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La risposta dell’Unione Europea a Trump: commercio internazionale senza minacce

di Alessandro
Scassellati

Washington sta prendendo di mira sia l’UE sia l’India con tariffe elevate, interrompendo i flussi commerciali consolidati e spingendo le principali economie a cercare partnership alternative. Gli accordi tra Unione Europea, India e Vietnam segnano un passaggio storico dalla coercizione alla cooperazione che rispetta la sovranità dei Paesi in via di sviluppo. Nel tentativo di diversificare i partner commerciali, l’UE ha recentemente stipulato accordi commerciali anche con il blocco sudamericano del Mercosur (accordo che il Parlamento europeo ha di recente rinviato alla Corte di giustizia europea, ma che potrebbe comunque entrare in vigore in via provvisoria), l’Indonesia e la Svizzera. La Commissione europea lavora inoltre a nuove intese, guardando con particolare interesse all’Asia sudorientale (Malaysia e Filippine) e al Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti). L’aggressività geopolitica e protezionistica statunitense sta trasformando le minacce di isolamento in uno stimolo per l’UE a difendere la cooperazione internazionale e rafforzare la propria autonomia strategica.

Per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’accordo commerciale di libero scambio dell’UE con l’India è stato la “madre di tutti gli accordi“, con tariffe ridotte a zero per molti prodotti industriali, tra cui ferro e acciaio, plastica, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici e aerei (leggi Airbus). L’accordo è stato presentato durante il 16° Vertice UE-India a Nuova Delhi, alla presenza del Primo Ministro Narendra Modi, della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e del Presidente del Consiglio Europeo António Costa.

L’accordo coinvolge “due miliardi di persone” (in termini assoluti, UE e India valgono circa il 25% del PIL globale, con un interscambio che nelle ultime stime si è attestato a quasi 140 miliardi di dollari) ed è arrivato dopo quasi due decenni di negoziati intermittenti tra India e UE, che hanno subito una forte accelerazione negli ultimi sei mesi e si sono conclusi definitivamente il 26 gennaio (la firma formale dell’accordo avverrà entro la fine dell’anno e potrebbe entrare in vigore all’inizio dell’anno prossimo). I negoziati per l’accordo tra India e UE hanno ripreso slancio dopo le tattiche aggressive del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui dazi e sulla Groenlandia. Si tratta di un successo personale per la presidente della Commissione, seguito alla “doccia fredda” dell’intesa con il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia), giunta a metà gennaio, dopo grandi difficoltà e decenni di trattative, per poi venire sospesa tramite il voto del Parlamento europeo, che ha chiesto il rinvio alla Corte di giustizia UE.

Visto dall’altra estremità del telescopio, però, sembrava il topolino di tutti gli accordi, con soli 4 miliardi di euro di riduzioni tariffarie (saranno eliminati o ridotti i dazi sul 96,6% dei beni scambiati in termini di valore in dazi per le aziende europee) – un errore di arrotondamento in una relazione commerciale da 180 miliardi di euro. Ma questo non coglie il punto: si tratta di pesi massimi dell’economia che ridefiniscono i termini della loro cooperazione a causa dell’uso dei dazi da parte di Trump come strumento di coercizione economica e politica. Da questo punto di vista, l’accordo è più che altro un ambizioso atto strategico con forte significato politico per entrambe le parti firmato a tutti i costi molto in fretta, anche al prezzo di lasciare irrisolti alcuni capitoli (ad esempio, non sono regolati gli investimenti e la proprietà intellettuale, inoltre mancano garanzie di sostenibilità ambientale, tutele del lavoro e studi d’impatto).

La scorsa settimana ha segnato una svolta. Nel rafforzare i rapporti con il Vietnam (29 gennaio) sulla scia dell’accordo con l’India, l’Europa non cerca più di vincolare i partner asiatici a ruoli industriali fissi. L’UE vuole che Hanoi si dedichi alla produzione ad alta tecnologia. Questo cambiamento probabilmente sostituirà altrove la produzione manifatturiera ad alta intensità di manodopera del Vietnam. L’India è un ovvio beneficiario, in grado di assorbire tale domanda.

Delhi afferma che garantirà all’UE un accesso senza precedenti in settori politicamente sensibili, in particolare le importazioni di veicoli (con una riduzione dei dazi su una quota di 250mila auto di lusso all’anno dal 110% al 10% in 5 anni, a vantaggio di case automobilistiche europee come Volkswagen, Renault, Mercedes-Benz e BMW), mentre quote e introduzioni graduali proteggono la strategia interna dell’India. L’Unione Europea prevede che le esportazioni di beni verso l’India raddoppieranno entro il 2032. L’India, il paese più popoloso del mondo con 1,4 miliardi di persone, è anche una delle economie in più rapida crescita al mondo e quest’anno è sulla buona strada per diventare la quarta economia più grande, secondo il Fondo monetario internazionale.

L’UE, in cambio, apre ampiamente il suo mercato alle esportazioni indiane, in particolare ai prodotti del settore tessile-abbigliamento, senza imporre richieste onerose. In particolare, l’accordo aiuta le aziende indiane ad adottare e implementare tecnologie europee avanzate. Si prevede che l’accordo aprirà il vasto e tradizionalmente protetto mercato indiano ai 27 paesi dell’Unione, con particolare attenzione al settore manifatturiero e dei servizi. Faciliterà l’accesso al mercato per i principali prodotti europei, tra cui automobili, liquori, vini e altri prodotti alimentari (i dazi sull’olio d’oliva e sugli alimenti trasformati, come pasta e cioccolato, saranno ridotti a zero), in cambio di esportazioni più agevoli di tessuti/abbigliamento, pietre preziose, prodotti ittici, in pelle e farmaceutici (l’India fornisce circa il 20% dei farmaci generici dell’UE). Nel complesso, l’UE sta concedendo all’India l’accesso a 144 sottosettori dei servizi, mentre l’India sta aprendo all’UE 102 sottosettori, tra cui quelli finanziario, marittimo e delle telecomunicazioni. Ma, in omaggio agli interessi agricoli europei, l’UE mantiene i dazi su carne di manzo, pollo, zucchero, riso, farina, aglio ed etanolo, un risultato che potrebbe aiutare l’accordo a ottenere l’approvazione del Parlamento europeo, che è sensibile agli interessi agricoli. Energia e materie prime sono altri settori esclusi dalle clausole dell’intesa bilaterale UE-India, scelta che ha probabilmente facilitato la conclusione delle trattative.

L’UE intensifica gli scambi commerciali, lasciando a entrambe le parti il loro margine di manovra geopolitico. Per l’India, ciò significa che l’Europa chiude un occhio sui continui acquisti indiani di petrolio russo, mantenendo vivo un pragmatismo nato dallo shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Inoltre, UE e India hanno firmato un patto separato sulla sicurezza per approfondire la collaborazione in materia di sicurezza marittima, minacce ibride e antiterrorismo (un patto che viene descritto dall’UE come un modo per integrare le rispettive catene di approvvigionamento e “promuovere l’allineamento” dopo i dubbi sui legami dell’India con la Russia, mentre per l’India risponde all’esigenza di diversificare le proprie forniture militari dalla Russia, senza contare sugli Stati Uniti)1. Le due parti hanno inoltre raggiunto un accordo sulla mobilità del lavoro per creare opportunità per giovani professionisti e lavoratori stagionali, impegnandosi al contempo ad avviare colloqui per l’inserimento dell’India nel programma di ricerca Horizon dell’UE.

Al Vietnam, l’Europa non chiede di schierarsi nelle sue relazioni commerciali selettive con Pechino. A differenza degli Stati Uniti sotto Trump: l’India è stata minacciata con dazi del 50% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti  perché ha osato mantenere i suoi legami storici con la Russia2, il Vietnam di dazi “reciproci” e repressioni sui trasbordi a causa dei suoi legami con la Cina. I negoziati tra USA e India per un accordo di libero scambio avviati un anno fa si sono trascinati senza nessun risultato. All’inizio di gennaio del 2026 il segretario statunitense al commercio, Howard Lutnick, ha accusato il primo ministro indiano Modi di aver offeso Donald Trump rifiutandosi di telefonargli. La telefonata c’è stata solo il 2 febbraio e Trump ha deciso di ridurre i dazi reciproci sull’India dal 50% al 18% (aliquota allineata a quella di altri Paesi asiatici come Vietnam, Thailandia e Bangladesh, che pagano dazi tra il 19% e il 40%), anche se i dettagli precisi dell’accordo restano vaghi (per ora c’è solo un post di Trump sui Truth Social in cui afferma che l’India avrebbe accettato di interrompere gli acquisti di petrolio russo e di acquistare prodotti agricoli, carbone, tecnologia e petrolio dagli Stati Uniti e potenzialmente dal Venezuela).

Gli Stati Uniti trattano il commercio come un’arma: segnalano il loro predominio, ma corrodono la fiducia. Come sostiene Stephen J. Walt, con Trump stanno cercando di trasformare il loro predominio in una “egemonia predatoria”, per cui “l’obiettivo principale è quello di sfruttare la posizione privilegiata di Washington per ottenere concessioni, tributi e dimostrazioni di rispetto sia dagli alleati che dagli avversari, perseguendo guadagni a breve termine in quello che considera un mondo puramente a somma zero”.

L’accordo di libero scambio UE-India, come quello UE-Vietnam, svela il profilo emergente di un ordine mondiale post-USA, tra incessanti minacce alla sovranità territoriale, dazi punitivi e l’indebolimento delle istituzioni multilaterali. L’UE tratta il commercio come un modo per condividere la crescita senza pretendere la sottomissione. L’Unione Europea, soprattutto, non può più costringere i partner; ma sa anche che la coercizione si ritorce contro sé stessa. L’accordo commerciale tra UE e India riflette la crescente consapevolezza che, nonostante le guerre possano persistere e le sanzioni possano condizionare i comportamenti marginali, il commercio resta uno degli strumenti più efficaci per sostenere i mezzi di sussistenza, stabilizzare le economie e promuovere la cooperazione a lungo termine. In questo senso, l’impegno dell’UE nei confronti dell’India, caratterizzato da moderazione, sensibilità e consapevolezza delle diverse circostanze nazionali, segnala l’accettazione dei limiti della diplomazia economica coercitiva.

Ciò che Bruxelles sembra costruire è il commercio come architettura: un modo per organizzare percorsi di sviluppo in tutta l’Asia, incoraggiando il Vietnam a risalire la catena del valore, consentendo all’India di ampliare la produzione e ancorando entrambi all’Unione Europea senza pretendere fedeltà. Gli accordi con India e Vietnam aumentano notevolmente l’attrattiva di questi Paesi come alternativa alla Cina per la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento. In effetti, entrambi offrono ancora molti vantaggi che altri centri manifatturieri non possono offrire, tra cui bassi costi di manodopera, stabilità politica e un ampio mercato interno a cui le multinazionali possono vendere come copertura contro futuri dazi.  A confronto con gli accordi dell’UE con India e Vietnam, il timido riavvicinamento della Gran Bretagna alla Cina appare molto più superficiale. Le nuove relazioni tra Regno Unito e Cina non sono nulla, ma non sono affatto trasformative rispetto agli accordi asiatici dell’UE.

Le mosse del blocco europeo riecheggiano la tesi del primo ministro canadese Mark Carney secondo cui le “medie potenze” possono costruire resilienza attraverso l’interdipendenza senza rinunciare all’autonomia (si veda il mio articolo qui). La parola chiave oggi, nei circoli internazionali non statuniensi, è “pluri-lateralismo”, cioè accordi diversi con diversi soggetti su temi diversi, cercando di ricondurre il tutto, se possibile, a un minimo di coerenza ideale: è l’approccio principled and pragmatic, di cui ha parlato Carney. “In un momento in cui l’ordine internazionale basato sulle regole è minacciato da più parti, dobbiamo iniziare a stare fianco a fianco come partner affidabili e prevedibili”, ha affermato il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ad Hanoi.

Sappiamo che i Paesi ricchi sono cresciuti attraverso il protezionismo, il commercio strategico e il sostegno statale; solo per poi insistere sul fatto che i Paesi più poveri prosperino solo grazie all’apertura del loro mercato. Questa è stata la scala che il mondo ricco ha scalato e poi abbandonato. Il cambiamento commerciale dell’UE è importante perché riconosce questa storia. Per decenni, il commercio dell’UE in Asia si è basato su un accesso unidirezionale e una dipendenza gestita. Incoraggiando l’ammodernamento industriale in Vietnam e tollerando la protezione selettiva in India, l’Europa non sta più congelando i Paesi che si sviluppano tardivamente in ruoli di basso valore. Questa non è generosità. È realismo. L’Europa fornisce ancora beni strumentali, standard e domanda. Ma lo sviluppo richiede spazio politico, e gli accordi che lo negano sono falliti.

Dopo i dazi di Trump e la crisi della Groenlandia, “de-risking” e “decoupling” sono tornati di moda in Europa, solo che l’obiettivo è l’America di Trump, molto più che la Cina. E la posta in gioco non sono solo le catene di approvvigionamento, ma anche la capacità strategica di agire contro la coercizione. La recente decisione del governo francese di vietare ai funzionari di utilizzare software di videoconferenza statunitensi come Zoom e di promuovere invece la piattaforma Visio sviluppata internamente ne è un esempio lampante. L’America first di Trump  sembra sempre più essere l’America alone.

Alessandro Scassellati

  1. Il consorzio aeronautico europeo Airbus ha già inaugurato con l’azienda indiana Tata una linea di assemblaggio del suo aereo militare C295 in India nel 2024, mentre l’azienda bellica tedesca Rheinmetall si appresta a far produrre componenti per munizioni dal conglomerato indiano Reliance.[]
  2. Dall’inizio della guerra in Ucraina, le importazioni di petrolio greggio dell’India dalla Russia sono aumentate da livelli marginali a una quota stimata tra il 35% e il 40% del suo mix totale di greggio entro la metà del 2025, rendendo la Russia uno dei suoi principali fornitori. Il commercio bilaterale si è ampliato di conseguenza, superando i 68 miliardi di dollari nel 2024-25, poiché entrambi i paesi si sono adattati ai cambiamenti nei mercati globali causati dalle sanzioni. I funzionari indiani hanno anche sottolineato quelle che considerano incoerenze nella politica occidentale. L’Unione Europea, ad esempio, ha continuato a intrattenere ingenti rapporti commerciali con la Russia nel 2024, con scambi bilaterali di merci per un valore di circa 67,5 miliardi di euro, a cui si sono aggiunte significative importazioni di gas naturale liquefatto russo, pari alla cifra record di 16,5 milioni di tonnellate. Anche gli Stati Uniti hanno mantenuto le importazioni di materie prime di origine russa, come l’uranio per uso nucleare civile e il palladio, essenziale per la produzione di veicoli elettrici, pur criticando gli acquisti energetici dell’India. Dal punto di vista di Nuova Delhi, questi comportamenti commerciali rivelano un doppio standard, in base al quale l’India viene penalizzata per aver cercato di ottenere energia a prezzi accessibili, mentre le economie occidentali mantengono legami commerciali selettivi con Mosca. Nel corso dell’ultimo anno, Delhi, Pechino e Mosca hanno rafforzato i legami dopo l’entrata in vigore delle ingenti tariffe imposte da Trump. Ad agosto, India e Cina si erano impegnate a essere “partner, non rivali”. A settembre, i leader di India, Cina e Russia hanno dato prova di una rara solidarietà al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) a Tianjin, sorridendo e posando per le fotografie, in quello che è stato visto come un chiaro segnale di una nuova bonomia nei confronti dell’amministrazione statunitense (si veda il nostro articolo qui). E a dicembre Modi e Putin si sono incontrati di nuovo per approfondire la loro “partnership senza limiti”.[]
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