In questi giorni si sta completando la trasformazione europea: da una Unione fondata su pace e modello sociale per il benessere diffuso, nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale, sancita poi dal trattato di Roma del 1957, ad un modello fondato sulla nuova Nato, e su ciò che essa implica: una rincorsa alle armi spinta da tre livelli di governance: quello nazionale, quello europeo e quello della Nato, come vedremo fra un attimo.
Questa trasformazione era già iniziata da un po’, a seguito della aggressione, illegale e fuori dal diritto internazionale, della Russia all’Ucraina nel febbraio 2022, quando la risposta europea, impaurita e poco lucida, si era concentrata unicamente sui sintomi delle tensioni tra Russia e Ucraina, e non sulle origini storiche di quel conflitto. Questo ha spinto l’Ue a praticare unicamente una politica di invio di armi, trascurando di analizzare le ragioni storiche e geopolitiche del conflitto e di proporre una soluzione diplomatica, con la inevitabile triplice conseguenza: 1) di aver allungato il conflitto, che dura ormai da tre anni e mezzo, 2) osservato oltre 1 milione tra morti e feriti da ambo le parti, e 3) lasciato la Russia prevalere sul terreno di guerra, con l’occupazione ad oggi, di circa il 20% del territorio ucraino (ben oltre i territori contesi nel 2014 – Crimea, Donetsk e Lugansk – quando il conflitto è iniziato).
La continuazione della guerra ha spinto la nuova Commissione Ue che da Settembre 2024 aveva scelto una trazione “baltica”, ad adottare un piano di riarmo europeo: la nuova Commissione infatti ripone i tre portafogli chiave in tre piccoli paesi di nuova adesione (la estone Kallas commissaria agli esteri, il lituano Kubilius commissario alla difesa e il lettone Dombrowski commissario all’economia), a dimostrazione di quali siano ora i nuovi interessi della Commissione: non più il mediterraneo, l’atlantico, l’Asia, il mondo, ma il fronte orientale, e unicamente la resistenza militare alla Russia.
Questo piano ha spinto due livelli di governance, quello europeo e quello nazionale, verso il riarmo. A livello europeo l’Unione ha spinto gli stati membri, politicamente, a riarmarsi, ne ha creato le condizioni, ma si è guardata bene, dal creare una prospettiva di difesa comune, esacerbando al contrario asimmetrie tra stati nazionali sulla base della capacità fiscale di ognuno, con evidenti e pericolosi vantaggi per i paesi con maggiore spazio fiscale come la Germania. A livello nazionale infatti il piano legittima le singole scelte degli stati membri per una spesa complessiva di 800 miliardi di euro nella difesa, anche a debito, derogando perfino ai rigidi criteri finanziari del Patto di stabilità che in passato avevano affamato la Grecia, avevano causato austerità e perdita di reddito in altri paesi mediterranei, incluso l’Italia, ed erano state causa di bassa crescita e deflazione nella Eurozona soprattutto. Non solo: gli stati membri possono perfino utilizzare i fondi non spesi del PNRR per raggiungere l’obiettivo fissato di riarmo. Gli 800 miliardi del piano di riarmo contengono una cifra, 150 miliardi di euro, che possono essere concessioni di prestiti da parte della Commissione Ue verso i singoli stati membri, non per creare debito comune, ma solo per avere un prestito agevolato, un modello che ricorda l’esperienza, non di successo del Mes. In questa interazione tra Commissione Ue e singoli stati membri, rappresentati nel Consiglio europeo, l’unica istituzione eletta e rappresentante direttamente i cittadini, il Parlamento europeo, non è stata coinvolta, sollevando fortissimi dubbi sulla legittimità dell’operazione e sulla assenza della base legale. La Presidente della Commissione Ue, Ursula Von Der Leyen, per giustificare il mancato coinvolgimento del Parlamento, si è appellata all’Art 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, un articolo che consente di non avere il voto del Parlamento in presenza di gravi ragioni di emergenza, o calamità naturali. Il Piano di Riarmo non nasce in una emergenza definita, e non ha nemmeno un arco di tempo breve: al contrario il riarmo scelto sarà permanente. Infatti la Commissione giuridica del Parlamento ha contestato tale decisione, ed a seguito anche di un emendamento, a mia prima firma, (1) approvato in un sussulto di dignità parlamentare, dalla maggioranza dei deputati europei, nella plenaria a Strasburgo a maggio 2025, si è aperta la strada per il ricorso alla Corte di Giustizia europea. Se il ricorso avrà successo, il Piano di riarmo dovrà essere riportato per approvazione in Parlamento. Sarebbe un piccolo ma importante risultato per la democrazia, anche se, considerando la collocazione attuale della maggioranza in Parlamento, il Piano di Riarmo potrebbe essere facilmente approvato anche dal Parlamento, soprattutto se cambiato leggermente.
Il ritorno di Trump al potere, ha spinto il terzo livello di governane, quello della Nato, verso lo stesso obiettivo, il riarmo, con un target quantitativo impressionante e storico per la dimensione, il 5% del Pil di ogni paese membro all’anno. Una soglia abnorme, che per l’Italia significherebbe passare dagli attuali 40 miliardi a oltre 100 miliardi di euro all’anno quasi quanto l’intera spesa sanitaria, che oggi si attesta attorno ai 135 miliardi, e che già non basta a garantire il sistema sanitario nazionale. Una proposta assolutamente insostenibile dal punto di vista finanziario. Oltre che sbagliata dal punto di vista politico. Incompatibile con l’attuale struttura di bilancio dell’Italia. Il Governo dovrebbe dire da dove prende 60 miliardi di euro in più all’anno. Quali tasse introdurrà, o quali tagli farà. Se si deciderà di andare a debito, si calcola che in 10 anni avremo 600 miliardi di euro in più sul nostro debito pubblico, già enorme, pari a 3000 miliardi di euro. Nella logica di finanza pubblica vigente vorrebbe dire il default. Come ha scritto Roberto Musacchio, “l’accordo sottoscritto dai Paesi NATO per un aumento delle spese militari fino al 5% entro il 2035 è una vera e propria sciagura destinata a distruggere quel che resta del modello sociale europeo.” L’imposizione della NATO è stato accolta senza alcuna resistenza dall’Unione Europea, con la sola eccezione della Spagna.
Del resto l’UE è già impegnata, di proprio conto, a riorientare l’intera politica economica, sociale ed estera sul binario del riarmo. I numeri parlano chiaro: oggi l’UE spende circa il 2% del PIL in spese militari, ovvero circa 320 miliardi annui. Portarsi al 5% significherebbe raggiungere i 750 miliardi l’anno, quattro volte di più di quanto spende la Russia, con un aumento di oltre 430 miliardi rispetto all’attuale spesa. Quindi, al piano ReArm dell’UE, imposto ai singoli stati membri, viene ora aggiunto il diktat NATO: oltre 4.300 miliardi di euro in dieci anni. Si tratta del più grande stravolgimento fiscale del dopoguerra, che mette a rischio il modello sociale europeo e riduce significativamente la sovranità democratica sulle decisioni fiscali degli stati nazionali.
Per l’Italia è un massacro annunciato: circa 600 miliardi di euro in più in dieci anni per le armi, in un Paese che fatica a pagare le pensioni, a finanziare la scuola, a garantire una sanità pubblica dignitosa. Non è solo un cambio di priorità: è una rottura sistemica, un’inversione di senso. Una spinta militarista che non solo minaccia l’equilibrio dei bilanci pubblici, ma distrugge le fondamenta stesse del progetto europeo: pace, prosperità condivisa, solidarietà e sviluppo umano.
Ma non c’è solo lo stravolgimento di un ordine economico, e di un modello di sviluppo che doveva essere fondato su benessere sociale, trainato dall’innovazione tecnologica, e da politiche per la transizione ecologica. C’è anche una nuova idea di crescita economica, che possa essere appunto spinta da un keynesismo di guerra, da una domanda irrobustita dalla spesa per la difesa. Infatti, molti leader europei e anche in Italia, sostengono che il riarmo in UE serva anche a salvare parte del sistema industriale, sfruttando la transizione militare. Non è un caso che grandi produttori come Volkswagen siano in prima linea nel convertire i loro impianti. La transizione militare è in contraddizione rispetto alla transizione verde: e ci ritroviamo oggi con un War deal contro un Green deal! Ma l’industria militare genera poca occupazione e poca crescita. Volumi bassi, e margini di profitto elevati. Inoltre, se produciamo armi, queste poi vanno usate o vendute, altrimenti l’industria si ferma. Questo vuol dire avere un interesse ad alimentare tanti piccoli conflitti nel mondo, rafforzando rapporti commerciali con chi li alimenta (come ad esempio Leonardo che vende armi ad Israele).
Nel caso specifico dell’Italia, la spesa per le armi è destinata per oltre il 60% all’acquisto da altri paesi. Secondo le simulazioni del Report di Sbilanciamoci, con la spesa di un cacciabombardiere F35 (130milioni) si potrebbero garantire 6.500 residenze universitarie pubbliche e gratuite; con il costo di un carro armato Ariete (90 milioni) si potrebbero acquistare 597 apparecchiature TAC; con la spesa di un cingolato leggero (20milioni) si potrebbero acquistare 224 nuove ambulanze; con i soldi spesi per un sottomarino U212 (1,2miliardi), si potrebbero assumere 8mila infermieri (5 anni di stipendio); con il costo di un cacciamine di nuova generazione (120milioni), si potrebbe garantire l’assistenza domiciliare a 8.571 anziani non autosufficienti; con la spesa di un carro armato Leopard (40milioni) si potrebbero acquistare 1.409 ventilatori polmonari per la terapia intensiva.
Inoltre, ci stiamo ulteriormente indebolendo sul fronte della transizione. Quando finiranno le tensioni geopolitiche, saremo un continente senza capacità produttiva e tecnologica nel settore delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile, quindi importeremo tutto dalla Cina o di chi ha sviluppato queste produzioni. Per poter attivare Rearm EU stiamo modificando i vari fondi EU che prima erano destinati a transizione verde, coesione territoriale e politiche sociali, come: Just Transition Fund, European Regional Development Fund, European Social Fund+, Resilience and Recovery Facility. Questo modifica radicalmente tutto ciò che si era fatto di buono negli ultimi anni sul fronte della coesione e della transizione.
E pazienza se tutto questo non porta sviluppo ma arricchisce solo le lobby delle armi, pazienza se alla fine la riconversione verso l’economia civile quando avverrà lascerà intatti i problemi europei di competitività, di tecnologia, di inquinamento e di bassa crescita. Pazienza se la spesa per welfare e il sociale dovrà essere sacrificata e ridotta ed aumenteranno povertà e disuguaglianze. E infine, pazienza se fino a qualche mese fa, i principali leader responsabili ora di questa trasformazione, dicevamo che la Nato era giunta a capolinea e doveva essere, come minimo, radicalmente riformata. Quello che importa ora è farsi governare dalla Nato, rimettersi sotto la protezione degli Stati Uniti di Trump, con tutte le contraddizioni che egli rappresenta, perché alla fine, per gli attuali leader europei, forse è meglio accettare queste contraddizioni che scegliere con coraggio le responsabilità che deriverebbero da una Unione europea strategicamente autonoma, economicamente indipendente, socialmente forte e politicamente in prima linea nella difesa dei diritti umani, del diritto internazionale e della democrazia con gli stessi pesi e le stesse misure, a Gaza come in Ucraina.
Una delle pochissime forze politiche che si è opposta a questo scenario è stato il Movimento 5 Stelle, che in Italia e in Europa si è messa alla testa di una protesta fortissima contro queste scelte. Sta cercando, faticosamente e nell’assordante silenzio di un sistema mediatico che non da spazio alle opposizioni, e di un sistema politico appiattito su un pensiero unico bellicista, di creare una internazionale della pace, di dimostrare che l’Europa nata dopo la seconda guerra mondiale, sulla diplomazia, sulla solidarietà tra i popoli e su un modello economico orientato al sociale è l’unica via per la prosperità e la pace.
L’emendamento si oppone al ricorso all’articolo 122 del Trattato come base giuridica per lo strumento SAVE (il pilastro che permette il finanziamento di 150 miliardi di euro attraverso prestiti della Commissione Ue).
Pasquale Tridico
