Ho letto il libro di Giuseppe De Marzo con grande interesse per il tema affrontato ma anche come il frutto di un cammino condiviso: non soltanto un testo di riflessione sulla crisi climatica, ma una voce che nasce da anni di amicizia politica, di militanza e di confronto maturati nelle strade, nei presìdi e nei percorsi dei movimenti. Proprio questo legame con le pratiche nei movimenti rende la sua proposta più viva e credibile, perché unisce pensiero e pratica, analisi e esperienza vissuta.
Il valore più umano e politico del libro sta per me proprio nella relazione pluriennale con l’autore, costruita dentro i movimenti, quando il tema ecologico era ancora percepito come questione per pochi, quasi per un’elite. Abbiamo imparato insieme nelle lotte e nelle pratiche agite nel confronto e nella ricerca di azioni convergenti per la trasformazione.
La forza del libro sta anche nel fatto che non arriva da una distanza accademica, ma da una storia di impegno. Il rapporto tra l’autore e le tematiche trattate si è costruito nel tempo dentro le mobilitazioni e nelle battaglie sociali, e fa emergere con chiarezza come l’ecologia non sia mai stata per De Marzo un tema astratto o riservato a pochi, ma una questione concreta di giustizia, diritti e dignità. In questo senso, il libro porta dentro di sé il segno di una coerenza politica che si è formata camminando domandando come dicono gli zapatisti.
De Marzo mostra con convinzione che i movimenti sociali sono indispensabili per contrastare la tragedia climatica. Non sono un semplice appendice della politica, ma il luogo in cui nascono pratiche di resistenza di cui nutrirsi, forme di organizzazioni alternative capaci di mettere in crisi il modello dei dominanti. Il valore del libro sta proprio nel riconoscere che senza agire conflitto sociale non può esserci trasformazione ecologica.
Tra i passaggi più significativi emerge il valore dell’incontro di Santa Marta in Colombia , che resta tuttora valido anche dopo le recenti elezioni presidenziali, come momento di convergenza tra soggetti diversi per dare una risposta comune alla crisi ambientale e sociale. Da questo incontro trae maggior forza l’idea che attraversa tutto il libro: la trasformazione può darsi solo se si costruiscono con pazienza alleanze tra lotte diverse che agiscono pratiche coerenti anche quando si ricerca l’interlocuzione con partiti politici e rappresentanze istituzionali.
E’ da qui che la dimensione internazionale assume concretezza politica e si può parlare di rivoluzione.
L’autore, infatti, chiarisce che la rivoluzione di cui abbiamo bisogno non è un evento immediato da consumare nel presente, ma un processo lungo, fatto di occasioni di convergenza mondiale capaci di cambiare i comportamenti politici. Conta costruire legami, rafforzare reti, mettere in relazione esperienze locali e battaglie globali. La trasformazione, quindi, non è un’utopia astratta, ma un lavoro collettivo che richiede continuità, fiducia e visione a tutto tondo.
Un altro punto significativo che viene affrontato nel libro è l’invito a riconoscere e valorizzare ciò che viene dai movimenti, dando importanza alle pratiche di lotta e di resistenza. Le rivendicazioni dei popoli, delle comunità e dei territori non vanno considerate marginali: sono invece indicazioni politiche fondamentali per immaginare un altro mondo. In questa prospettiva, il conflitto sociale diventa anche produzione di conoscenza e proposta concreta.
Il libro sostiene con forza la necessità di fornire dati per affermare la giustizia climatica. Non basta evocare principi generali: servono elementi concreti che mostrino le responsabilità storiche, le disuguaglianze nei danni subiti e lo squilibrio tra chi ha causato maggiormente la crisi e chi ne paga le conseguenze. La giustizia climatica, così, non è uno slogan, ma una richiesta fondata su numeri, evidenze e diritti da poter esercitare da parte di tutte e tutti
Patrizia Sentinelli