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Le ferie arretrate e mai corrisposte

di Federico
Giusti

Andrea, 67 anni, da poco in pensione, 41 anni da tecnico comunale con la qualifica di geometra. Una vita tra cantieri e uffici, la data del suo pensionamento risale al 1° marzo 2026 ma l’ultima volta che è stato a lavoro risale a fine ottobre 2025. In questi 4 mesi Andrea ha recuperato buona parte delle ferie arretrate e delle ore eccedenti, sono rimasti in tutto una decina di giorni, il legale pensa non valga la pena di fare causa all’ente per quanto sia diritto del lavoratore rivendicare il pagamento delle spettanze dovute.

Andrea ha lasciato i suoi due colleghi in una situazione difficile, anzi quasi imbarazzante, per mesi hanno lavorato dieci ore al giorno dal lunedì al venerdì, terminato il budget degli straordinari sono passati alle eccedenze orarie. Ma come accaduto ad Andrea, anche i colleghi avrebbero altre ferie da smaltire, in tutto una quarantina di giorni a testa e almeno una settantina di eccedenze orarie pari ad altre due settimane. La sola speranza, magari per una intera estate in ferie, è legata a nuove assunzioni in ufficio per colmare i vuoti di organico determinati dai quasi 9 anni di blocco della contrattazione e delle assunzioni, quel blocco giudicato anticostituzionale ma rimasto al suo posto per ignavia della classe politica. 

Maria è in pensione da un anno, ex infermiera in ospedale ha vinto la causa risarcitoria intentata per il pagamento di 5 settimane di ferie arretrate. Maria ha deciso di rivendicare le spettanze dovute dopo avere scoperto una patologia invalidante derivante, ma starà a lei l’onere di dimostrarlo, dal lavoro svolto.

Vi abbiamo appena descritto due casi eloquenti di un’autentica contraddizione che intanto presenta elevati costi a carico della pubblica amministrazione: le cause degli ex dipendenti per rivendicare il pagamento delle ferie mai fatte per esigenze di servizio e per le croniche carenze di organico. La spesa è superiore a 3,2 milioni di euro a conferma che le stesse regole imposte alla PA (il mancato pagamento delle ferie) alla fine sono a dir poco contraddittorie, considerato il ricorso strutturale all’interinale in sanità, ai processi di esternalizzazione dei servizi, all’impoverimento del settore pubblico.
Chiunque abbia lavorato nella PA conosce il problema, centinaia di dipendenti in pensione senza prima aver smaltito le ferie arretrate. Negli ultimi tempi molti dirigenti, per scongiurare contestazioni di addebito della magistratura contabile, decidono di ricorrere alle ferie forzate senza occuparsi dei carichi di lavoro scaricati sui colleghi in servizio. E così operando si alimenta una sorta di odio intergenerazionale fuori da ogni considerazione logica, obiettiva e solidaristica. E poi, per far quadrare i conti, si fa per dire, i dirigenti hanno uno straordinario strumento a disposizione: le odiose pagelline, lo strumento ricattatorio con cui ottenere quello che a logica non dovrebbero neanche chiedere. Governo e Funzione Pubblica bene farebbero a non ignorare il problema se perfino la Corte dei conti, solo relativamente al servizio sanitario, parla di 50 mila giornate di ferie mancate.

Un’altra storia merita di essere raccontata, parliamo di una lettera pervenuta alla Cub Pubblico Impiego da parte di una lavoratrice della quale omettiamo le generalità.

“Ho scoperto solo ora, colpa mia non essermi informata in tempo, che lo Stato utilizza i contributi versati dai lavoratori (circa il 33% dello stipendio lordo) per finanziare attività e servizi identificabili con la pensione Inps. 

Se l’azienda desse ai lavoratori il 33% versato obbligatoriamente all’Inps, alcuni non avrebbero in vecchiaia la pensione ma altri potrebbero impiegare la cifra per acquistare titoli sicuri come Buoni Postali o del Tesoro, con una futura rendita considerevole.”

Dubitiamo fortemente che questa lavoratrice non sia stata indotta a un pensiero speculativo da chi, magari, vuole la divisione delle spese previdenziali e assistenziali. Tuttavia, la lavoratrice pensa ad una soluzione che poi va verso la privatizzazione della previdenza pubblica, è convinta di poter investire i soldi in termini proficui dimenticando la ricapitalizzazione Inps con cui la pensione pubblica erogata risulterà alla fine conveniente anche rispetto all’acquisto dei titoli di Stato.  Preoccupa e allarma la facilità con la quale si vorrebbe liquidare la previdenza pubblica pensando di affidare i versamenti datoriali alla speculazione finanziaria o ad operazioni di altro tipo, è un segnale eloquente della crescente sfiducia e svalorizzazione del pubblico in quanto tale, sia esso un servizio, un rapporto di lavoro o un trattamento infortunistico e previdenziale erogato.

Federico Giusti

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