Nei primi mesi del 1935, Palmiro Togliatti, che era stato chiamato a Mosca per lavorare al Comintern e in particolare contribuire alla preparazione del 7° Congresso, tenne una serie di lezioni ai militanti italiani che frequentavano la “Scuola Leninista Internazionale”. Si realizzò quello che venne chiamato come il “Corso sugli avversari”, contenente una serie di esposizioni dedicate soprattutto all’analisi del fascismo. Altre lezioni erano dedicate a tutte le principali correnti politiche di opposizione, da quelle moderate fino agli anarchici.
L’idea di assegnare a Togliatti questo compito fu di Giuseppe Berti, un dirigente comunista al quale era affidata la direzione della parte italiana della Scuola. Secondo la sua testimonianza questo Corso era necessario per superare l’eccessivo schematismo dato dalla direzione sovietica a tutto il percorso di studi che seguivano i militanti del PCI, destinati poi a rientrare in Italia nella clandestinità.
I resoconti delle lezioni sono stati parzialmente recuperati solo all’inizio degli anni ’70, quando l’Istituto di Marxismo-Leninismo del PCUS ne fece pervenire i testi allo storico comunista Ernesto Ragionieri, impegnato nella preparazione delle Opere di Togliatti. I resoconti di alcune lezioni sono stati poi ritrovati in momenti successivi. Si sa per certo che alcune di esse risultano mancanti.
La pubblicazione iniziale curata da Ragionieri dette risalto soprattutto a quelle dedicate al fascismo, in quanto ritenute le più stimolanti e tali da fornire elementi di analisi ancora valide in sede storiografica.
Successivamente lo storico Francesco M. Biscione, recentemente scomparso, ne ha curato una edizione completa abbondantemente annotata. Ora la casa editrice RedStar Press (268 pp., 24,00 euro), mette nuovamente a disposizione i testi, curati e introdotti da Luigi Saragnese, il quale ne sottolinea l’attualità. Scrive in proposito il curatore: “la lettura del Corso sugli avversari, novant’anni dopo, potrebbe apparire un mero esercizio di memoria storica (…), un documento di un’epoca ormai distante da noi, tali sono le differenze con la realtà contemporanea”. Al contrario, le lezioni possono risultare utili non solo per conoscere, alla vigilia della stagione dei fronti popolari, le coordinate dell’analisi critica dei comunisti italiani sulla genesi, la struttura e l’ideologia del fascismo, ma anche il retroterra dei giudizi sui partiti antifascisti italiani con i quali da alleati avrebbero poi combattuto la lotta di Liberazione. Esse, inoltre, possono costituire un’indicazione di metodo per indagare le radici materiali e culturali che stanno alla base dell’avanzata nell’Europa odierna di partiti e movimenti che riecheggiano e, più o meno esplicitamente, si richiamano all’esperienza e alla cultura del fascismo e del nazismo”.
Fino a che punto, in relazione a queste forze politiche, si possa parlare ancora di “fascismo” è tema ampiamente discusso tra gli studiosi. Steven Forti, ad esempio, pensa sia necessario trovare una nuova definizione che consenta di cogliere appieno gli elementi di novità (“estrema destra 2.0”), mentre altri, come Enzo Traverso, parlano esplicitamente di ritorno del fascismo. Per altro, lo stesso Togliatti tra i consigli affidati alle lezioni solleciterà a non usare indiscriminatamente il termine “fascismo”.
Per questo era ritenuto necessario concordare con una esatta definizione del fenomeno. Il dirigente comunista italiano adottava quella che ne aveva dato il Comintern, nella versione ufficializzata da Stalin, secondo la quale “il fascismo è una dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario”. Se si applica questa formula sintetica all’oggi si può dire che non siamo ancora in una condizione di “direzione terrorista aperta” (anche se elementi in tal senso si intravedono nella politica internazionale di Trump), ma Togliatti la riequilibra e completa introducendo il tema del “regime reazionario di massa”.
Il fascismo viene quindi interpretato non esclusivamente dal lato della violenza e della repressione, che colpisce soprattutto i comunisti, ma soprattutto nella capacità di costruire forme di consenso che permettono di legare a sé, in forma passiva o di adesione esplicita, grandi masse. Tutta l’analisi togliattiana del partito fascista, dei sindacati, del Dopolavoro e di altri strumenti organizzativi hanno l’obbiettivo di mettere in luce questo secondo aspetto del regime.
Se si confrontano gli elementi fondamentali dell’analisi contenuta nelle Lezioni si possono rilevare analogie con l’oggi ma anche differenze rilevanti e non solo legate al grado di utilizzo delle forme repressive. Del fascismo italiano vengono messi in evidenza due elementi: il tentativo di mobilitazione delle masse e le idee di modernizzazione capitalistica.
Se si dovesse tentare un paragone con l’oggi si dovrebbe rilevare come entrambi questi elementi risultano assenti nell’azione della destra di derivazione neofascista italiana. D’altra parte il fascismo mussoliniano interveniva in una fase storica caratterizzata dall’entrata in campo delle grandi masse che erano stato immesse nella politica attraverso la guerra, mentre oggi siamo per molti versi in un sistema di smobilitazione e di spoliticizzazione come fondamento del predominio delle classi dominanti. Anche per quanto riguarda un eventuale progetto modernizzatore del capitalismo (Togliatti non interpreta il fascismo come pura “arretratezza”) difficile coglierne il profilo nelle politiche del governo Meloni. Si può dire che Fratelli d’Italia si ponga come principale gestore politico della “stagnazione italiana”.
Ci sono quindi differenze che risalgono ai mutamenti avvenuti nel capitalismo e più in generale nella sfera sociale e politica, ma anche alcuni elementi centrali che sono condivisi dalle destre emergenti a partire dal nazionalismo esasperato, oltre che da un altrettanto acceso anticomunismo.
Credo però che l’analisi togliattiana sia attuale se la si coglie non tanto per i singoli elementi di analisi, quanto per le indicazioni complessive di metodo da cui deriva un modo di intendere l’azione politica da parte di una forza di cambiamento sociale che aspiri ad avere dimensioni di massa. Come scrive giustamente Saragnese, del fascismo e delle sue organizzazioni Togliatti “indaga soprattutto i caratteri contraddittori e conflittuali, per individuare i varchi che si aprono al lavoro politico”.
Da questo punto di vista, l’importanza delle “Lezioni”, come è stato rilevato da altri storici, consiste anche nell’essere indicative di concezioni che saranno alla base della costruzione del “partito nuovo” a partire dalla fase finale della seconda guerra mondiale.
Già nella prima lezione, Togliatti presenta un principio che poi resterà un cardine del suo modo di interpretare la realtà e di derivarne una strategia politica: “quando si sbaglia nell’analisi si sbaglia anche nell’orientamento politico”.
Questo intreccio fondamentale tra analisi e “linea politica” presuppone innanzitutto la capacità di sviluppare un’analisi adeguata, ma anche di non slegare mai l’analisi dalla capacità di cogliere tutti gli elementi utili a sviluppare una prassi politica trasformatrice: i “varchi” di cui parla Saragnese.
Provando a sintetizzare il “metodo” togliattiano mi pare che si possano enucleare tre elementi. Il primo è il nesso necessario tra mutamenti della situazione politica e sociale con l’evoluzione strutturale del capitalismo. Per questo Togliatti sottolinea il rapporto fondamentale tra fascismo e imperialismo concepito secondo la nota definizione leninista in cui diventa decisivo il punto relativo alla “fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base del capitale finanziario, di una oligarchia finanziaria”. Il riferimento alla base materiale e sociale del capitalismo, dei suoi meccanismi evolutivi, determinati anche dal conflitto di classe, è un punto di partenza indispensabile ma non produce alcuno schematismo. Da un lato si fonda la ragione oggettiva per la quale “la borghesia diventa reazionaria e ricorre al fascismo” (diremmo oggi contro qualsiasi lettura cospirazionista) ma si mette in guardia dall’errore di “considerare come fatale, inevitabile, il passaggio dalla democrazia borghese al fascismo”, peché “l’imperialismo non deve necessariamente dar luogo al regime di dittatura fascista”. Questa messa in guardia è sempre finalizzata a cogliere i terreni possibili di iniziativa politica, contro ogni forma di fatalismo e di determinismo.
Togliatti assume ad un certo punto dell’analisi la definizione di “totalitarismo” in relazione al fascismo così come si è andato definendo a partire dal 1926. Un concetto che poi verrà ampiamento assunto, ma soprattutto in funzione anticomunista, durante la guerra fredda, ma al dirigente comunista interessa soprattutto rilevare un elemento. La natura “totalitaria” del regime non implica affatto l’impossibilità di agire politicamente sulle sue contraddizioni. “Il totalitarismo – dice Togliatti – non chiude al partito la via della lotta ma apre vie nuove”.
Il secondo elemento di metodo che emerge soprattutto nella seconda lezione, ma che percorre tutto il corso, è la ricerca dei processi che hanno determinato la fase nella quale si interviene. La realtà non è mai semplicemente fotografata come qualcosa di statico, al contrario è sempre indispensabile ricostruirne il percorso costitutivo. Così come il fascismo va inquadrato nella storia dello Stato e del capitalismo italiano, lo stesso fascismo non è la pura realizzazione di un disegno pensato anticipatamente. Anzi, sottolinea Togliatti, questa è l’idea di sé che lo stesso fascismo vorrebbe dare.
Viene quindi ricostruito tutto il percorso che ha portato il fascismo, dalla sua fase iniziale nell’immediato dopoguerra, al momento in cui vengono tenute le lezioni (inizio del 1935), i suoi momenti di rottura e di cambiamento. In questo emerge, come rilevato da Francesco M. Biscione, lo “storicismo” togliattiano. A volte questo è stato interpretato come una forma di conservatorismo e di accettazione dell’esistente così com’è e in qualche caso all’interno del PCI ne è stata data una lettura di “destra” che ha piegato il “realismo politico” verso la subalternità alla realtà data. In questo caso (al di là di tutte le implicazioni filosofiche oggetto di vasti dibattiti per diversi decenni), lo “storicismo” serve a comprendere che l’esistente non è mai ineluttabile ma è sempre il frutto di spinte oggettive e di azione soggettiva. Ed è la capacità del soggetto attivo (nel caso di Togliatti, come di Gramsci, il partito) di cogliere tutti i margini di libertà dati dal contesto oggettivo a determinare la capacità di cambiare la direzione del processo storico.
Un terzo elemento fondamentale del metodo togliattiano, come emerge dalle lezioni, è la continua ricerca della comprensione di come evolvono e si muovono il senso comune, la sensibilità e i sentimenti delle “masse” (termine che oggi, in fase di accentuato individualismo, è andato un po’ in disuso). Saper cogliere il livello di consapevolezza diffuso per adeguare ad esso parole d’ordine, forme organizzative, tattica contingente è considerato indispensabile per non diventare una “setta”. Altrimenti, è l’avvertimento ironico rivolto ai militanti, potremmo ritirarci nella foresta come eremiti e lì “adorare il comunismo”.
Ancora oggi troviamo chi metta in campo soggetti immaginari ai quali attribuire inevitabilmente le proprie idee, senza che in realtà questa convergenza sia mai concretamente verificata. La scelta del PCI di essere un partito che “lavorava in Italia” e di non di puri “fuoriusciti”, con il costo umano che comportò, condusse sempre a cercare di essere in sintonia con i sentimenti e le reazioni della classe lavoratrice e delle classi popolari, colte anche in tutte le interne differenziazioni. Tutta l’analisi togliattiana si basava su una estesa ed attenta interpretazione della stampa fascista come sui rapporti che i fiduciari del partito inviavano dalla clandestinità.
E, nel contesto della dittatura, si ragionava ampiamente su come intervenire nelle organizzazioni di massa dello stesso regime per allargare l’influenza del partito e per evitare che esso ragionasse in astratto, sulla base di schemi mai verificati nella realtà.
Riepilogando, si possono così sintetizzare gli aspetti di metodo che attraversano le lezioni: 1) nesso indispensabile tra evoluzione politica, sociale, ideologica e dinamiche sempre contraddittorie del capitalismo; 2) comprensione della realtà come frutto di un processo e di non meccanismi che si riproducono in modo deterministico e processualità come possibilità permanente di intervento dell’azione politica soggettiva; 3) attenzione all’evoluzione del sentimento collettivo non per un adattamento populista alle idee dell’uomo qualunque ma per orientare correttamente l’azione e la proposta politica.
Per queste ragioni, fondamentalmente, si può ancora parlare di “attualità” delle lezioni togliattiane.
Franco Ferrari

