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L’accordo dell’aragosta

di Monica
Di Sisto

L’Europarlamento ha approvato i due regolamenti che trasformano in legge europea il compromesso commerciale raggiunto la scorsa estate tra Bruxelles e Washington nel resort scozzese di Turnberry, proprietà di Donald Trump. È l’accordo dell’aragosta: un cavallo di Troia con le chele, un cedimento di braghe travestito da pragmatismo atlantico.
Il primo regolamento, il cuore dell’intesa, è passato con 440 voti favorevoli, 151 contrari e 50 astensioni. Elimina i dazi europei sui prodotti industriali statunitensi e concede preferenze tariffarie anche ad alcuni prodotti agricoli e ittici americani. Il secondo testo, approvato con 444 voti a favore, 152 contrari e 54 astensioni, proroga ed estende l’esenzione dai dazi sulle importazioni di aragoste dagli Stati Uniti, comprese quelle preparate e trasformate. Sembra un dettaglio folkloristico. È invece il simbolo perfetto dell’intero impianto: l’Unione apre il proprio mercato, gli Stati Uniti mantengono un dazio generalizzato del 15 per cento su gran parte dell’export europeo.
La sostanza dell’accordo è questa: l’UE azzera i propri dazi su beni industriali statunitensi e su segmenti agricoli e ittici considerati non sensibili; Washington applica un tetto del 15 per cento alle merci europee. Un compromesso asimmetrico, nato sotto la pressione delle minacce tariffarie di Trump. Prima l’ultimatum politico del 4 luglio, poi la minaccia di un dazio del 25 per cento sulle auto europee, poi l’uso continuo della clava commerciale su altri dossier, fino alla minaccia di dazi del 100 per cento sul vino francese se Parigi non avesse ritirato la tassa sulle vendite digitali. La grammatica è sempre la stessa: intimidazione americana, prudenza europea, concessione finale.

Sul lato europeo sono esposti automotive, acciaio, alluminio, meccanica, componentistica, chimica, farmaceutica, agroalimentare, vino, lusso e manifattura esportatrice. Acciaio e alluminio restano il nervo scoperto, con tariffe americane fino al 50 per cento; vino e digitale entrano nella stessa logica ricattatoria. Sul lato statunitense, l’Unione liberalizza beni industriali e concede accessi preferenziali ad alcuni prodotti agricoli e ittici, comprese le aragoste fresche, congelate, preparate e trasformate. La filiera dell’aragosta non sposta da sola il commercio globale, ma racconta bene la logica dell’accordo: vantaggi concreti agli USA, vincoli politici all’Europa.
Anche i numeri di bilancio smentiscono la favola della neutralità. Secondo le stime ufficiali europee, prendendo il 2024 come riferimento, i dazi non incassati sui beni statunitensi coperti dal regolamento valgono un impatto stimato di 3,6 miliardi di euro sul bilancio dell’Unione. Per i prodotti agricoli, la perdita di entrate doganali è stimata in 230 milioni, con effetto sul bilancio UE di circa 172,5 milioni. Per i prodotti ittici dagli Stati Uniti, i dazi non riscossi valgono 63 milioni, con perdita di bilancio attorno ai 47 milioni. Per i prodotti industriali, voce decisiva, i dazi rinunciati arrivano a 4,6 miliardi, con impatto stimato sul bilancio UE di 3,4 miliardi.

Il capitolo aragoste è piccolo ma rivelatore. Dall’entrata in vigore del regolamento del 2020 fino a maggio 2025, i dazi non riscossi sui prodotti interessati sono stati 37,3 milioni di euro, di cui 26,5 milioni relativi a importazioni dagli Stati Uniti. L’impatto annuo stimato della non applicazione dei dazi è di circa 7,5 milioni. L’estensione ai prodotti preparati e trasformati aggiunge circa 48 mila euro annui. Cifre contenute, ma politicamente perfette: l’Europa rinuncia anche simbolicamente.

Poi c’è il nodo energetico, il più pesante. L’accordo è legato all’impegno dell’Unione a importare dagli Stati Uniti, entro la fine del 2028, energia per 750 miliardi di dollari, soprattutto petrolio e gas. È la traduzione commerciale di una nuova dipendenza fossile. Già nel 2025 gli USA fornivano il 27 per cento delle importazioni europee di gas. Secondo le proiezioni dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, nel 2026 potrebbero coprire due terzi del gas naturale liquefatto importato dall’UE, fino all’80 per cento entro il 2028 o il 2029. Greenpeace ha definito il voto una capitolazione davanti alle tattiche intimidatorie di Trump e un errore climatico: sostituire un fornitore fossile inaffidabile con un altro non costruisce sicurezza, sposta la vulnerabilità. Greenpeace Italia ha ricordato che a guadagnarci saranno ancora una volta i grandi gruppi petroliferi e del gas, compresa ENI, che ha firmato un accordo ventennale per l’acquisto di GNL dagli Stati Uniti.

La partita interna all’Unione è stata altrettanto rivelatrice. Parlamento, Consiglio e Commissione hanno negoziato per settimane non tanto per migliorare l’accordo con Trump, quanto per renderlo capace di sopravvivere alle prossime giravolte della Casa Bianca. Il gergo era “Trump-proofing”: blindare il testo contro un Presidente che usa i dazi come arma politica. Bernd Lange, socialdemocratico tedesco e presidente della Commissione Commercio internazionale, ha guidato la richiesta di “guardrail”, salvaguardie e clausole di sospensione. Socialisti, liberali di Renew e Verdi chiedevano condizioni più dure: una clausola “sunrise” per rinviare l’attuazione finché Washington non avesse ridotto i dazi su acciaio e alluminio, e una clausola “sunset” per far scadere l’intesa prima della fine del mandato di Trump.
Il testo finale è una resa. La clausola di scadenza c’è, ma porta la data a dicembre 2029, quasi un anno dopo la fine prevista della Presidenza Trump. La sospensione c’è, ma non è automatica. La Commissione potrà sospendere in tutto o in parte le concessioni europee se gli Stati Uniti non ridurranno entro la fine del 2026 i dazi su acciaio, alluminio e derivati, oggi arrivati fino al 50 per cento dopo una proclamazione firmata da Trump in aprile. Ma sarà sempre la Commissione a valutare se Washington è in violazione, a riferire a Parlamento e Consiglio entro fine anno e a decidere se procedere. Il Parlamento voleva un automatismo; ha ottenuto discrezionalità.
Anche il meccanismo di salvaguardia industriale e agricolo è stato inserito con la stessa cedevolezza. La Commissione potrà aprire un’indagine, di propria iniziativa o su richiesta di tre Stati membri, se l’aumento delle importazioni statunitensi minaccia seriamente industrie europee o settore agricolo. Solo da qui potrà derivare una sospensione parziale o totale delle preferenze tariffarie. Manca persino la clausola chiesta dal Parlamento per far saltare l’accordo in caso di nuove minacce statunitensi alla sovranità territoriale europea, nata dopo le uscite di Trump sull’annessione della Groenlandia, territorio danese. I governi nazionali l’hanno bloccata, sostenendo che gli elementi non commerciali dovessero restare fuori dal testo. Così, davanti a un presidente americano che minaccia un territorio europeo, l’Unione preferisce non scrivere una linea rossa. È la fotografia della subalternità.

Le posizioni istituzionali sono state chiare. Commissione e Consiglio, con Berlino in testa, volevano chiudere rapidamente e con meno condizioni possibili, temendo ritorsioni. Un diplomatico europeo ha riassunto la linea con una formula brutale: un matrimonio infelice che bisogna far funzionare. Maroš Šefčovič, commissario europeo al Commercio, ha rivendicato che l’UE si è dimostrata un partner affidabile, capace di onorare gli impegni. Željana Zovko, negoziatrice del Partito popolare europeo, ha sostenuto che il testo darà respiro alle imprese e salverà i rapporti con il principale partner commerciale dell’Europa. Lange, pur soddisfatto per le salvaguardie ottenute, ha ammesso l’essenziale: l’Unione non può garantire che gli Stati Uniti rispetteranno l’accordo. Questo è il cuore politico e patetico della vicenda. L’Europa approva un’intesa per avere certezza da un partner di cui riconosce l’inaffidabilità. Costruisce paracadute perché sa che l’aereo è fragile. Si consola con il tetto del 15 per cento mentre accetta che i propri esportatori paghino comunque dazio. E legittima un metodo: se Washington minaccia, Bruxelles ratifica.
Su questo, in particolare, il voto socialista pesa. L’ampio appoggio dell’area socialdemocratica viene giustificato con le clausole ottenute: salvaguardie, sospensioni, scadenza, monitoraggio. Ma il dato politico resta: i socialisti europei hanno accompagnato l’approvazione di un’intesa costruita dentro il perimetro dettato da Trump, accettando l’asimmetria tra dazi europei cancellati e dazi americani mantenuti, la subordinazione energetica al GNL statunitense, la caporetto agroalimentare, e l’illusione che qualche procedura possa bilanciare un rapporto di forza squilibrato. È uno sbandamento strutturale: affarista sugli interessi industriali e fossili, massimalista nella retorica, subalterno con Washington.

Ora il Consiglio dovrà adottare formalmente i testi, che entreranno in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Da lì partiranno monitoraggi, valutazioni, possibili sospensioni, scadenza al 2029 ed eventuale rinnovo. La sostanza politica è netta: l’Europa ha comprato tempo pagando in sovranità commerciale (e alimentare), dipendenza energetica e credibilità strategica.
L’accordo dell’aragosta certifica la paura europea di irritare gli Usa. Un sacrificio di interessi nazionali ed europei preziosi in nome di un atlantismo automatico e di interessi (e speculazioni) transnazionali. Nel piatto ci resta un crostaceo: costoso da servire, difficile da digerire, servito da un’Europa che continua a confondere il compromesso con il vassallaggio.

Monica Di Sisto

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