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La zombizzazione dei braccianti nel ghetto di Borgo Mezzanone

Riprendiamo il contributo di Soumaila Diawara a proposito di sfruttamento estremo e schiavitù moderna dei lavoratori immigrati in provincia di Foggia – 

Durante uno dei miei ultimi viaggi a Foggia mi sono recato nel cosiddetto ghetto di Borgo Mezzanone per condurre un’inchiesta diretta sullo sfruttamento dei braccianti agricoli. Quello che ho scoperto non è soltanto sfruttamento: è molto di più. È una forma contemporanea di schiavitù, una disumanizzazione sistematica, un processo deliberato e progressivo di annientamento dell’essere umano, della sua volontà, della sua dignità e della sua capacità di resistere.
Ho scoperto una realtà agghiacciante, una realtà che non può essere ignorata né minimizzata. Non si tratta solo di uomini sfruttati fino allo sfinimento fisico, ma di uomini progressivamente svuotati, anestetizzati, trasformati in corpi che continuano a muoversi mentre viene loro sottratta la piena coscienza. Uomini trasformati in zombie, non per metafora, ma come effetto concreto dell’uso di sostanze che permettono loro di lavorare più a lungo, più duramente, senza cedere alla fatica, senza ribellarsi, senza opporsi. Si tratta di una sostanza, un farmaco chiamato Royal-225, che non può entrare legalmente in Europa perché né l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) né l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ne consentono l’ingresso, ma che viene introdotto attraverso traffici illegali e proveniente dall’India. Una sostanza che circola liberamente nel ghetto come strumento di controllo e di sfruttamento.
Non mi sono limitato a osservare questo farmaco o a raccogliere testimonianze indirette. Mi sono procurato personalmente un campione della sostanza per procedere a un’analisi indipendente, affidandolo a medici specializzati, che ne hanno confermato la pericolosità e le gravi conseguenze del suo utilizzo, soprattutto quando viene assunto in combinazione con l’alcol. Questa pratica è diffusa tra i braccianti per amplificare l’effetto anestetizzante e sopprimere la percezione della fatica, del dolore e della sofferenza fisica e psicologica. Il laboratorio ha confermato che l’uso di questa sostanza altera lo stato neurologico, riduce la capacità di reazione, compromette la lucidità e crea uno stato di dipendenza e di sottomissione, rendendo il lavoratore più vulnerabile, più controllabile e più facilmente sfruttabile.

La domanda che emerge con forza è inevitabile e inquietante: chi permette che questa sostanza entri in Italia? Chi consente che venga distribuita liberamente? Chi trae profitto da questo sistema criminale che necessita di corpi anestetizzati per continuare a produrre ricchezza? Non si tratta di episodi isolati, ma di un sistema strutturato, organizzato e radicato.
In quel luogo, oltre diecimila persone sopravvivono ammassate tra baracche, lamiere e strutture improvvisate, senza accesso all’acqua potabile, senza elettricità, senza servizi igienici adeguati, senza diritti e senza protezione. Ogni mattina si alzano alle quattro; alle sei sono già nei campi. Lavorano fino alle sei di sera, dodici ore consecutive sotto il sole, per salari che oscillano tra i due e i due euro e cinquanta centesimi l’ora. Questo non è lavoro. Questo è schiavismo.

Il sistema è controllato dai caporali, figure centrali di un meccanismo di sfruttamento che opera in stretta connessione con la criminalità organizzata foggiana. SUV di lusso entrano ed escono dal ghetto, simboli evidenti e arroganti di un potere costruito sullo sfruttamento umano. Il racket domina ogni aspetto della vita quotidiana. Lo sfruttamento è organizzato, strutturato, normalizzato.
Ho potuto osservare direttamente veicoli appartenenti a soggetti noti nel contesto criminale locale, tra cui un SUV grigio Hyundai Tucson, targato EN*****X, intestato a Mario C., un settantenne foggiano residente a Foggia, accompagnato da altre persone molto più giovani. In quell’occasione ho ascoltato conversazioni tra individui che parlavano apertamente dei loro obiettivi, dell’intenzione di occupare e controllare intere aree, intere piste di lavoro, perché il guadagno, a loro dire, non era ancora sufficiente. Il loro linguaggio era quello di chi esercita un dominio totale, di chi non teme conseguenze, di chi si sente intoccabile.
Nel frattempo, nello stesso spazio, avveniva il recupero del denaro derivante dalla vendita dei farmaci distribuiti dai pusher all’interno del ghetto, senza alcun tentativo di nascondersi, senza paura, con la sicurezza di chi si sente padrone del territorio, al di sopra della legge e dello Stato.

Queste persone vivono stipate come se fossero scarti, come se fossero prive di valore. Eppure sono loro che ogni giorno rendono possibile la presenza di frutta, agrumi e verdure sulle nostre tavole. Senza il loro lavoro, l’intera filiera agricola collasserebbe. Nonostante questo, vengono trattati come invisibili, ghettizzati, isolati e disumanizzati.

La contraddizione è brutale e moralmente insostenibile: da una parte il loro lavoro sostiene il benessere collettivo; dall’altra, la loro esistenza viene negata, marginalizzata, ignorata. Sono vittime non solo della criminalità organizzata, ma anche dell’assenza dello Stato: uno Stato che vede ma non interviene, uno Stato che sa ma non agisce, uno Stato che tollera l’intollerabile.
Molti di loro vivono lì da vent’anni. Alcuni possiedono documenti regolari, sono legalmente presenti sul territorio italiano, ma socialmente sono cancellati. Non conoscono la città, non hanno accesso alla società né ai diritti fondamentali. Sono confinati in una dimensione parallela, in un limbo costruito sull’esclusione, come se la loro esistenza dovesse restare invisibile, come se il loro unico scopo fosse lavorare, produrre e poi sparire.

La droga circola liberamente tra le baracche. Viene venduta a un euro e cinquanta centesimi e mescolata con la birra o con l’acqua, non per piacere, ma per sopravvivere, per resistere a ritmi disumani, per sopportare il peso dello sfruttamento. Non è una scelta libera: è una conseguenza del sistema. È uno strumento di controllo, un mezzo per spegnere la volontà, per ridurre la coscienza, per trasformare esseri umani in strumenti produttivi privi di autodeterminazione.
Questa è la verità: quando si droga un lavoratore per costringerlo a lavorare di più, quando si altera la sua coscienza per aumentare la sua produttività, non siamo più nel campo dello sfruttamento lavorativo. Siamo nel campo della schiavitù.

La mia decisione di condurre questa inchiesta nasce da un dovere morale, dal rifiuto di accettare che tutto questo continui a esistere nel silenzio e nell’indifferenza. Nasce dalla necessità di documentare, testimoniare e dare voce a chi è stato privato della propria voce, a chi è stato ridotto al silenzio attraverso la paura, la dipendenza e la marginalizzazione.
Perché nessun essere umano dovrebbe essere costretto a scegliere tra la fame e la perdita della propria umanità.

Ciò che accade a Borgo Mezzanone non è un’eccezione. È il riflesso di un sistema più ampio. È uno specchio che rivela il lato oscuro di un modello economico che trae profitto dall’invisibilità e dalla vulnerabilità.

E oggi, di fronte a questa realtà, il silenzio non è più accettabile.

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