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A che punto è la notte in Palestina

di Luciano
Beolchi

Riportiamo di seguito il primo paragrafo del lungo articolo che vi proponiamo in allegato in pdf –

In principio fu la diaspora, è l’incipit scelto da Marco Travaglio per il suo libro Israele e Palestina in poche parole con cui evita di fare i conti sia con i creazionisti che, contando e ricontando calcolano che la durata del mondo, inteso come l’universo tutto dalla sua creazione ad oggi è di circa seimila anni e anche con i dati storici che ci dicono che città di Gerico fu fondata diecimila anni prima di Cristo e quella di Gerusalemme nel 2000 avanti Cristo, non dagli ebrei ma da una popolazione cananea. Il re ebreo David la conquistò solo mille anni dopo.

I Cananei, per i greci Fenici, abitavano le coste orientali del Mediterraneo già migliaia di anni prima della nascita di Gerusalemme. Nella Bibbia compaiono col nome di Filistei non facevano parte del popolo eletto da cui non erano particolarmente amati e diedero il nome alla Palestina, Filasṭīn o Falasṭīn in Arabo. Mettere all’inizio della storia la diaspora, presumibilmente avvenuta dopo la seconda distruzione del tempio da parte delle legioni di Tito nel 70 d.C. ha invece un significato tanto preciso quanto tendenzioso rispetto alle vicende correnti, perché con la diaspora la Palestina già florida e ridente divenne un deserto disabitato dove solo qualche nomade segnava saltuariamente la presenza umana. Così la trovarono e la raccontarono le prime e sparute colonie di intellettuali sionisti che fecero la loro apparizione tra 1881 e 1882, predecessori e anticipatori di quelli che in meno di un secolo la faranno rifiorire. E i palestinesi? I palestinesi non c’erano. Oltre ai pochi nomadi si poteva trovare solo qualche minuscolo insediamento stanziale. Ma se non c’erano da dove vengono quei milioni di palestinesi con cui gli ebrei combattono da più di un secolo? Qui viene l’invenzione, in due versioni. La versione sionista classica dice che centinaia di migliaia di arabi ‘d’ignota provenienza” si precipitarono sulla Palestina alla fine dell’ottocento, impauriti dal fatto che i legittimi abitanti minacciavano di tornarvi. Travaglio propone invece una versione più ardimentosa: centinaia di migliaia di “arabi” si precipitarono in Palestina tra 1900 e 1920, in modo da giustificare i censimenti fatti dai britannici all’inizio del loro mandato, con i quali sarebbe diventato impossibile e ridicolo affermare che la Palestina era deserta.

Poco importa che ci siano la storia di Gerusalemme, la prosperità di Giaffa, le vicende secolari di famiglie importanti, la secolare esportazione di grano dalla Palestina all’Egitto, le tasse raccolte dal sultano di Istanbul e scrupolosamente segnate villaggio per villaggio, le coscrizioni di uomini per i suoi eserciti e una storia di cultura, di letteratura e di lingua – oggi anche gli israeliani riconoscono essere il palestinese una lingua araba al pari del siriano e del l’egiziano e come tale la studiano anche per spiare i palestinesi tutti con l’uso dell’AI- a dimostrare che in Palestina c’era una comunità non ebraica, fiorente solida e numerosa. Poco importa che a smentire l’invenzione siano anzitutto importanti studiosi ebrei1 e pochissimo importa che il DNA degli antichi canaaniti si ritrovi tanto nei palestinesi di oggi come degli ebrei, a dimostrazione di origini comuni e di un’antica convivenza. E che i Palestinesi di oggi non sono neanche la discendenza degli arabi che conquistarono Gerusalemme nel 638 d.C, in assai piccolo numero. La Palestina dell’ottocento doveva esser desertica e disabitata, sicché bisogna arrivare all’inizio del novecento per vederla letteralmente affollata da una comunità araba venuta non si sa dove e che non ha lasciato nessuna traccia storica del suo arrivo, del suo insediamento e che ha trovato invece città e villaggi secolari e millenari, evidentemente disabitati. Ed è solo da quel momento che si comincia a contare.

Nel 1922 il Regno Unito effettuò il primo censimento della regione da quando era stata posta sotto il suo controllo: la popolazione risultò di 752.048 persone, suddivisa in 589.177 musulmani, 83.790 ebrei, 71.464 cristiani e 7.617 abitanti appartenenti ad altri gruppi.

Un secondo (ed ultimo) censimento fu indetto nel 1931, in quell’anno la popolazione era cresciuta per arrivare a 1.036.339 di abitanti, di cui 761.922 musulmani (+29% rispetto al 1922), 175.138 ebrei (+109%), 89.134 cristiani (+25%) e 10.145 abitanti appartenenti ad altri gruppi (+33%).

Dopo quello del 1931 non ci furono altri censimenti, ma la stima della popolazione venne fatta tramite le statistiche su morti, nascite ed immigrazione (anche se quella illegale poteva essere stimata solo approssimativamente). Il Libro bianco del 1939, nell’introdurre restrizioni sull’immigrazione ebraica, dichiarava che la popolazione ebrea era salita a circa 450.000 abitanti, divenendo quasi un terzo della popolazione totale. Nel 1945 uno studio demografico rilevò una popolazione totale di 1.764.520 abitanti, di cui 1.061.270 musulmani, 553.600 ebrei, 135.550 cristiani e 14.100 abitanti appartenenti ad altri gruppi.

All’incirca corrispondenti furono i dati forniti dall’apposita commissione alle Nazioni Unite alla fine del 1946 (che parlava di 608.000 ebrei a fronte di 1.077.000 arabi musulmani e 145.000 arabi cristiani), dopo la fine della seconda guerra mondiale2.

Tutto questo contraddice la narrazione sionista di una Palestina pressoché deserta a fine ottocento: con pochissimi “arabi” e un piccolissimo a gruppo (si parla di qualche centinaio di persone) gli ebrei. Se gli arabi, come li chiama Travaglio, se ne fossero stati zitti e buoni , non sarebbero mai esistiti e tutto sarebbe filato liscio, ma diverse guerre, la Nakbah, milioni di profughi sparsi tra Giordania, Libano e Siria – solo a Gaza i profughi arrivati nel 1948 furono 200000- richiedono di spararla grossa per far tornare i conti e Travaglio, sempre senza citare le fonti come del resto in tutto il suo pamphlet, giura che a partire dal 1931 e per i tredici anni successivi ci fu verso la Palestina una colossale migrazione di arabi, o almeno colossale rispetto al territorio e alla popolazione pre-esistente: ottocentomila “arabi”, dice lui; un milione e duecentomila tirando le somme delle cifre che lui stesso ci fornisce3. Arabi che si precipitavano in massa in Palestina dove fino dagli anni venti era in corso una sanguinosa lotta interetnica, dove tra il 1936 e il 1939 ci fu la grande rivolta araba che gli inglesi schiacciarono nel sangue. E si precipitarono lì perché in Palestina, fino a quel momento povera e deserta e ora per di più invasa da un popolo estraneo, c’era più benessere, si viveva meglio.

Su quella base e nonostante che il censimento dell’ONU del 1947 registrasse a Gaza e in Cisgiordania 725.000 “arabi a fronte di10000 ebrei, i sionisti non vogliono sentir parlare neanche par la Cisgiordania di Territori Occupati, che è la loro denominazione internazionale a partire dall’occupazione del 1967, ma di Giudea e Samaria, territori contesi di cui – dicono – non è chiara l’attribuzione. Ma che occupazione e occupazione! E quando in Cisgiordania gli ebrei che erano diecimila diventeranno quattro milioni, beh, bisognerà tenere conto dei fatti, di quelli che i sionisti amano promuovere come “Facts on the ground”.

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  1. Vedi, tra gli altri: Israel JacobYuval The Myth of the Jewish Exile from the Land of Israel, Common Knowledge XII, Inverno 2006, 1, p. 18. Abraham B. Yehoshua (1936-2022), Elogio della normalità (1980). Giuntina, Firenze 1991, pp. 89-90.[]
  2. Secondo dati riportati da United Nations Special Committee on Palestine, Recommendations to the General Assembly, A/364, 3 September 1947.[]
  3. Marco Travaglio, Israele e i palestinesi in poche parole. Il Fatto Quotidiano, Milano 2023, p. 31.[]
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