Non si tratta di ripristinare un passato in decostruzione, ma di aprire nuovi orizzonti di possibilità per il futuro di un mondo più giusto e solidale e di una comunità globale di vita più responsabile e pacifica
Da dove nasce l’Appello?
L’Appello di Cascais è nato nell’ambito della prima edizione della Biennale dell’Acqua 2026 del Portogallo, incentrata sul tema «Le impronte dell’acqua», inaugurata a Cascais il 16 luglio con una conferenza internazionale su «La sfida planetaria dell’acqua e della vita. Percorsi di rigenerazione». La conferenza è stata dedicata al «Manifesto dell’acqua», di 30 anni fa, promosso dal Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell’Acqua presieduto da Mario Soares, all’epoca Presidente della Repubblica del Portogallo. In questo modo, gli organizzatori della Biennale hanno voluto rendere omaggio a Mario Soares per il suo impegno a favore del diritto universale all’acqua e dell’acqua come bene comune pubblico essenziale per la vita.
La decolonizzazione dei beni comuni pubblici mondiali dal dominio del denaro e del mercato e la riaffermazione dei diritti universali alla vita per tutti, nella giustizia, ispirarono il “Manifesto dell’acqua” e il suo successo internazionale. Questo spirito ha guidato il nostro lavoro, rafforzando la priorità delle nostre proposte a favore di una politica idrica planetaria volta alla rigenerazione della vita nella giustizia, nella solidarietà, democrazia e fratellanza. La predazione della vita è una negazione del futuro.
L’ACQUA È VITA, LA POLITICA DELL’ACQUA È LA POLITICA DELLA VITA
1. L’Appello di Cascais si rivolge a tutti coloro che nel mondo soffrono e sono le principali vittime di ciò che l’Università delle Nazioni Unite ha definito nel dicembre 2025 come «La bancarotta idrica mondiale», un vero fallimento del sistema mondiale dominante di gestione dell’acqua e dell’insieme dei beni comuni vitali. Queste vittime, tuttavia, non sono responsabili di tale fallimento, segno evidente dell’ingiustizia che domina i rapporti sociali nel mondo di oggi.
Si rivolge anche a coloro che lottano sul campo, comprese le ONG e le organizzazioni filantropiche, per contribuire a garantire il diritto all’acqua e la salvaguardia dell’acqua in quanto bene comune pubblico mondiale. I processi di mercificazione, liberalizzazione e deregolamentazione, nonché di privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei servizi idrici, si sono diffusi nel contesto della globalizzazione neoliberista del mondo. Questa ha favorito l’esplosione dei fenomeni di accaparramento delle terre e dell’acqua e la loro spoliazione da parte dei grandi gruppi agroalimentari, tessili, farmaceutici, estrattivi e informatici, con il sostegno del mondo bancario e finanziario, in particolare dei fondi di investimento privati azionisti.
La grave discrepanza tra gli obiettivi perseguiti da chi si appropria dei beni comuni e i bisogni e i diritti delle popolazioni dei territori oggetto di accaparramento è un esempio lampante, tra tanti altri, delle cause all’origine della crisi idrica mondiale. Non è possibile gestire correttamente i beni comuni vitali ricorrendo al furto!
I 4,2 miliardi di esseri umani che non dispongono di acqua potabile in modo regolare e sicuro sono in diretta correlazione con il grave problema alimentare mondiale e con l’esistenza di 4,5 miliardi di persone prive di qualsiasi protezione sanitaria di base. È inaccettabile. La metà della popolazione mondiale non ha bisogno di giochi IA, né di automobili senza conduttori, né di “conquistare Marte”. Ha bisogno di chi lotta, perché i gruppi dominanti non hanno alcuna intenzione di cambiare la situazione. Attualmente, i dominanti invitano le vittime a diventare resilienti, capaci di resistere agli shock e di mitigare la violenza degli effetti del collasso climatico, nonché ad adattarsi alle nuove condizioni di vita, sempre più difficili. Non propongono alcun cambiamento strutturale. Noi proponiamo percorsi di cambiamento.
2. L’opera di rigenerazione dell’acqua e della vita ha bisogno di comunità locali responsabili della vita in comune e guidate dall’obiettivo di ottimizzare il vivere insieme.
Le comunità locali sono il primo luogo (oikos) dove gli esseri umani sviluppano i beni comuni pubblici essenziali per la vita (acqua, cibo, aria, salute, alloggio, trasporti, conoscenza, istruzione…). Esse costruiscono la società. Salvaguardando i beni comuni pubblici, creano le condizioni per garantire la promozione dei diritti universali alla vita, in condizioni di uguaglianza. Distruggendo i beni comuni pubblici, i dominanti di oggi distruggono i fondamenti giuridici e politici dei diritti universali alla vita e, di conseguenza, la società. È per questo motivo che la rigenerazione dell’acqua e della vita passa attraverso la ricostruzione dei beni comuni pubblici mondiali e dei diritti universali alla vita (si vedano le prime cinque proposte nella sezione «proposte»).
Ricordiamo inoltre che la gestione dell’acqua deve basarsi sulla partecipazione dei cittadini e sulla ricerca di pratiche locali meglio concepite per essere al servizio del bene collettivo e di un futuro solidale.
3. La rigenerazione dell’acqua e della vita è una responsabilità dell’umanità.
Tuttavia, occorre eliminare un grande ostacolo, ovvero l’inesistenza dell’umanità in quanto soggetto istituzionale, politico e giuridico di una regolamentazione pluralista e decentralizzata della comunità globale della vita sulla Terra. Una questione già affrontata nel “Manifesto dell’Acqua”, ma rimasta ancora oggi senza risposta e senza soluzioni concrete. Ebbene, la manifesta incapacità delle classi dominanti di inserire la questione in cima all’agenda mondiale in occasione del primo Vertice della Terra a Rio de Janeiro nel 1992, è dovuta a due fattori chiave.
In primo luogo, le classi dominanti non hanno una concezione planetaria dell’umanità e, di conseguenza, una coscienza politica dell’umanità (e del mondo naturale) e della sua necessaria istituzionalizzazione politica e giuridica. Il pilastro centrale della loro visione politico-istituzionale del mondo rimane lo Stato nazionale o la Nazione-Stato E «continuano a concepire lo Stato-Nazione come il soggetto titolare, detentore della sovranità». In secondo luogo, già a partire dagli anni ’70, queste stesse classi hanno iniziato a trasferire la sovranità politica effettiva verso soggetti indefiniti quali il mercato, la moneta, il capitale, la governance.
A questo proposito, la Conferenza di Cascais esprime la sua grande preoccupazione riguardo i pericoli che incombono sul futuro della politica mondiale dell’acqua qualora la Conferenza dell’ ONU, che si terrà dall’8 al 10 dicembre 2026 ad Abu Dhabi, dovesse lasciar prevalere la difesa e la promozione degli interessi finanziari e tecnocratici dei grandi gruppi mondiali privati, un risultato già delineato nei documenti preparatori in circolazione.
Un esempio significativo di questo trasferimento è l’Unione europea. Il Trattato di Maastricht del 1992 ha cambiato il nome da «Comunità europea» a «Unione europea». Allo stesso tempo ha creato il «mercato interno unico» e la «moneta unica» », senza tuttavia creare uno Stato politico (ad esempio federale) europeo. Sul versante monetario, il Trattato ha persino conferito alla Banca Centrale Europea (BCE) lo status giuridico di istituzione distinta e politicamente indipendente dalle altre istituzioni europee. Le conseguenze di questa nuova architettura dell’UE sulla politica idrica europea sono state molto significative. Da un lato, la politica idrica rimane di competenza «nazionale» degli Stati membri in concorrenza tra loro. La direttiva quadro europea sulle acque del 2000 non lascia alcun dubbio al riguardo. Tuttavia, poiché i due principali ambiti del potere politico del sistema dell’UE sono diventati il mercato unico interno e la moneta unica, né gli Stati né le istituzioni europee (compreso il Parlamento europeo) possono più adottare misure nel settore idrico contrarie alle norme che regolano il mercato unico dei beni e dei servizi.
Ciò significa che nel contesto dell’UE, la sovranità in materia di acqua è ormai nelle mani degli attori dei mercati e della finanza e non più in quelle degli Stati membri e delle comunità locali. Lo stesso vale nel campo della sovranità monetaria.
4. Quando si parla di acqua
Il caso dell’ UE mette in luce un fenomeno sociale di grande rilevanza a cui abbiamo fatto riferimento più volte nel corso della conferenza e la cui traduzione concreta nel variegato universo delle relazioni tra individui e comunità stenta a configurarsi in modo consapevole: quando si parla di acqua, non si può più parlare solo e principalmente di risorse idriche, naturali, di tecnologie, di infrastrutture, di mercati finanziari e della loro gestione.
Senza stabilire gerarchie né contrapporre una dimensione all’altra, né un rapporto locale a uno nazionale o internazionale, l’umano alla tecnologia, il sentimentale al profitto, l’evidenza ci dice che pensare, parlare, agire nel campo dell’acqua significa pensare, parlare, agire riguardo alla vita in tutte le sue dimensioni interconnesse. La politica della vita implica la capacità delle società che compongono la comunità globale della vita sulla Terra di garantire, in comune e in solidarietà, la gestione della complessità della vita.
Esempi. Centinaia di milioni di persone nel mondo considerano i fiumi entità sacre. Esse vanno addirittura oltre la richiesta del riconoscimento di una personalità giuridica al fiume (e ai lagni, alle zone umide…) Quando la popolazione Maori, un popolo originario dell’attuale Nuova Zelanda, continua a lottare per salvaguardare e promuovere la vita del proprio fiume, il Wanganui, l’unica ragione che adducono è «il fiume siamo noi»! Questa affermazione si spiega con diversi fattori storici e attuali a livello umano, sociale, di rapporto con la natura, di processi di identità collettiva, di sentimenti di appartenenza, di desiderio di partecipare alla gestione della vita del proprio territorio, di orgoglio riguardo alla propria responsabilità… È inutile contrapporre loro il valore dell’acqua secondo le quotazioni di borsa di Bloomberg.
Accanto alle infrastrutture visibili (acquedotti, impianti di depurazione, impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare, pozzi, serbatoi, bacini…), bisogna tenere conto delle infrastrutture invisibili (la storia, la cultura locale, i comportamenti della classe politica, le strategie dei detentori di capitali, le legislazioni internazionali, i racconti dei media…). Basti pensare al ruolo determinante svolto dalla pubblicità nell’esplosione del consumo mondiale giornaliero di acque minerali in bottiglie di plastica a scapito dell’acqua potabile del rubinetto e delle fontanelle nei luoghi pubblici (in particolare nelle scuole). Nel 2025, l’industria ha prodotto 600 miliardi di bottiglie di plastica per l’acqua, pari a 220 milioni di tonnellate!. Questa esplosione è all’origine di una delle più gravi contaminazioni chimiche dell’ambiente e degli esseri umani (si pensi alle microplastiche).
L’esaltazione dell’acqua minerale in bottiglia ha ben poco a che vedere con l’ acqua: ciò che viene esaltato per attirare il consumatore è la freschezza, la giovinezza, il piacere, la purezza, la leggerezza, la praticità d’uso in ogni circostanza, la libertà, tralasciando le questioni relative ai prezzi, agli enormi profitti delle grandi multinazionali, ai danni ambientali legati alla plastica e ai trasporti su strada…,
5. E che dire dei rapporti tra la guerra e l’acqua?
La guerra è una delle «imprese umane» più insensate, irragionevoli e criminali. Essa esprime il fallimento totale dell’ umanità. Facciamo parte delle generazioni che hanno preparato e scatenato le attuali guerre nel mondo, in particolare la guerra «mondiale» in Ucraina tra Stati Uniti/NATO e Russia, nonché la guerra genocida di Israele contro i palestinesi, le guerre in Sudan, in Congo…
L’accesso all’acqua, l’uso deleterio dell’acqua, lo sfruttamento predatorio dell’acqua sono all’origine di conflitti tra le persone, le comunità locali, le regioni, gli abitanti delle rive dello stesso bacino, le popolazioni a monte e quelle a valle dello stesso fiume. Se questi conflitti portano le comunità alla guerra è perché le classi dominanti coinvolte sono plasmate da una cultura dell’appropriazione e del dominio dei beni comuni essenziali per la vita. Hanno persino distrutto il concetto di beni comuni pubblici mondiali. Per quanto riguarda l’acqua, l’hanno ridotta a un’importante risorsa economica strategica, a un bene finanziario, per il loro potere, la loro competitività e il loro arricchimento. L’hanno trasformata in uno strumento di guerra.
PROPOSTE
Alla luce di quanto sopra, la sfida planetaria dell’acqua e della vita è: come ricreare le condizioni di sicurezza della vita per tutti gli abitanti della Terra (comprese tutte le specie viventi), invertendo le tendenze attuali?
6. La prospettiva in cui proponiamo di collocarci è l’anno 2048.
La scelta dell’Orizzonte 2048 significa riflettere sul futuro della Terra:
- 100 anni dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Un orizzonte di rinascita dei diritti universali alla vita, e
- 400 anni dopo il Trattato di Westfalia (1648) che ha dato origine al principio e all’era dello Stato sovrano e che, come sottolineato al punto 2, è diventato un fattore che ostacola il futuro politico-istituzionale dell’umanità. Lo Stato nazionale ha venduto la propria «sovranità» a gruppi multinazionali del mondo degli affari e della finanza, cedendo così anche la sovranità e l’indipendenza dei popoli.
7. La politica globale dell’acqua. Nove obiettivi
Obiettivo 1. Ricostituire le fondamenta della sicurezza della vita sulla Terra, a partire dalla cessazione totale delle emissioni di gas serra.
Obiettivo 2. Porre fine all’avvelenamento chimico delle acque.
Obiettivo 3. Abolire i brevetti sugli organismi viventi e sull’intelligenza artificiale a titolo privato e a scopo di lucro. La conoscenza deve tornare a essere un bene comune pubblico mondiale.
Obiettivo 4. Per una Carta Planetaria dei Beni Comuni Pubblici Mondiali. Riconoscere la personalità giuridica dei fiumi, dei laghi e delle zone umide.
Obiettivo 5. Per una Nuova Architettura Finanziaria del mondo, «La Cassa Comune Planetaria ». Liberare l’acqua e l’insieme dei beni comuni essenziali per la vita dalla morsa della finanziarizzazione e della tecnocratizzazione dominanti.
Obiettivo 6. Creazione del Parlamento Planetario dell’Acqua, espressione e sede dell’esercizio della sovranità condivisa degli abitanti della Terra.
Obiettivo 7. Fermare l’asfissia dei fiumi, dei laghi e delle zone umide («arterie della Terra») causata dalle grandi dighe.
Obiettivo 8. Fermare la «petrolizzazione» dell’acqua, in generale, e la commercializzazione mondiale delle acque minerali naturali secondo il modello detto di «cocacolizzazione», in particolare; entrambe sono fonti principali di devastazione ambientale su scala planetaria.
Obiettivo 9. Dichiarare illegali la povertà e l’esclusione. È inaccettabile che il potere d’acquisto sia la chiave di accesso al diritto all’acqua e agli altri diritti universali. La gratuità dei diritti alla vita è giustizia tra pari.
8. I nove obiettivi in dettaglio
Obiettivo 1. Ricostruire le fondamenta della sicurezza della vita, innanzitutto attraverso la cessazione totale delle emissioni di gas serra
Anziché diminuire, le emissioni globali di CO₂ continuano ad aumentare. L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C è già un fallimento, poiché il limite è stato superato! Va ribadito: è inaccettabile. Le emissioni non sono il risultato di cause naturali, ma il frutto dell’azione umana, una conseguenza di un sistema economico basato sull’uso di energie fossili (carbone, petrolio, gas naturale…). Eppure è possibile ridurle e sviluppare un sistema sociale di vita sulla Terra basato sulle energie rinnovabili (solare, eolica, biomassa…) e sul risparmio energetico. Anche la Global Water Intelligence (GWI) ha affermato: «In definitiva, la soluzione più economica è l’azzeramento delle emissioni ». Bisogna fermare lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari prima che diventi irreversibile e irreparabile. Più di 2 miliardi di persone, comprese numerose popolazioni indigene, dipendono dai ghiacciai e dalla neve per il loro approvvigionamento di acqua dolce.
È necessario che gli abitanti degli Stati Uniti si battano affinché gli Stati Uniti smettano di boicottare gli sforzi di riduzione delle emissioni da parte della maggioranza dei paesi del mondo. Da parte loro, gli europei devono ribellarsi contro l’abbandono del Piano Verde Europeo e la sua sostituzione con un Piano Industriale Europeo imposto dall’industria chimica europea e sostenuto dal mondo finanziario. Le lotte dei cittadini sono indispensabili.
Obiettivo 2. Fermare l’avvelenamento chimico delle acque della Terra.
Si propone di:
- mettere al bando tutti gli inquinanti (pesticidi, contaminanti farmaceutici, PFAS…), e
- far approvare la creazione di un’autorità planetaria, il Consiglio Planetario dei Cittadini per la Sicurezza dell’Acqua, sotto la responsabilità, il controllo e la supervisione del Parlamento Planetario dell’Acqua (vedi anche Obiettivo 6). L’iniziativa dovrebbe essere promossa su impulso di numerosi parlamenti nazionali e con il sostegno di diverse centinaia di comunità locali. La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che «Inquinare le acque è un reato». Il principio «È vietato inquinare» deve prevalere sul principio «chi inquina paga».
Un imperativo fondamentale è investire massicciamente nel salvataggio degli oceani, eliminando la pesca eccessiva, frenando l’avidità delle imprese riguardo ai minerali che giacciono nelle profondità oceaniche e riducendo a zero l’inquinamento da plastica. Il fallimento, nel giugno 2025, dell’approvazione del Trattato internazionale sulla plastica dimostra ancora una volta l’irresponsabilità e l’incapacità dei gruppi dominanti del mondo di agire per il bene comune e i diritti alla vita di tutti, comprese le generazioni future.
Per porre su basi solide il perseguimento dei primi due obiettivi, occorre affrontare la scelta politica fondamentale operata dal sistema dominante «occidentale» riguardo alla brevettabilità degli organismi viventi e della conoscenza, ovvero la brevettabilità privata della vita a scopo di lucro.
Obiettivo 3. Abolire i brevetti privati e a scopo di lucro sul vivente e sulla conoscenza
La conoscenza deve tornare ad essere un bene comune pubblico mondiale sotto la diretta responsabilità dell’umanità. Mantenere i brevetti significa che gli Stati attribuiscono la proprietà e il controllo della vita a soggetti privati il cui unico obiettivo che conta è salvaguardare i propri interessi e il proprio potere. Secondo il rapporto 2024 dell’OMPI (Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale), negli ultimi anni sono stati concessi oltre 120.000 brevetti nei settori della vita e dell’intelligenza artificiale. Considerando che l’OMC (Organizzazione mondiale del commercio), creata nel 1994, è indebitamente il principale organismo internazionale di regolamentazione dei brevetti, è necessario sostituire l’OMC con un nuovo Trattato sul Commercio e creare una nuova istituzione, l’Organizzazione mondiale della Conoscenza come Bene Comune degli Abitanti della Terra. Occorre impedire che i grandi gruppi high-tech mondiali continuino a essere «i signori della vita».
Obiettivo 4. Per una Carta Planetaria dei Beni Comuni Pubblici Mondiali. Riconoscere la personalità giuridica dei fiumi, dei laghi e delle zone umide
La Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua del dicembre 2026, sopra menzionata, deve essere l’occasione per riconoscere due principi:
- l’acqua per la vita è un bene comune pubblico mondiale non appropriabile a titolo privato;
- il diritto dell’acqua alla vita e alla sua integrità, conferendo, tra l’altro, personalità giuridica a fiumi, laghi e zone umide.
Il concetto di governo pubblico dei beni e dei servizi non fa più parte, nella maggior parte dei casi, della cultura e dell’agenda politica dei nostri paesi. Le misure sopra indicate dovrebbero consentire di ripristinare il carattere pubblico del potere politico delle nostre società. Una delle conseguenze più deleterie della finanziarizzazione della vita e della natura è la perdita del ruolo fondamentale delle comunità locali e della loro autonomia finanziaria. Esse sono in balia dei detentori privati di capitali e sono costrette a indebitarsi sui mercati dei capitali. L’incarico di reinventare i mezzi di azione autonoma delle comunità spetta ai cittadini stessi. Le iniziative sono numerose. È indispensabile una campagna cittadina su scala mondiale.
Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico dei corpi idrici, alcuni paesi lo hanno già concesso: l’Ecuador (fiume Machangara) ha persino inserito i diritti della natura nella propria Costituzione, primo paese a farlo; la Colombia (Atrato e altri 13 corsi d’acqua, oltre alla foresta amazzonica colombiana), la Nuova Zelanda (Wanganui), l’India (Gange, Yamuna), gli Stati Uniti, la Spagna (la zona umida Mar Interior), il Perù (Maranon), il Québec (Magpie), la Francia (il Tavignanu in Corsica), l’Inghilterra (Ouse). Nel 2019 il Bangladesh ha riconosciuto tutti i fiumi come persone giuridiche ed entità viventi. In Italia, la mobilitazione dei cittadini si è rafforzata riguardo al Lago di Garda (Veneto) e al fiume Tagliamento (Friuli) È necessario intensificare i processi di riconoscimento. Ne va del futuro dell’acqua della Terra e della vita della comunità globale del Pianeta.
Obiettivo 5. Per una nuova architettura finanziaria planetaria
E’ urgente liberare l’acqua, e l’insieme dei beni comuni essenziali per la vita, dalla sottomissione alla finanziarizzazione e tecnocratizzazione aggressive, fattori che aggravano la predazione della vita e le disuguaglianze sociali.
L’acqua non è «l’oro blu». La conferenza dell’ONU deve affermarlo con forza. L’acqua non è nemmeno un «bene finanziario». L’acqua non è «proprietà» delle classi dominanti.
È assolutamente illusorio pensare che l’attuale sistema finanziario, in via di rafforzamento secondo le logiche aggressive della rivoluzione dell’IA in chiave culturale alla «Star Wars» e al «Signore degli Anelli», possa promuovere una finanza al servizio del benessere materiale e immateriale di tutti.
Anziché proteggere la natura e la sua biodiversità, la riduzione della natura a beni finanziari autorizza la biopirateria planetaria in forme nuove. Alla base della nuova aristocrazia tecnocratica non c’è l’IA, ma la scelta ideologica degli esseri umani dominanti che hanno ridotto la natura a beni finanziari e la vita, in generale, a merce. Queste logiche spingono ad accentuare la scarsità quantitativa e qualitativa dell’acqua attraverso la crescita dei mercati mondiali dell’acqua, in particolare nei settori del trattamento e del riciclaggio delle acque reflue, della potabilizzazione dell’acqua, della desalinizzazione dell’acqua di mare, della digitalizzazione della gestione della fatturazione e del rilevamento delle perdite a distanza. È necessario porre fine alla proliferazione esponenziale dei data center ad alto consumo idrico a scapito del fabbisogno di acqua potabile delle famiglie e di altre attività economiche essenziali per la vita. È in corso una nuova ondata di prosciugamento delle falde acquifere. Un numero crescente di comunità locali sta ormai lottando per difendere i propri diritti. Nell’ambito di questo Obiettivo, proponiamo due iniziative:
- la creazione di un’Agenzia planetaria per l’Intelligenza artificiale, incaricata di garantire, mutatis mutandis, le funzioni di monitoraggio, promozione e controllo esercitate attualmente, ad esempio, dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica;
- l’istituzione di una Cassa Comune di Risparmio e Investimento del Pianeta, la cui prima iniziativa sarebbe quella di lanciare una campagna popolare per «Dieci milioni di cittadini per 10 milioni di cisterne d’acqua». Lo scopo della campagna sarà quello di promuovere soluzioni per la rigenerazione dell’acqua basate sul senso di appartenenza a una comunità umana e sulla responsabilità solidale.
Obiettivo 6. Creazione del Parlamento Planetario dell’Acqua (PPEau), espressione istituzionalizzata su scala planetaria della coscienza di appartenenza, di cui sopra, a una «comunità mondiale di vita», l’Umanità.
Il PPEau sarà il luogo in cui si eserciterà il potere di responsabilità collettiva dei cittadini e dei popoli «abitanti della Terra». Esprimerà inoltre l’importanza del principio della responsabilità dell’umanità rispetto al principio della sovranità assoluta degli Stati nazionali. Nessuno Stato avrà il potere di veto all’interno del Parlamento Planetario dell’Acqua. Non esiste una vera comunità di vita globale della Terra senza l’istituzionalizzazione multiforme dell’Umanità in quanto soggetto giuridico e politico garante della salvaguardia e della cura della vita sulla Terra.
Nonostante i loro numerosi limiti e carenze, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i parlamenti continentali pluri-territoriali (Parlamento europeo, Parlatino…) e le numerose organizzazioni di cooperazione tra i bacini binazionali e plurinazionali del mondo dimostrano che l’istituzione di un Parlamento planetario è indispensabile e possibile.
In questo ambito, l’ONU dovrebbe rivedere le proprie posizioni e costituire un Gruppo Costituente per un Parlamento planetario dell’Acqua. Nel caso in cui alcuni membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovessero esercitare il potere di veto, spetterà a una coalizione di Stati prendere l’iniziativa, con il sostegno di migliaia di ONG attive nei settori dell’acqua, dei diritti universali e dei beni comuni globali.
Obiettivo 7. Fermare l’asfissia di fiumi, laghi e zone umide (le «arterie della Terra») causata dalle grandi dighe.
Scorrere è la natura stessa dell’acqua; circa 60.000 dighe hanno alterato la struttura e il corretto funzionamento delle «arterie» del Pianeta. Un esempio molto noto: il Colorado. Un numero significativo di queste «arterie» sta soffocando e, con l’aggravante dell’avvelenamento chimico, sta morendo. Oltre 19.000 grandi dighe fatiscenti presentano un elevato rischio di crollo, con conseguenze drammatiche per l’uomo e l’ambiente. C’è però un segnale positivo: sono in corso di realizzazione oltre 1.900 (500 in Europa) progetti di demolizione o riqualificazione di vecchie dighe e altre barriere.
Purtroppo, la costruzione di grandi dighe continua. La Turchia ha costruito 61 grandi dighe sui fiumi gemelli, il Tigri e l’Eufrate. La Cina detiene il primato per il numero di dighe più gigantesche, come quella delle Tre Gole. E, contrariamente alla sua attuale tendenza a favore di uno sviluppo sostenibile, ha deciso di costruirne una ancora più gigantesca, tre volte più potente: la diga di Motuo sull’altopiano tibetano. L’Africa, dal canto suo, cerca di seguire le sue orme.
Sono noti gli effetti devastanti della costruzione delle grandi dighe sul piano umano, sociale, ambientale, economico e politico, in particolare a livello internazionale. Si conoscono anche le lotte condotte negli ultimi quarant’anni contro tali progetti e a favore di soluzioni più «sostenibili» e meno conflittuali, come la lotta delle 10.000 donne indiane contro la diga sul fiume Narmada, sotto l’impulso di Meda Paktar, detta «l’angelo custode» dei fiumi sacri indiani (che in India sono sette); quelle delle donne brasiliane del MAB (Movimento delle persone colpite dalle dighe) contro le dighe minerarie prima e dopo il tragico crollo a Mariana (2015) e Brumadinho (2019) (30) e quella del movimento cileno «Patagonia sin represas» («La Patagonia senza dighe»), che è riuscito a bloccare i progetti di costruzione di diverse dighe nel nord della Patagonia (parte del Cile). È urgente ridefinire una Convenzione Planetaria sui Corpi Idrici della Terra.
Obiettivo 8. Fermare la «petrolizzazione» dell’acqua e la commercializzazione mondiale delle acque minerali naturali secondo il modello detto di «cocacolizzazione»
Insieme, sono all’origine di una delle più devastanti predazioni dell’acqua.
Riducendo l’acqua a una materia prima di importanza strategica per l’economia, quindi preziosa e indispensabile, come il petrolio chiamato «l’oro nero», i gruppi dominanti hanno definito l’acqua «l’oro blu del XX secolo». L’oro blu è un concetto in contrasto con l’acqua come fonte di vita per tutti. Esso afferma l’inevitabilità dell’accaparramento privato, possessivo ed esclusivo dell’acqua, della rivalità competitiva per il dominio dei mercati e della strumentalizzazione dell’acqua al servizio della guerra.
D’altra parte, riducendo l’acqua minerale naturale e, successivamente, persino l’acqua potabile a un bene di consumo di massa, si è consegnata l’acqua nelle mani dei mercanti globali in lotta per trarne il massimo profitto, ignorando ogni affermazione secondo cui l’acqua è per la vita e non per il profitto.
La ricerca del profitto, spesso con il sostegno delle autorità pubbliche, ha portato nel settore delle acque minerali naturali a una situazione intollerabile per i cittadini. Le comunità/amministrazioni locali hanno ceduto in concessione – cosa che non avrebbero dovuto fare – la gestione dello sfruttamento delle sorgenti (di fatto, la proprietà) per 30-40 anni o anche di più. In cambio, hanno chiesto solo un canone irrisorio rispetto agli utili delle imprese concessionarie, che ammontano a milioni, se non addirittura a miliardi all’anno. Inoltre, non hanno imposto tasse alle aziende per coprire i costi sostenuti dalla collettività a causa del grave inquinamento causato dalle bottiglie di plastica!
Di conseguenza, la debolezza dei controlli sulla gestione delle acque minerali da parte delle autorità pubbliche, è fonte inevitabile di accordi di corruzione, come conferma l’ultimo scandalo della Nestlé -France, in cui Nestlé ha manipolato e venduto per diversi anni alcuni marchi famosi come acqua naturale in grave violazione della legislazione europea ed internazionale in vigore. Questa vieta qualsiasi trattamento chimico delle acque minerali dette “naturali”? Esse devono essere messe in bottiglia come sgorga dalla fonte. Si può solo aggiungere o ridurre l’anidride carbonica.
Infine, la «cocacolizzazione» delle acque minerali naturali e di sorgente si è tradotta nel 2025, come già segnalato in precedenza ma vale ripeterlo, nello scarico sul territorio e nelle acque di 600 miliardi di bottiglie di plastica, causando una massiccia contaminazione chimica del pianeta. È urgente che le aziende e le autorità pubbliche smettano di limitarsi a promesse di riduzione della plastica. I cittadini devono rifiutarsi di continuare ad accettare una situazione del genere e rivendicare l’applicazione di un Impegno per la Sicurezza e la Responsabilità Pubblica a livello delle comunità locali nel settore delle acque minerali naturali e di sorgente. A questo proposito, reinventare la concezione e l’attuazione della Cassa Comune del Pianeta (vedi Obiettivo 5) a partire dalle comunità di base per il finanziamento dei diritti universali e dei beni comuni pubblici mondiali, ci sembra una via privilegiata da seguire sulla strada di una «eco-nomia» («le regole di casa») di giustizia e di solidarietà.
Obiettivo 9. L’impoverimento deve essere dichiarato un reato, un furto della vita.
Occorre abbandonare il principio secondo cui il potere d’acquisto costituisce la base di legittimazione del diritto all’acqua (e alla salute, all’alloggio, ai trasporti pubblici, all’istruzione…). Occorre riaffermare il principio della gratuità del diritto all’acqua. La gratuità è giustizia tra pari.
Nelle nostre società, se non si è in grado di pagare il prezzo dell’acqua al prezzo di mercato, si viene esclusi dal diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari anche se l’acqua è disponibile. In questo caso, si ha solo il diritto di essere beneficiari di aiuti pubblici, della misericordia statale o privata, della beneficenza, del «business della carità». Ciò significa che non è la mancanza d’acqua a rendere le persone povere. Il fattore che genera l’esclusione dall’accesso all’acqua per ragioni giuridiche, economiche o politiche è l’impoverimento. È quest’ultimo a determinare la scarsità d’acqua (vedi Obiettivo 4). L’impoverimento viene utilizzato come fondamento per un’operazione culturale e ideologica oltraggiosa, quella della criminalizzazione della povertà. Eppure, la Cina, il Vietnam e il Kerala (in India) sono riusciti negli ultimi anni a combattere i fattori strutturali all’origine della povertà estrema. Hanno comunicato ufficialmente all’ONU che nei loro paesi non esistono più persone in condizioni di estrema povertà secondo i parametri definiti dalla Banca mondiale. Ciò significa che eliminare l’estrema povertà è possibile se le autorità pubbliche ne fanno un obiettivo prioritario e lo perseguono in modo coerente e costante nel lungo periodo.
L’effettiva eradicazione della povertà assoluta costituisce uno strumento fondamentale per garantire la disponibilità di acqua potabile e servizi igienico-sanitari per tutti. In realtà, non si è poveri perché manca l’acqua, ma è la povertà a creare la carenza d’acqua.
Come emerge da tutto ciò che abbiamo evidenziato, la natura determina le differenze territoriali nella disponibilità e nell’accessibilità, sia quantitativa che qualitativa, dell’acqua idonea all’uso umano, ma è la società a creare le disuguaglianze.
Conclusione
Esistono soluzioni per un futuro diverso della vita e dell’acqua. Tra quelle che, a nostro avviso, promettono i cambiamenti più significativi figurano:
- La drastica riduzione, senza ulteriori indugi, delle emissioni di gas serra
- L’abolizione dei brevetti privati e a scopo di lucro sul vivente e sull’intelligenza artificiale
- L’eliminazione dei fattori di impoverimento che generano povertà ed esclusione
- La liberazione dell’acqua e di tutti i beni comuni pubblici essenziali per la vita dalla loro sottomissione alle logiche predatorie della mercificazione, della privatizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, nonché della tecnocratizzazione bellica della società.
Fatto a Cascais, a Bruxelles, a Nuova Delhi, a Roma, a Rosario, a Cohaique, a Montréal
Primi firmatari:
Joao Caraça, ex direttore per la Scienza e l’Istruzione, Fondazione C. Gulbenkian, Lisbona, Portogallo; Emanuel Dimas de Melo Pimenta, architetto, membro dell’Accademia delle Scienze di New York, della Sociedade Americana para o Progresso, dell’Académie des Arts et des Sciences et Lettres di Parigi, compositore di musica contemporanea, Portogallo; Ernenek Duran, presidente della Fondazione One Drop, Montréal, CND-Québec; Anibal Faccendini, Direttorer della Cattedra dell’Acqua, Università Nazionale di Rosario, Argentina; Silvestre Fonseca, compositore, chitarrista classico, (Duarte Costa), concertista, scrittore, Portogallo; Melissa Gingreau, portavoce «Bassines NON Merci», Francia; Luis Infanti de la Mora, vescovo della diocesi di Aysén, Patagonia, Cile; Carlos Fernández-Jaureguy, UNESCO, presidente di WASA-GN, Bolivia; Roberto Louvin, professore di diritto comparato, Università di Trieste, Italia; Margarida Monteiro Ruas, docente e ricercatrice, Università di Coimbra e di Lisbona, direttrice delle relazioni internazionali di WASA-gn, Portogallo; Sunita Narain, direttrice generale del Centre for Science and Environment, Nuova Delhi, India; Riccardo Petrella, fondatore del Contratto Mondiale dell’Acqua, professore emerito dell’Università di Lovanio, Belgio; Pietro Pizzuti, attore, Collettivo degli Artisti dell’Agorà degli Abitanti della Terra, Bruxelles, Belgio; Júlio Quaresma, architetto, pittore, scultore…, Portogallo; Vítor F. Rodrigues, professore di psicologia, psicoterapeuta, Portogallo; Roberto Savio, fondatore dell’IPS e di Other News, Roma, Italia; Luisa Schmidt, docente all’Università di Lisbona, Portogallo; Isabel Soares, presidente della Fondazione Mario Soares e Maria Barroso, Lisbona, Portogallo; Salvato Teles de Menezes, presidente della Fondazione Louis I, Portogallo.