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Chi sono i “Preti contro il genocidio”?

di Padre Pietro
Rossini

Abbiamo scelto un nome che non lascia spazio all’ambiguità: “Preti contro il genocidio”. Un nome forte, deliberatamente evocativo, che nasce dalla necessità morale di chiamare con il suo nome ciò che sta accadendo a Gaza e contro il popolo palestinese per mano dell’ideologia sionista e del governo israeliano.
Siamo una rete che oggi conta 2.200 sacerdoti in 58 paesi, tra cui 25 vescovi e 3 cardinali. La nostra storia ha un’origine precisa: nell’agosto del 2024 riceviamo una lettera da alcune suore che vivono in Palestina. Ci chiedono di rompere il silenzio, di prendere una posizione netta sulle atrocità che il popolo palestinese è costretto a subire ogni giorno. Il loro appello è concreto: scendere in piazza, marciare davanti agli uffici governativi nei nostri paesi, fare pressione sulle autorità affinché denuncino i crimini commessi da Israele.
La risposta non si fa attendere. Il 22 settembre 2024, con oltre un centinaio di sacerdoti provenienti da tutta Italia, marciamo in preghiera da piazza del Quirinale fino a Montecitorio, nel cuore di Roma. Una processione silenziosa e determinata che attraversa i luoghi simbolo della capitale, portando con sé un messaggio inequivocabile: denuncia dei crimini di Israele, preghiera per la pace, appello alle autorità — ecclesiastiche e civili — affinché smettano di tacere.

L’obiettivo principale della nostra rete è uno solo: fermare il genocidio in Palestina. E cerchiamo di fare questo aiutando il Vaticano e le autorità civili a “chiamare le cose per nome”. Non possiamo continuare ad usare il termine “guerra” per descrivere uno sterminio deliberato di un’intera popolazione civile. Non possiamo chiamare “guerra” un conflitto in cui le vittime crescono in modo esponenziale soltanto da una parte, mentre dall’altra il bilancio rimane pressoché invariato. Non possiamo definire “guerra” le atrocità perpetrate contro un popolo intero per il solo fatto di appartenervi. Tutto questo ha un nome solo, e quel nome è genocidio.
Per perseguire questo obiettivo, la rete collabora con tutte le organizzazioni — civili ed ecclesiastiche — che hanno deciso di non restare in silenzio. Non guardiamo a bandiere politiche né a schieramenti di parte. L’unico criterio che conta è uno: aver scelto di non rimanere neutrali di fronte al genocidio in atto.
E proprio la questione della neutralità è un altro pilastro del nostro impegno. Restare neutrali di fronte a un genocidio significa esserne complici. Se un oppressore cerca di annientare un popolo inerme e nessuno si frappone tra loro, l’oppressore raggiungerà il suo scopo. La neutralità, in questo contesto, non è una posizione morale: è una scelta di campo in favore di chi opprime.
Come cristiani e cattolici, il nostro punto di riferimento è Cristo: crocefisso dai potenti del suo tempo, egli si identifica con ogni “crocefisso della storia” ucciso ingiustamente. “Christ died in Gaza” è il motto della rete, e non è una provocazione retorica. È una dichiarazione teologica: Cristo è presente nel popolo palestinese, ingiustamente perseguitato dalla forza militare di Israele e dall’ideologia sionista.

Il linguaggio è per noi uno strumento politico e morale. Occorre distinguere con precisione: gli ebrei sono i membri del popolo ebraico, sparsi in tutto il mondo; gli israeliani sono i cittadini dello stato di Israele; i sionisti sono coloro — anche non ebrei — che sostengono l’ideologia secondo cui un determinato territorio spetta esclusivamente al popolo ebraico, con il diritto di uccidere o deportare chiunque non vi appartenga.
Il sionismo è, a tutti gli effetti, un’altra faccia del nazismo.
Essere antisionisti non significa essere antisemiti: lo dimostra il fatto che, dal 7 ottobre 2023 ad oggi, oltre 2.500 ebrei sono stati arrestati tra Regno Unito e Germania con l’accusa di “antisemitismo”. Un paradosso che sarebbe grottesco, se non fosse tragicamente reale.

I rappresentanti di “Preti contro il genocidio” continuano a essere presenti nelle manifestazioni di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Personalmente partecipo alle mobilitazioni di Parma, la città in cui vivo. Ed è proprio qui che nei giorni scorsi ho vissuto un momento che non esito a definire profetico.
Il 10 giugno 2026, presso la sede di Rifondazione Comunista a Parma, si svolge “Comunisti e Cattolici per la Palestina”: una serata insolita, forse persino impensabile fino a poco tempo fa, che riunisce nella stessa sala circa ottanta persone. Militanti del partito, missionari, religiosi e religiose, laici delle associazioni cattoliche parmigiane. Mondi lontani, accomunati da una stessa urgenza morale.
Ad aprire la serata è Franco Ferrari, del comitato nazionale di Rifondazione Comunista e organizzatore dell’evento, con un’analisi storica della questione palestinese dal 1946 a oggi e di come le posizioni del partito comunista si siano evolute nel corso degli anni. Ospite della serata sono io, in rappresentanza dei Missionari Saveriani di Parma e come portavoce della rete.
Nel mio intervento torno sui temi che guidano il nostro impegno: la necessità di chiamare le cose con il loro nome, la distinzione netta tra guerra e genocidio, l’urgenza di prendere posizione per costruire insieme una pace che non sia mera cessazione delle ostilità, ma giustizia.
“Il silenzio davanti all’oppressione è complice e alimenta l’oppressione stessa”, dico quella sera. “La neutralità non è una scelta moralmente accettabile. Davanti a un genocidio, la neutralità continua a mietere vittime innocenti e permette all’oppressore di prevalere sull’oppresso”.

Padre Pietro Rossini – Missionario Saveriano

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