi in Tribunale” in cui non sembra farsi distinzione fra i ricorsi e contenziosi fra le diverse imprese partecipanti alle gare d’appalto a tutela del proprio pur legittimo interesse aziendale, ma che non devono intralciare l’interesse pubblico alla realizzazione delle opere e i ricorsi di cittadini e associazioni che contestano proprio l’effettivo perseguimento dell’interesse pubblico da parte dell’opera.

Andrebbe invece risolto il perverso meccanismo giuridico dei ricorsi amministrativi in cui i cittadini per poter ricorrere devono dimostrare di essere portatori di un interesse legittimo motivato esclusivamente da un danno privato diretto, mentre è loro vietato costituirsi in giudizio a tutela del corretto perseguimento delle procedure di interesse pubblico.

Da questo punto di vista risulta quasi beffardo affermare che “la Pubblica amministrazione deve in una sola volta esporre tutte le ragioni che giustificano il non accoglimento delle richieste dei cittadini” se ciò dovesse significare per i cittadini ricorrenti una riduzione dei gradi di giudizio e della possibilità di ricorrere ulteriormente contro tale non accoglimento e altrettanto affermare che “la burocrazia non è a carico dei cittadini: nuovi costi e pratiche burocratiche vanno bilanciate, anche con detrazioni fiscali”. L’esperienza da me direttamente sperimentata in ricorsi contro trasformazioni urbane concordate tra amministrazioni pubbliche e privati è non solo quella di veder ripetutamente schierate le prime a difesa degli interessi dei secondi contro le obiezioni dei cittadini ricorrenti, ma che se questi non si vedono riconosciute non la fondatezza delle argomentazioni, ma l’interesse legittimo a portarle in giudizio, spesso i privati rinunciano all’indennizzo delle gravose spese legali a fronte dei lauti profitti da loro ottenibili, mentre i funzionari pubblici le pretendono interamente a fronte del rischio di danno erariale.

Altrettanto beffarda, quindi, appare l’affermazione “Funzionari pubblici: basta paura, conviene sbloccare. Più rischi per il funzionario che tiene fermi procedimenti e opere, non per quello che li sblocca (es. danno erariale). Stop alla “paura della firma”: i funzionari pubblici devono poter sbloccare lavori e opere (es. riforma abuso ufficio) “ tutto rivolto ad un’attuazione “spensierata” anziché al rispetto delle norme che tutelano l’interesse pubblico.

“Spensieratezza” attuativa che riappare nell’affermazione dell’obiettivo di interventi edilizi privati in cui sia “più semplice costruire e rigenerare. Demolizioni e ricostruzioni più semplici, procedure più veloci, senza maggior consumo di suolo Incentivi e riduzione del contributo da pagare al Comune per interventi di rigenerazione urbana”. Abbiamo avuto modo di verificare molto recentemente come ciò significhi sventramento di quartieri storici e sostituzioni con edifici dissonanti e che aumentano il numero di piani e quindi il peso insediativo; se ciò si accompagna poi alla riduzione dei contributi urbanizzativi con cui i Comuni debbono fornire i servizi pubblici, il disastro è apparecchiato completamente.

Da ultimo la “spinta agli investimenti green”  che si traduce tutta e solo non nel rigoroso adempimento delle procedure necessarie nel rigoroso rispetto dei tempi prescritti, ma in “dimezzamento dei tempi, autorizzazioni ambientali e bonifiche rapide, più semplici e più veloci”, insomma con verifiche fatte tanto per dire che le si è fatte e attuazioni fatte male. Anche qui però non mancherà un incentivo ai funzionari al lasciar fare, sollevandoli dalle responsabilità dei controlli fatti in fretta e male e una punizione per chi farà con scrupolo il proprio lavoro.

Come andranno a finire le “procedure semplici e veloci per i progetti collegati alle fonti rinnovabili” di cui abbiamo spesso avuto notizia nel corso di indagini della magistratura per truffe e accaparramenti milionari, lascio a voi immaginarlo.

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