La ricerca del progetto perduto

di Marco Noris –

Un’analisi non solo politica della crisi della Sinistra

Nell’analisi della crisi della Sinistra e della sua attuale impossibilità nell’essere attrice attiva dei progetti storici in atto, si è scritto e ragionato molto. In particolare, nelle analisi proposte, le categorie della politica sono state impegnate nella lettura storica di quanto accaduto, soprattutto degli ultimi quattro decenni. Si è cercato di proporre una lettura il più possibile coerente e approfondita degli eventi in grado di costruire una base critica finalizzata alla rifondazione di un progetto storico che sembra per molti al crepuscolo.

Nonostante gli sforzi tanto a livello teorico quanto calati nella prassi, le cose sembrano andare esattamente nella direzione opposta a quanto auspicato. A fronte di qualche timida speranza nella nascita e nella crescita di movimenti e tentativi di inversione di rotta di varia natura sparsi un po’ ovunque sul globo, da quelli di base spontanei a quelli più marcatamente strutturati e istituzionali, le cose non sembrano cambiare: qualsiasi ciclo positivo “a Sinistra” insiste comunque su una tendenza, una traiettoria storica che sembra inesorabilmente viaggiare nella direzione opposta, in particolare per l’Occidente e, in maniera ancora più specifica, per il vecchio continente.

Se da un lato questo stato di cose mette in luce il vecchio e pessimista ammonimento braudeliano per cui l’uomo più che fare la storia la subisce, dall’altro non possiamo fare a meno di tentare nuove letture e interpretazioni, sforzandoci di capire se abbiamo davvero esplorato tutto ciò che era esplorabile. In tal senso, forse, possono aiutare categorie analitiche non solo strettamente politiche, mutuate da altre scienze sociali, che ci aiuterebbero perlomeno a rendere più completa la lettura della storia ai fini della comprensione del presente. È proprio attraverso una lettura della storia che vale la pena partire.

Fine dell’ideologia vs. fine dell’utopia

L’idea della fine dell’era delle ideologie è ben precedente a quella del crollo del socialismo reale del periodo 1989-1991. La controffensiva storica del sistema neoliberista è abbondantemente pianificata già nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso e realizzata nel corso di tutti gli anni ’80: Margaret Thatcher, colei che coniò il famoso There is no alternative, fu ininterrottamente primo ministro britannico dal 1979 al 1990 e cercò attivamente di imporre un’egemonia culturale di tale pensiero ben prima del fortunato libro di Francis Fukuyama The end of history and the last man del 1991. Vale la pena soffermarsi proprio sulla concezione espressa da Fukuyama, seppur in maniera sintetica: per questo autore la storia finisce nel momento in cui tutti riconoscono più o meno tacitamente l’assenza di alternative totali, il venir meno della fiducia nell’avanzare progressivo del corso storico verso una meta unica e appagante, processi e prese di coscienza resi possibili dalla definitiva vittoria delle liberaldemocrazie sugli altri sistemi politici e ideologici.

Remo Bodei, recentemente scomparso, si oppose a questa concezione della storia e della società sottolineando che:

A ben guardare, tuttavia, ciò che è finito non è la storia, ma una particolare ibridazione di storia e di utopia[…]; è nel Settecento […] che l’utopia […] diventa utopia temporale, situando la società perfetta […]nel futuro. L’impossibile diventa allora possibile, l’utopia entra nella storia e la storia, a sua volta, acquista il carattere di processo di avvicinamento al fine utopico. Si configura cioè come lo spazio di tempo tra l’imperfetto oggi e il perfetto domani, che le teorie rivoluzionarie (dal giacobinismo al leninismo) cercheranno di colmare attraverso un itinerario che conduce dalla schiavitù alla liberazione dell’uomo.

Ciò che alla fine del 20° secolo è entrato in crisi è, dunque, l’alleanza tra storia e utopia. Non trova più conforto l’idea che una logica intrinseca agli eventi – spiegabile secondo suoi propri ritmi e principi – percorra la ‘storia civile’ fatta dagli uomini. La concezione della storia sembra perciò attualmente scindersi e biforcarsi di nuovo in due tronconi: nel ritorno della storia sacra, riproposta dai cosiddetti fondamentalismi, che rifiutano il progetto moderno di una storia tutta immanente; nel ‘postmoderno’, che registra la fine delle illusioni emancipatorie e della spinta propulsiva della modernità.” 1

Sebbene Remo Bodei abbia posto il problema in maniera più definita rifiutando i termini assoluti di Fukuyama, non nega affatto i cambiamenti epocali della fine del ventesimo secolo, in particolare di quelli che vedono la crisi di una visione e concezione del mondo che durava almeno da almeno due secoli. In particolare Bodei sottolinea come il divenire storico non sia più vissuto come garanzia della progressiva tendenza volta a realizzare l’utopia.

Anche se intuitivamente tale giudizio comporta una profonda crisi del pensiero “di Sinistra”, si può tranquillamente affermare che, forse per una sorta di tabù, non se ne sono tratte in profondità le debite conclusioni: la crisi del pensiero è crisi storica e si colloca in un alveo ben precedente a quello della fede politica e dell’ideologia, è la crisi di una intera Weltanschauung, termine che, forse non a caso, venne coniato da Kant proprio negli anni della rivoluzione francese.

Inoltre, se nel cercare tale profondità concentriamo la nostra attenzione sulla definizione di utopia di Max Horkheimer intesa come critica di ciò che è e rappresentazione di ciò che dovrebbe essere,2 ci accorgiamo da subito che il cambiamento di fine millennio ha amputando, nella sostanza la seconda parte della definizione con conseguenze di notevole rilievo sull’elaborazione del pensiero non solo semplicemente “a Sinistra” ma in relazione a qualsiasi progetto di alternativa sistemica.

Nella pratica, a lungo andare, l’analisi ha continuato la sua strada lungo il percorso della critica all’esistente senza rivolgersi alla costruzione di un “dover essere” in alternativa all’altezza della critica stessa, in termini strutturali e sistemici. Degli effetti “a Sinistra” di tale approccio ne parleremo successivamente.

Il gap che si è venuto a creare tra critica e (ri)costruzione di un immaginario utopico è stato ulteriormente approfondito dalle vicende storiche: una prima fase nella quale oltre alla vittoria del motto per il quale non ci sono alternative si può abbinare quello altrettanto thatcheriano per cui non esiste la società ma solo gli individui. Questa prima fase percorre gli anni ’80 e 90 del secolo scorso. È l’epoca dell’ideologia liberista e dell’utopia individualista che dura sostanzialmente per oltre un ventennio. A tale egemonia culturale si conformano le socialdemocrazie occidentali della Terza via, nella vana speranza di stemperare la radicalità del capitalismo nella sua fase neoliberista. L’obiettivo, come sappiamo, è miseramente fallito e, a cavallo dei due millenni, il movimento altermondialista tenterà, almeno fino alla seconda guerra del Golfo, di elaborare una proposta e rivitalizzare l’utopia dell’altro mondo possibile.

Le cose cambiano però abbastanza repentinamente in pochi anni, dall’attentato alle Torri Gemelle, alla conseguente guerra al terrore, fino alla crisi 2007-2008 dalla quale non siamo ancora usciti.

Questa seconda fase è altrettanto importante per capire le difficoltà della Sinistra non solo in termini di rappresentazione dell’alternativa ma anche, forse, in termini di incompleta lettura della storia dell’ultima dozzina di anni.

Retrotopia e ossessione identitaria

Il corollario individualista al modello del mondo senza alternative proposto dagli anni ’80 ha funzionato per circa un ventennio. Nella mente dei teorizzatori era fondamentale abbinare l’ineluttabilità del sistema ad almeno due prospettive positive: il mantenimento della possibilità nei riguardi di un mondo migliore e, la possibilità di raggiungere tale miglioramento attraverso l’azione individuale in concorrenza con altri individui. In tal senso il neoliberismo opera, forse più che ogni altra epoca del capitalismo, una cosciente e devastante destrutturazione del senso della vita collettiva, una distruzione culturale in prospettiva storica che va ben oltre i fini politici della distruzione della coscienza e dell’identità di classe. La scissione atomizzante dello spazio collettivo si accompagna così alla riconduzione della dimensione esistenziale al solo tempo presente, una riduzione coerente con l’immagine del sistema unico e invariabile, nel quale qualsiasi cambiamento può essere apportato soltanto attraverso un approccio specificatamente individualista.

Quello che sfugge, però, nelle analisi che tentano di proporre una lettura di questi ultimi anni è che tale visione è entrata in crisi ormai da quasi da un ventennio.

Il binomio neoliberalismo – individualismo ha bisogno, appunto, di una concezione vicina all’immutabilità temporale, nella quale il futuro non è mai vissuto in chiave di progresso collettivo. Il progresso della vita materiale delle persone è racchiuso in una dimensione collettiva che difficilmente supera quella famigliare o, in chiave microeconomica, quello della singola impresa.

La resa dei conti con il futuro, però, avviene nei primi anni del nuovo millennio. Dapprima il senso di insicurezza scaturito dall’attentato delle Torri gemelle, in seguito la crisi del 2007-2008 e, soprattutto, la sua cronicizzazione. Questi due avvenimenti, sebbene non esaustivi per l’analisi del processo storico in atto, riportano in maniera violenta la dimensione del futuro nella coscienza collettiva, un futuro tutt’altro che connotato da un qualsiasi senso progressista.

Zygmund Bauman3, riprendendo il concetto di “Angelus Novus” di Benjamin, afferma che l’angelo si è voltato, la storia ha invertito la rotta e ribaltato la direzione. Oggi il senso del futuro esiste ma incute terrore e, come conseguenza, ci si volge ad un passato che viene mitizzato per essere reso rassicurante. È l’epoca della retrotopia e dell’orizzonte retroattivo. Adesso l’angelo guarda inorridito al futuro e la tempesta, il corso della storia, lo spinge irresistibilmente verso un passato di cui si recuperano i simboli, i miti e riti in chiave anti-moderna. Il futuro non è più il luogo della felicità come prefigurava l’Utopia di Tommaso Moro, ma appare incerto, temibile, gravido dei peggiori incubi, a cominciare da quello di non riuscire a garantire alle generazioni future un livello di vita forse sufficiente alla sopravvivenza, se teniamo in considerazione l’altra enorme minaccia in capo alla futura generazione, quella del disastro ambientale.

Una lunga riflessione andrebbe fatta sulla enorme miopia da parte delle strutture del potere nel gestire questo nuovo sentire, nel pensare di poterlo usare e governare, come se la storia della prima metà del secolo scorso non avesse insegnato nulla, come se questo tempo inedito non ci riconduca ad una dimensione sostanzialmente pre-moderna nella quale le variabili in gioco sono molteplici e la dimensione del razionale fortemente depotenziata: tutto questo meriterebbe una trattazione a sé ma è utile, ora, concentrarsi sul presente, sulle conseguenze di quanto accaduto in questi anni non solo in termini politici.

La prima conseguenza rilevante è che, se da un lato, l’ineluttabilità del sistema unico tiene, dall’altro il suo corollario individualista salta: l’incubo del futuro e il pericolo della distruzione degli elementi necessari alla vita materiale delle persone svelano l’insufficienza e l’insignificanza dell’individuo stesso. L’approccio individualista al tempo presente non è più sufficiente, ma, nello stesso tempo, ci si trova a dover fronteggiare gli effetti della scientifica destrutturazione della dimensione collettiva operata dal neoliberismo nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Inoltre la crisi, nell’ultima dozzina di anni, ci ha consegnato un mondo nel quale il paradigma della scarsità non solo è generalmente accettato, bensì travalica la stessa dimensione economica per invadere la sfera dei diritti civili. Capire tale dinamica è fondamentale per la costruzione di un qualsiasi discorso “a Sinistra”. Come in altre occasioni sottolineato, nel mondo della scarsità e del futuro “regressivo” l’appartenenza “di classe”, quindi di una dimensione identitaria fondata sulla comunanza della condizione materiale, non funziona più. Allo stesso tempo risorgono però esigenze identitarie collettive, sebbene in chiave fortemente difensiva e conservativa, poiché la dimensione individuale ne risulta del tutto insufficiente a fronteggiare il divenire storico in atto. Nell’unico mondo possibile nel quale la scarsità di risorse è data come assiomatica, la stessa coscienza di classe non necessariamente provoca il conflitto ma una possibile fuga dalla classe stessa e l’adesione alla ricostruzione identitaria su base etnica, religiosa, nazionale o regionale che sia, un’identità che comunque assicuri un vantaggio comparato in relazione al mondo esterno e alle altre identità formate e in formazione, è vista di gran lunga più efficace. È in questo senso che al paradigma della scarsità materiale si accompagna quello della scarsità dei diritti, è in questo senso che la necessità di esclusione si collega ad una sorta di lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi, ma è anche in questo senso che viviamo in un periodo di transizione nel quale il disperato tentativo di ricostruire una dimensione identitaria collettiva sta diventando un’ossessione perché ritenuta indispensabile per poter fronteggiare e sopravvivere al futuro.

Se non capiamo questo passaggio, allora non riusciamo a comprendere fino in fondo, il successo di un Salvini nel sud del nostro Paese o quello di Trump presso l’elettorato femminile degli USA o, più in generale, la scelta elettorale che ha portato democraticamente al governo di un terzo del pianeta personaggi che intendono sbarazzarsi della democrazia stessa.

In questo senso il successo dell’estrema Destra prima di essere letto in chiave politica deve essere letto in chiave storica, dei mutamenti nella psicologia sociale e antropologici. Tali mutamenti, sono in atto, soprattutto in Occidente, la cui parabola storica ed egemonica appare irrimediabilmente posta sul suo ramo discendente. È un mutamento possibile e rafforzato dalle attuali condizioni storiche che avviene su una base specificatamente pre-ideologica. Nel Suo libro Corso urgente di politica per gente decente4, Juan Carlos Monedero aveva intuito e avuto il merito di ricondurre la questione della dicotomia Destra vs. Sinistra appunto alla dimensione della psicologia sociale:

È utile capire che una persona si colloca a Destra quando il suo modo di vivere è egoista. Sei di Destra quando vuoi un privilegio di qualche tipo (materiale o morale), ereditato o frutto dei tuoi sforzi; quando nonostante i privilegi ti sembra di vivere in condizioni di inferiorità; quando pensi che il tuo comportamento vada preso a modello per gli altri; quando non hai empatia; quando pensi che la solidarietà sia per i deboli; quando per qualsiasi motivo tendi a ritenerti superiore agli altri; quando credi al fatalismo; quando ti è difficile credere alle alternative e quando non ti piace nessuna alternativa che aumenti l’inclusione sociale. […].I meccanismi del pensiero conservatore sono un armadio pieno di cianfrusaglie utili a giustificare l’egoismo.

Le attuali condizioni storiche, quindi, sembrano le più adatte alla diffusione di tale atteggiamento.

Il successo dell’estrema Destra trova spazio, quindi, in un doppio fallimento progettuale: quello storico della Sinistra, al quale il sistema neoliberista ha riservato la posizione di nemico principale da abbattere, a quello del neoliberismo stesso incapace di mantenere le promesse di quel scintillante mondo “da bere” propagandato sin dagli anni ’80. Quello che però va ribadito è che il successo dell’estrema Destra ha una componente identitaria molto forte che non dobbiamo assolutamente sottovalutare, pena errori di analisi fuorvianti. L’estrema Destra non risponde necessariamente ai bisogni materiali delle persone, la loro presenza, anche quando è attiva nelle zone del disagio sociale, non porta soluzioni materiali se non quelli della proposta di definizione di un’appartenenza e della costruzione dei confini esclusivi di questa appartenenza. Un gruppo sociale proposto in questi termini dall’estrema Destra, quindi, è ben definito in termini tribali, se intendiamo per tribalismo quella concezione per cui la società non è solamente divisa in gruppi più piccoli, ma che questi gruppi sono attivamente ostili gli uni con gli altri. Se non comprendiamo questa cosa non riusciremmo a capire la persistenza del successo del Lega nel nord Italia: l’unica vera presenza della Lega accanto alle esigenze delle persone si è evoluta nei bar, nei circoli, spesso una volta raggiunto un sufficiente tasso alcolico, mentre le loro esperienze amministrative sono state per la maggior parte pessime. Nonostante questo, la Lega non sembra avere particolari cedimenti se non in termini ciclici di breve periodo.

Che fare e come farlo?

La Sinistra oggi è tenuta a trovare una via d’uscita a questa situazione ma, alla luce di quanto appena esposto, si trova a farlo nel momento forse peggiore della storia degli ultimi due secoli. La questione non si risolve in chiave elettorale e nemmeno solo in termini politici; non si tratta neppure di semplice lotta per l’egemonia culturale ma di qualcosa di più ampio, si tratta, per riprendere Remo Bodei, di recuperare un senso della storia e del divenire collettivo della vita materiale come processo di avvicinamento al fine utopico e questo è un compito molto più ampio, di portata storica. Si tratta, in buona sostanza, di invertire completamente l’attuale direzione della storia, di ricostruire la fiducia nella costruzione di una progettualità di forza tale da offrire nuovamente un approdo identitario collettivo. Compito difficilissimo, al limite dell’impossibilità ma necessario. Quello che noi generalmente – ma non genericamente – intendiamo per Sinistra è, alla base, proprio quella Weltanschauung che si identifica con il processo storico di realizzazione dell’utopia. Senza questa visione e concezione della storia e del mondo termina non solo un intero pensiero politico, bensì il senso stesso di progresso democratico e, alla fine, la democrazia stessa.

È in questo senso che le energie vanno ricollocate dallo spazio della critica all’esistente alla costruzione del dover essere: così va a proporsi come alternativa all’esistente, concentrandosi sul secondo termine della definizione di Horkheimer.

Certo, sicuramente non partiamo da una buona posizione: dopo la sconfitta del movimento altermondialista, nel giro di pochi anni la voce della Sinistra di fronte alla crisi del 2007-2008 non si è fatta o non si è potuta sentire ma, soprattutto, non ha saputo proporre un progetto condiviso di alternativa allo status quo all’altezza dei fiumi di parole e di inchiostro versati nell’approccio critico a quel sistema neoliberista che ha determinato la crisi stessa. Questo non significa affatto ripercorrere il mito dell’unità dei soggetti: significa, altresì ricercare l’unità nell’elaborazione di progetti che, alla luce del contesto storico, non possono che porsi nell’ottica del cambiamento sistemico.

Sicuramente – e qui troviamo un’altra difficoltà – la contemporaneità ci propone un mondo totalmente diverso da quello dei 30 gloriosi anni seguiti al secondo dopoguerra. In questo contesto chi scrive è sostanzialmente d’accordo con Emiliano Brancaccio5 nel ritenere pressoché impossibile il ritorno anche semplicemente di politiche economiche di stampo keynesiano, frutto di una dialettica totalmente legata al periodo della Guerra fredda.

Inoltre, non abbiamo come riferimento nessun Palazzo d’Inverno da assaltare: alla concentrazione del potere del capitale si contrappongono la sua ineffabilità e la difficoltà nell’individuare persino i centri nevralgici del potere stesso: qual è, ad esempio, la forza e il valore di un movimento maturo e cosciente come Occupy Wall Street nella misura in cui anche una reale occupazione fisica della borsa di New York non minerebbe in nessun modo un sistema nel quale i prodotti finanziari derivati sono all’incirca 33 volte il PIL mondiale e gli spostamenti di capitale nel mondo si spostano in termini di milionesimi di secondo grazie ai computer e agli algoritmi dell’High-frequency trading?

Infine – ma non di poco conto – come affrontare gli stravolgimenti nel mondo del lavoro e nella produzione del valore in generale non solo di fronte ad un generale aumento esponenziale dello sfruttamento ma anche di fronte alla rivoluzione che verrà imposta dall’Intelligenza artificiale, nuovo salto tecnologico che sconvolgerà probabilmente più che nel passato le modalità stesse di analisi del mondo del lavoro stesso?

Questi sono solo brevi spunti ma anche un esempio della necessità di affrontare il presente in modo ben diverso da quanto non abbiamo fatto finora e di affrontarlo ponendo priorità pressoché assoluta alla parte costruttiva dell’alternativa: ciò che non ci piace e ciò che vogliamo cambiare è, al di là delle sfumature, abbastanza chiaro; continuare a ripetercelo senza fare un necessario salto politico è però frustrante e, nella dimensione dei “social”, tendente al patologico.

Da dove partire?

La situazione attuale conferma che l’approccio socialdemocratico si è dimostrato fallimentare e, sostanzialmente, ostile al reale cambiamento. Di questo si è già parlato e scritto molto.

Detto questo, i settori e i soggetti della sinistra radicale non hanno conquistato in questi anni alcun consenso di rilievo. La fiducia nel sistema “altro” non esiste e pensare di risolvere hic et nunc la questione del riequilibrio dei rapporti di forza semplicemente alzando il livello del conflitto non tiene conto di almeno due problemi ineludibili: il primo è che il conflitto in esame sarebbe possibile in un processo storico indirizzato esattamente nell’opposta direzione di marcia, si tratta quindi di costruire un processo che consenta un equilibrio dei rapporti di forza tali da non trasformare il conflitto in un martirio di pura natura testimoniale: allo stato attuale se neppure un moderatismo di stampo keynesiano appare possibile, figuriamoci una prospettiva di stampo più tradizionalmente “rivoluzionaria”: non viene neppure considerata un lontano pericolo dalle forme e dai soggetti del potere. Il secondo problema è di natura analitica: pensare che il conflitto in sé cambi i rapporti di forza comporta un’inversione dei nessi di causa ed effetto: storicamente si è pressoché verificato esattamente il contrario, il conflitto e il successo di una parte in causa sono determinati dalle condizioni storiche favorevoli e credo che sia su quelle che dovremmo lavorare per consentire a proposte radicali e di cambiamento sistemico di realizzarsi. Questo non significa affatto rinunciare al conflitto, anzi, il conflitto, o meglio, i conflitti sono perenni e continui; senza conflitto, semplicemente, diritti e democrazia finiscono nel nulla in brevissimo tempo; occorre anche, però, saperli collocare con intelligenza nel contesto e soprattutto considerarli declinazione di un progetto ampio e il meno generico possibile, diretta declinazione nella prassi della società che vorremmo, quindi, con una prospettiva finale che non si esaurisce né nella singola rivendicazione, né negli spazi determinati da confini fisici né tantomeno nel tempo della singola battaglia.

In tal senso le contrapposizioni stato- nazione vs. Europa o vs. globalizzazione perdono senso: se si possono fare e vincere singole battaglie, la guerra è e rimane globale: nella seconda Guerra mondiale Stalingrado e lo sbarco in Normandia furono eventi fondamentali per stabilire le sorti della guerra ma sappiamo che la guerra al nazifascismo fu vinta in termini globali, se ci fossimo fermati in Normandia o a Stalingrado non l’avremmo certamente vinta, anzi, il nazifascismo si sarebbe ripreso in breve entrambe le posizioni.

Nello stesso modo dobbiamo superare la dicotomia forma organizzata vs. movimenti. Allo stato attuale se, le forme e i soggetti della sinistra tradizionale stanno male, anche i movimenti non brillano e appaiono in una fase regressiva: anche la ricorrente onda del mutualismo non riesce mai a risolvere la questione del superamento laboratoriale nel senso che le singole esperienze e importanti elaborazioni non fanno mai sistema, fioriscono a macchia di leopardo e non riescono mai a proporsi in dimensioni che superano la barriera dell’efficacia microeconomica.

La realtà è che per realizzare un progetto significativo dobbiamo uscire da una logica dicotomica e operare su tutti i livelli: il nemico che abbiamo di fronte ha conquistato il mondo a partire da un’invasione capillare di ogni dimensione spazio-temporale della vita delle persone, dalla produzione al consumo ad ogni attimo della vita quotidiana, anche di questo momento nel quale state leggendo queste parole grazie a internet o ai social. Pensare a come trovare una sintesi in un progetto condiviso significa accendere una pur debole luce. In tal senso, per quanto riguarda in particolare il rapporto tra Sinistra di stampo “istituzionale” e movimenti, al fine di una sintesi tra democrazia rappresentativa e dirette, di una loro combinazione e di una dialettica costruttiva, possiamo rimandare alle riflessioni di Nicos Poulantzas, di estrema attualità ancora oggi.6

Tutto ciò sarà possibile solo attraverso la difficilissima ricostruzione dell’utopia nella quale alcuni pilastri validi a livello globale dovranno essere posti al di là e al di sopra di ogni declinazione conflittuale in dimensioni spazio-temporali minori.

Il recupero nella fiducia di una progettualità che ricollochi l’identità di classe in una posizione egemone, la questione femminista centrale in termini planetari così come quella forse più incombente dell’ambiente, potrebbero essere i pilastri dai quali partire per costruire un’alternativa. Per noi Europei sarà essenziale sostenere attivamente, connettere e collocare in una progettualità la cui dimensione minima è continentale, movimenti e conflitti in corso.

La biforcazione storica tra capitale e la sopravvivenza dei minimi requisiti democratici e, forse, di sopravvivenza materiale si è ormai aperta da anni con futuri esiti difficilmente immaginabili nel dettaglio ma prevedibilmente nefasti.

1 http://www.treccani.it/enciclopedia/ideologia_%28Enciclopedia-Italiana%29/

2 Max Horkheimer, – Eclissi della ragione. Critica della ragione strumentale, 1947

3 Zigmunt Bauman. Retrotopia. Bari, Laterza, 2017

4 Juan Carlos Monedero, Corso urgente di politica per gente decente, 2015

5 https://www.youtube.com/watch?v=fjL_iRKAlLI

6 https://jacobinitalia.it/costruire-il-socialismo-dal-basso/

, ,
La fine del neoliberalismo e la rinascita della storia
Jo Cox, deputata del Labour uccisa nel 2016 da un neonazista
It’s time for Real Change

2 Commenti. Nuovo commento

  • Aida Antonelli
    28 Novembre 2019 0:07

    L’analisi retroattiva è ben approfondita. Mancano idee e progetti con i quali la sinistra dovrebbe ricostituirsi, rigenerarsi, per dare speranza alle genti. Se il salvinismo riesce a pifferare magicamente il popolo, perché la sinistra non riesce ad elaborare il racconto affascinante di un futuro degno d’esser vissuto?!?!?! L’inghippo è tutto qui. Salvini non promette nulla. Semplicemente è presente ovunque e comunque. La sinistra non si vede e non si sente.

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