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Labour: come si cambia, per non morire

di Franco
Ferrari

Intervenendo alla direzione del Partito Democratico, un esponente della destra interna, Filippo Sensi, ha lanciato l’allarme: “Spero che il Labour ricordi la magnitudo della sconfitta di una agenda massimalista e identitaria come quella di Corbyn. La caduta di Starmer non significa che serva una svolta a sinistra”. Lasciamo stare che l’agenda massimalista raccolse 10.269.000 voti mentre quella moderata del Primo Ministro uscente raccolse 9.708.000. Il successo di Starmer che tradusse meno voti in moti più seggi fu il frutto della divisione dell’elettorato conservatore tra il partito della destra tradizionale e quello oltranzista del partito di Farage, non certo l’entusiasmo per le sue ricette.

Ma a Filippo Sensi questi dettagli interessano poco. Ovviamente parla del Labour per rivolgersi al suo partito sostenendo il mantra che ci verrà ossessivamente ripetuto nei prossimi mesi: “nessuna svolta a sinistra!”. Forse nel Labour la pensano un po’ diversamente. Non entro qui nel dettaglio delle recenti evoluzioni politiche, analizzate dall’articolo di Alessandro Scassellati in questo stesso numero di Transform, per esaminare un documento di strategia politica uscito in coincidenza con le dimissioni di Starmer e segnalato giustamente dal Guardian, quotidiano di centrosinistra che è sempre stato ostile a Corbyn, come la base teorica della nuova leadership di Burnham nel Partito Laburista.

Si tratta di un testo, denso, di 68 pagine, scritto da Matthew Lawrence e Alex Williams e pubblicato dal think tank Mainstream, considerato vicino al sindaco di Manchester ora approdato in Parlamento e destinato ad assumere la guida del partito. Vedremo quante delle tesi sostenute in questo saggio si tradurranno davvero in azione politica. Avendo assistito alla giravolta di Starmer, fattosi eleggere su una piattaforma che era una versione soft di quella di Corbyn, poi rapidamente abbandonata e sostituita da una politica di segno opposto, il credito non è molto. Resta in ogni caso un fatto politico che, all’interno del Labour e di fronte alla possibilità concreta che un partito che oggi gode della più grande maggioranza parlamentare disponibile in un paese europeo venga spazzato via alle prossime elezioni, si cerchino idee nuove. Idee che, e immaginiamo il dispiacere di Filippo Sensi semmai fosse raggiunto dalla notizia, indicano indubbiamente una “svolta a sinistra” nella politica laburista.

Le difficoltà del partito non sono evidentemente ricondotte solo ai limiti personali e caratteriali di Starmer ma sono collegate alla crisi di una politica e soprattutto di una visione economica, quella su cui vi è stata la convergenza per lungo periodo di conservatori e laburisti, che oggi produce il sovrapporsi di stagnazione economica, crisi sociale e frammentazione identitaria della Gran Bretagna, con forme e intensità non molto diverse da quella di gran parte dei paesi europei.

Con una certa ironia, il testo di Lawrence e Williams propone una nuova visione “manchesteriana” che si distingue nettamente da quella che, nella storia del pensiero economico, definisce una scuola che privilegia il liberismo e un ruolo marginale dello Stato. Il nuovo “manchesterismo”, così chiamato perché sarebbe già incarnato dall’amministrazione di Burnham, sindaco di Manchester, si propone di riaffermare il ruolo di uno “Stato che produce”.

La Gran Bretagna affronta una crisi del costo della vita, della performance economica e delle finanze pubbliche che sembra procedere senza possibilità di trovare una via d’uscita. Non si tratta solo di uno sfortunato ciclo economico ma di qualcosa di più profondo, bensì di un problema che è rimasto assente dal dibattito maggioritario: “la privatizzazione di servizi essenziali che hanno trasferito la responsabilità da fornitori pubblici col mandato di rispondere a bisogni sociali ad attori privati con il solo mandato di garantire profitti”.

Il ritiro del controllo pubblico ha creato un’economia “che estrae dove dovrebbe investire, frammenta dove dovrebbe coordinare e definisce i prezzi al servizio del profitto dove invece dovrebbe definirli sulla base dell’utilizzo”. Le privatizzazioni hanno definito un “premio” che viene pagato dalle persone comuni che devono accedere a risorse essenziali (salute, abitazione, acqua, ecc.). Attraverso questo “premio” la ricchezza viene distribuita verso l’alto dai comuni consumatori agli investitori finanziari.

Circa un quarto della bolletta media di elettricità nel 2024/25 si è trasformata in profitto delle grandi imprese. Dalla metà degli anni ’90 le imprese privatizzate di trasporto, energia e acqua hanno distribuito circa 200 miliardi di sterline (a prezzi attuali) in dividendi e nel contempo hanno investito meno dei predecessori proprietari pubblici.

Tutto questo, aggiungono gli autori, non deriva da un malfunzionamento del mercato, ma piuttosto dal fatto che il mercato stesso “è lo strumento sbagliato per svolgere il lavoro nei settori che producono i beni essenziali per una vita dignitosa”. Il punto di vista non è ovviamente quello di una critica radicale del capitalismo in sé, quanto una messa in discussione del consenso neoliberista che si è affermato nei decenni scorsi, ma che da qualche anno è ormai entrato in una crisi profonda.

La soluzione proposta consiste nel superare la dicotomia tra il mercato privatistico e l’azione di redistribuzione affidata al welfare. Occorre un terzo pilastro per la politica economica: lo “Stato che produce”. “The Productive State” è per l’appunto il titolo del testo.

La tentazione sarebbe di commentare: “ve l’avevamo detto”. In effetti il testo dettaglia un quadro molto critico delle privatizzazioni di servizi essenziali che si sono in gran parte tradotte in minore qualità e costi più alti schiacciati da tassi elevati di profitti e scarso interesse all’investimento. Lo “Stato che produce deve intervenire dal lato dell’offerta ovvero destinare denaro pubblico in prestazioni pubbliche sui beni essenziali che consentono una vita dignitosa”.

Laddove il mercato coordina e il welfare state redistribuisce, lo Stato deve produrre, in quanto possessore diretto di capitale in settori essenziali che interviene nei mercati come costruttore e fornitore anziché regolatore o redistributore, utilizzando le potenzialità di cui dispone la società, stabilizzando i prezzi da cui le famiglie e le imprese dipendono e perseguendo quegli obbiettivi che il principio del profitto non è in grado premiare.

Gli autori non vogliono cancellare il mercato ma intervenire laddove il mercato ha “palesemente fallito”, dove la produttività si è esaurita e il profitto è diventato “estrazione di rendita”, dove i prezzi i minacciano la stabilità macroeconomica e dove il capitale privato “sottoinveste in maniera cronica”. Il veicolo per il cambiamento sono delle corporation pubbliche che siano in grado di produrre investimenti a costi inferiori, a definire onestamente i prezzi ed eliminino quello che gli autori hanno chiamato il “premio alle privatizzazioni”.

La necessità di questo rilancio del ruolo dello Stato è anche collegata al “momento geopolitico” con la necessità di “isolare le famiglie e le imprese dallo shock globale dei prezzi, di mantenere all’interno capacità produttive in catene di fornitura critiche e di prevenire l’acquisizione di infrastrutture essenziali da parte del capitale straniero”. Una formulazione che, se coerentemente perseguita, rende improbabile un rientro pieno nell’Unione Europea.

Quest’ultima resta ancorata al paradigma liberista, secondo il quale lo Stato deve limitarsi a regolare e non intervenire direttamente come attore economico, tanto più se questo avviene sulla base del principio che i mercati non sono la soluzione migliore per fornire beni essenziali. Tutta l’impostazione di fondo dell’UE è basata su questo dogma, così come su quello parallelo che la Banca Centrale non deve finanziare il deficit degli Stati.

A proposito dell’UE questa si è trovata ad aggirare i propri dogmi liberisti, sia con le manovre eterodosse della Banca Centrale in occasione del Covid e in parte anche prima con il Quantitative Easing di Draghi e ora con le politiche di riarmo. Queste, in fondo, fanno rientrare in campo lo “Stato che produce”, di cui parlano Lawrence e Williams, ma rifiutando in premessa l’idea dei beni comuni e dei diritti essenziali da garantire ai cittadini e cittadine, lo attivano solo per la produzione di armi. Lo “Stato che produce armi” interviene sul modello economico per ammortizzare la crisi del precedente modello esportatore sul quale ha vissuto la Germania e di rimessa, volente o nolente, gran parte dell’UE.

Non c’è dubbio che le premesse teoriche esposte dagli autori del nuovo “manchesterismo” sono in assoluto contrasto con i fondamenti del liberismo. L’idea di fondo è poi articolata con proposte più dettagliate e con analisi tecniche che qui non si potranno esporre. Emergono certamente elementi di contraddizione con alcune delle tendenze di fondo del capitalismo che rendono complicato riprodurre un equilibrio tra mercato e Stato che sia contemporaneamente redistributore di ricchezza e fornitore di welfare e produttore diretto di attività economica. Per certi aspetti sembra che si reinventino strumenti del passato (viene in mente l’IRI più che le partecipazioni statali) che la socialdemocrazia ha contributo in molti paesi a liquidare, fra questi l’Italia.

Al di là dell’indubbio interesse di questa proposta, del legittimo scetticismo sul fatto che davvero il prossimo Labour di Burnham se ne faccia interprete, resta il fatto politico. Una parte della socialdemocrazia europea si rende conto che il centrismo non ha oggi una base elettorale sufficiente di fronte agli effetti economici e sociali del liberismo. Per partiti che innanzitutto si propongono di vincere le elezioni e andare al governo senza più ancoraggio in una parte della società (i cosiddetti “partiti pigliatutto”) cambiare è la condizione per non morire.

Franco Ferrari

 

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