Inutile appellarsi, di questi tempi a ragioni umanitarie. La guerra è entrata nel sangue e nella testa di chi governa e di chi decide, solo chi ne paga le conseguenze sembra voler ragionare. E proviamo a farlo, rovesciando con dati e risultati, la propaganda tossica in cui si è immersi, appellandoci alle mere ragioni economiciste, persino funzionali a meccanismi di sfruttamento che colpiscono chiunque oggi sia nella tenaglia del lavoro dipendente, anche se in differenti condizioni. E facciamolo mettendo a confronto due Paesi UE, simili nella collocazione geografica, ma diversi per infinite ragioni storiche, sociali ed economiche, ovvero Spagna e Italia. Nel paese iberico in questi giorni è scaduto il termine dato dal governo per regolarizzare le persone prive di documenti ma presenti sul territorio. Ci si attendevano fra le 600 mila e le 750 mila richieste ma, a calcoli non ultimate, ne sono giunte il doppio, fra 1mln e 1mln e 300 mila. Il piano del governo ha suscitato numerose polemiche tanto nel Paese quanto a livello europeo. Secondo il primo ministro Pedro Sanchez, il piano si è reso necessario per riconoscere i diritti e i doveri di coloro che – in gran parte provenienti dall’America Latina – fanno oramai parte del tessuto sociale spagnolo, vivono, lavorano, mettono su famiglia, ma non hanno nessun diritto e restano ombre invisibili. Da molto tempo e per puro buon senso, il governo è stato fautore di politiche migratorie aperte mentre il resto del continente, Italia in prima linea, si affanna in misure repressive, tanto costose quanto vessatorie e inutili, per contenere le forze di destra. Il primo ministro, socialista ma tutt’altro che estremista ha semplicemente compreso che tale manodopera è fondamentale per sostenere l’economia, lo stato sociale e le pensioni, in un contesto dove l’invecchiamento avanza – non ancora ai livelli italiani – e molte persone hanno abbandonato le aree rurali. Da questa misura, insomma, ne guadagna il fisco e la sua attuazione completa potrebbe contribuire a ridurre lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici immigrati. Ed invece di elaborare farraginosi meccanismi come i nostri “decreti flussi”, che dovrebbero servire a far incontrare domanda e offerta di lavoro, ma sono sempre stati unicamente strumenti di ricatto, ha semplificato le procedure. Per accedere alla regolarizzazione in Spagna si deve poter dimostrare di avere una fedina penale pulita e di aver soggiornato nel paese per almeno 5 mesi consecutivi, prima del 1° gennaio 2026. Le autorità – ci sono state numerose assunzioni per velocizzare le pratiche – hanno tre mesi di tempo per elaborare la documentazione e decidere se offrire o meno un permesso di lavoro e residenza valido unicamente in Spagna. Le reazioni positive sono giunte dai diretti beneficiari, dai sindacati e anche da quella parte consapevole di lavoratori che ha compreso come l’estensione di un diritto non comprime ma amplia il proprio potere contrattuale. Non si tratta di un atto rivoluzionario, semplicemente si è recepita la condizione reale del Paese e si è compiuto un atto di puro buon senso dettato anche dall’avere un’idea di come far crescere il benessere. Questo provvedimento è finora il più ampio nella storia europea, ma già da quando la compagine di centro sinistra (in cui la sinistra ha un ruolo reale), è al governo, sono stati numerosi i provvedimenti tesi a non utilizzare, nell’affrontare un fatto sociale importante come le migrazioni, come puro problema di ordine pubblico. La conseguenza? Il Pil della Spagna è, nonostante l’economia di guerra, perennemente in crescita. Secondo gli economisti vari sono i fattori: semplificando le procedure per l’ingresso e l’assunzione con contratti regolari di chi proviene da paesi extraeuropei già un altro milione di persone ha trovato una propria stabile collocazione. Si è colmata la carenza di manodopera in agricoltura, edilizia, assistenza bilanciando quindi gli effetti dell’invecchiamento demografico. A chi parla di politiche del libero mercato per creare esercito industriale di riserva (povero Marx) si risponde che intanto tale percorso ha provato ad adeguamenti salariali e miglioramento dei servizi ma che, come se non bastasse, le nuove generazioni si stanno inserendo prepotentemente in altri comparti dell’economia, entrano nelle università, producono cultura e, in prospettiva, una parte di loro potrà occupare ben presto i ruoli sociali a cui dovrebbero poter ambire tutti, oppure riportare il know how accumulato, nel Paese di provenienza o in altro luogo del mondo. Ciò è stato reso possibile anche grazie ad un utilizzo che sembra in gran parte avvenuto, dei Fondi europei Next Generation. Le sovvenzioni e i prestiti – guai a dimenticarlo – post covid, sembrano essere stati sfruttati in maniera efficiente e parliamo di risorse che raggiungono il 2% del Pil, che sono state incanalate verso la digitalizzazione e la modernizzazione delle infrastrutture. Questo richiede manodopera qualificata e giovane, non a caso fra le mete di fuga delle/i giovani italiani, la Spagna è vista con estremo interesse. E mentre da noi trionfa il negazionismo che nega il cambiamento climatico, in Spagna ci sono stati – come in Cina – forti investimenti nelle energie rinnovabili. La spinta è stata soprattutto verso il fotovoltaico e l’eolico – anche lì con le criticità di alcuni territori – ma il risultato è che si sono dimezzati i costi dell’energia elettrica anche per le imprese rispetto agli altri paesi europei che ancora insistono sui fossili. Anche la Spagna ha scelto di ridurre la produzione industriale e di puntare sul turismo, con tutte le ricadute che si possono immaginare, ma la crescita anche della domanda interna sta portando temporanei benefici. Non ci sono state poi, per quanto riguarda la politica economica scelte drastiche ma realmente liberali. C’è una patrimoniale che varia da regione a regione e una Imposta di Solidarietà sulle Grandi Fortune, che si applica a livello nazionale e che varia dall’ l’1,7% al 3,5%, per patrimoni superiori ai 3 mln di euro. Gli investitori invece di fuggire sono rimasti, anzi ne sono giunti anche dall’estero perché la tassazione per le imprese è moderata e il mercato del lavoro – ovviamente perseguendo finalità liberali – prova a tenere insieme tutele e flessibilità per chi lavora.
I grandi imprenditori e i conservatori si stanno opponendo al piano sulla regolarizzazione e alcune regioni governate dalla destra hanno presentato ricorsi contro il piano. Le ragioni vanno ricercate tanto nella volontà di poter mantenere condizioni di sfruttamento quanto nel poter alimentare il clima xenofobo presente in maniera forte anche nel Paese. Il fastidio si è esteso anche a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha votato, con l’opposizione del gruppo di The Left, dei Verdi, di alcuni liberali, e dei parlamentari del Partito Democratico, il più volte citato Patto immigrazione e asilo. I socialisti spagnoli, che hanno votato positivamente al piano, sono stati accusati di giocare su due tavoli in quanto la regolarizzazione di massa attuata è considerata ostacolo alla messa in atto del Patto che punta su rimpatri su vasta scala. Ha avuto buon gioco Sanchez a dire che lui sta difendendo gli interessi del Paese e che invece di investire in centri di detenzione preferisce favorire l’integrazione e la coesione sociale.
L’Italia sta imboccando tutt’altra strada. Dopo aver ratificato in sede nazionale quanto proposto dalla Commissione Europea, prima ancora del voto di Strasburgo, dal cilindro del Viminale e del Ministero della Difesa sono uscite fuori pessime sorprese peraltro attese. Mentre l’attenzione mediatica era fissa sull’ex generale che cerca altre stellette e sui fascisti di Remigrazione e sviluppo, il ministro Piantedosi, in una lunga intervista tutt’ora reperibile sul sito del ministero dell’Interno (https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/interventi-e-interviste/svolta-col-patto-ue-remigrazione-solo-chiacchiere ) definiva “solo chiacchiere” i propositi annunciati alla sua (sigh) destra. Nel frattempo, il 12 giugno, contemporaneamente alla votazione a Strasburgo del Patto, veniva pubblicato su Gazzetta Ufficiale il testo del decreto-legge 100/26 in cui sono confluite misure urgenti in materia di giustizia e le modalità di recepimento del Patto migrazioni e asilo. E sin dall’inizio il primo segnale: si innalza a 90 giorni il periodo prima del quale risulta preclusa al richiedente asilo qualsiasi attività lavorativa. Una bella accoglienza non c’è che dire. Come spiegare a chi si ostina a puntare il dito contro chi è accolto dicendo che “campano a spese nostre”, se è la legge a volerlo. Ma di questo, certamente si parlerà poco e male. Il testo introduce nei fatti dei centri di “pre-trattenimento”. Chi chiede asilo sarà obbligato a risiedere in un luogo specifico, in attesa che la sua domanda venga vagliata. Il tutto sarà vagliato dal prefetto nei casi previsti e in base ad una valutazione del rischio di fuga, decidendo se esistono o no i presupposti per misure alternative al vero e proprio trattenimento e alla disciplina di questo del richiedente. E qui giungiamo ad uno dei punti nodali del decreto. Vengono disciplinate – il termine è molto ricorrente – le cosiddette procedure accelerate di frontiera, di seguito (PAF), con specifici termini per la loro conclusione nonché gli accertamenti nei confronti di chi è rintracciato durante un attraversamento irregolare della frontiera o a seguito di salvataggio in mare. Per costoro è prevista la conduzione presso appositi punti di crisi (tornano in auge gli hot spot di Minniti), per verificare controlli sanitari, di vulnerabilità e di sicurezza e per provvedere al rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico e alla trasmissione dei dati al sistema Eurodac. Si introduce anche la disciplina del fermo amministrativo per accertamenti, con comunicazione al procuratore della repubblica – già la magistratura sta esprimendo rilievi – e la convalida del giudice di pace. Saranno poi potenziate le Commissioni territoriali per il riconoscimento (o diniego) della protezione internazionale e l’ampliamento delle competenze delle sezioni specializzate in materia di immigrazione. Lo scopo di questa prodigiosa iniezione di efficienza è nella sigla poc’anzi ricordata PAF. La Procedura accelerata, che uccide la soggettività della richiesta di protezione, permette di esaminare in maniera diversa coloro che giungono da Paesi in cui l’80% delle richieste di asilo vengono respinte. L’esame della domanda deve avvenire entro 7 giorni dall’arrivo e – secondo le intenzioni – entro 28 giorni chi non ha diritto andrebbe rimpatriato. A tale scopo la Commissione Europea ha chiesto all’Italia di dotarsi, in tempi brevi di quasi 9000 posti per trattenere persone o nuclei familiari da rimpatriare. I CPR attualmente attivi sono considerati insufficienti e, a conferma dell’assurdità punitiva del Piano europeo, sarà esteso a 30 mesi (24 + 6) il periodo massimo di detenzione. Si dovrebbero aprire nuovi Centri, da tempo si dichiara di volerne uno in ogni regione e, in alcuni casi, questi potrebbero trattenere anche nuclei familiari con minori o, per breve tempo (?) minori non accompagnati per cui non hanno trovato ulteriori spazi. Un CPR dovrebbe essere aperto a Castelvolturno – il progetto è aberrante e ricorda le teorie punitive a cui si opponeva Foucault -. uno ad Aulla, in Toscana, uno a Bolzano e un altro in Calabria ma si tratta di progetti insufficienti allo scopo. La cifra da raggiungere di “posti PAF” – per l’esattezza 8932 è la più alta a livello comunitario, di questi circa 4400 dovranno essere ubicati nelle cosiddette zone di frontiera create con un decreto di Salvini nel 2019. In alcuni casi si tratta effettivamente di prossimità con le zone di frontiera come Ragusa, Agrigento (Porto Empedocle e Lampedusa) insieme a buona parte della Sicilia. Non è esclusa la Sardegna (probabilmente Cagliari Elmas), la Calabria (nel crotonese), la Puglia, con particolare riferimento al territorio brindisino, la frontiera est, con particolare riferimento alle aree di Gorizia e Udine. Ma diventano “zone di frontiera” quelle previste nei porti di sbarco delle navi delle ong, costrette dalla legge in vigore a svolgere traversate lunghissime per poter portare a terra i naufraghi raccolti. Fra gli esempi: Bari, Livorno, Napoli, Ortona, Ravenna, Reggio Calabria, Civitavecchia, Salerno, Vibo Valentia, per un totale di almeno 3000 posti. In un documento del Viminale si individuano anche “possibili” zone di frontiera che si stanno valutando. Fra queste sono già in esame: Ancona, Massa, La Spezia, Savona, Palermo e Genova, sempre con l’arrivo delle navi umanitarie. Nel capoluogo ligure si fa largo l’ipotesi, che alcuni migranti siano alloggiati all’Hotel Columbus Sea, oggi chiuso. Altre aree sono quelle nelle vicinanze dei principali aeroporti come Fiumicino, Linate e Malpensa. In Sicilia si sono tentati esperimenti di pre – detenzione a Modica e a Porto Empedocle, incontrando già le prime opposizioni giuridiche, a Siculiana in provincia di Agrigento, si è preferito orientarsi per un più soft modello di confinamento, con orari obbligatori di entrata e uscita. Chi non rispetta tale obbligo rischia: cessazione delle misure di accoglienza; ritiro implicito della domanda di protezione internazionale; provvedimento di trattenimento e una conseguente procedura di rimpatrio. Misure costose e utili a contentare la brama di sangue straniero di chi è annichilita da una fobia identitaria costruita ad arte, risorse che potrebbero essere invece impiegate diversamente, ad esempio per favorire la regolarizzazione e rendere sistemica l’accoglienza. Sarà questa, insieme alla carta dei centri delocalizzati modello Albania, la carta che l’attuale maggioranza intende giocarsi per mantenere consenso ma si pongono due domande a chi invece aspira a invertire la rotta con le prossime elezioni politiche. Che segnali di discontinuità si intende dare? Si potrà disobbedire al Patto europeo e procedere anche provando a cogliere il meglio del modello spagnolo? Sarebbe già un passo in avanti non ripetere la misera figura fatta nel 2020 quando si attuò la possibilità di regolarizzazione per chi lavorava in agricoltura e nei servizi di assistenza alla persona. In Spagna le domande dovranno essere vagliate in 3 mesi, da noi sono passati anni e il vaglio procedeva col contagocce, al punto che si perdeva il posto di lavoro e, di conseguenza, il diritto a poterne usufruire. Questo perché, ben prima del governo Meloni, la logica di sfruttamento e della precarizzazione del lavoro migrante -e non solo – non si è interrotta. E la domanda andrebbe posta alle opposizioni con cui è fondamentale aprire un dialogo: siete disponibili a rivedere radicalmente l’approccio finora adottato, quello per cui, sotto campagna elettorale di certi temi neanche si parlava? Ad avviso di chi scrive se li si affronta, con una proposta concreta, che offra soluzioni utili a tutto il Paese, anche il pensiero comune potrebbe mutare. O si vuole lasciare il governo a uomini e caporali che continuano a fare, malgrado le leggi ci siano, il bello e il cattivo tempo?
Stefano Galieni