articoli, recensioni

La ragazza occitana

di Sergio
Dalmasso

Nando Mainardi ha al proprio attivo, oltre ad un libro sul calcio, di cui è appassionato, molti testi su figure significative della musica leggera italiana, nella profonda trasformazione che ha subito tra il genere melodico e la stagione del rock e dei cantautori.
Da qui, i due lavori su Enzo Jannacci, Il genio del contropiede (2012) e L’importante è esagerare. Storia di Enzo Jannacci (2017), una panoramica sulla figura di Giorgio Gaber, nel suo passaggio dalla “canzonetta” al “teatro canzone” e nel suo rapporto con le trasformazioni culturali e politiche degli anni ’70: La magnifica illusione. Giorgio Gaber e gli anni ’70 (2016), sino al personaggio di Adriano Celentano, mito del rock di fine anni ’50, sino al successo di una trasmissione televisiva, Il figlio della foca. Celentano e Fantastico (2021).
Il recente libro su Dominique Boschero (La ragazza occitana. Vita movimentata di Dominique Boschero, ed. Manni, 2024) è solamente in parte lontano da quelli precedenti.
Mainardi, attraverso la vita di una attrice di film che non entrano certamente nella storia del cinema, riesce a ricostruire una vicenda collettiva, le trasformazioni, non solamente del cinema, ma del nostro paese.

Parigi, Frassino

Dominique nasce a Parigi nel 1937, da emigrati italiani, originari di Frassino, un piccolo borgo in valle Varaita (Cuneo); la famiglia è povera: il padre è guardiano in un deposito, la madre portinaia. Quattro fratelli.
Quando ha otto anni, a guerra finita, la famiglia decide che Dominique debba andare a Frassino, con le ovvie difficoltà, il passaggio dalla grande città ad un villaggio di montagna, la non conoscenza della lingua, l’ingresso in una nuova famiglia. E’ un cambio di vita totale, con la scoperta delle radici.
A 15 anni, la famiglia ha bisogno di lei. Dominique rientra a Parigi; lavora alla bancarella di un mercato, poi in una fabbrica di lampadine, scopre i quartieri eleganti e “di vita” della città, finisce in un atelier di moda, e per una coincidenza- come in un film- diventa indossatrice. Da qui il passo verso i locali di spettacolo è breve: la Nouvelle Eve, alcuni mesi in Danimarca, l’Alahambra.

Dal ruolo di ballerina a quello di attrice: ruoli marginali in opere in cui compaiono Gabin, Bardot, Ventura. La conoscenza con don Lurio che diventerà famoso coreografo, un breve rapporto con un giovane Alain Delon, allora sbandato e pronto a tutto per la carriera.
Fotoromanzi, qualche copertina su riviste, intervista sull’italiana “Epoca”.

Cinecittà

Nel 1960, la scopre Cinecittà, in una delle sue stagioni migliori (Hollywood sul Tevere). Non si contano i suoi flirt e le vicende che riempiono le pagine dei rotocalchi: Charles Arznavour, Franco Califano, Gianni Agnelli, Luigi Tenco, Gino Paoli… I film sono di poco conto, piccole commedie in cui ha ruoli marginali, legati alla sua bellezza. Fanno eccezione e danno dimostrazione delle sue potenzialità, mai valorizzate, La rimpatriata di Damiano Damiani e La donnaccia di Silvio Siano, girato in un piccolo e disagiato villaggio del mezzogiorno che certamente le ricorda la montagna cuneese in cui è lungamente vissuta.
Le sue piccole parti sembrano ripercorrere (e Mainardi è molto efficace) le stagioni del minore cinema italiano. Negli anni della Dolce Vita o di Rocco e i suoi fratelli, del Gattopardo o della trilogia di Antonioni, o anche della grande commedia (all’) italiana, i film di Dominique sono piccole commedie comiche, film spionistici (stanche imitazione di 007), mitologici (si moltiplicano gli Ercole, i Sansone…), sino alla fine del decennio quando dominano i thriller e i film dell’orrore, nati come bolse imitazioni del successo del primo Dario Argento.
Inizia l’interesse politico. Conosce Gian Maria Volonté, allora non ancora molto noto, e attraverso lui, il mondo della sinistra intellettuale romana (Moravia, Pasolini, Maraini, Carla Gravina…). Quindi il fratello di Gian Maria, Claudio Volonté, che è suo grande amore per anni.

Il Vicario

Si lega a questo rapporto, la vicenda del Vicario, opera teatrale in cui l’autore, Rolf Holchhuth, denuncia il silenzio del papato sullo sterminio degli ebrei. L’opera, programmata a Roma dalla compagnia teatrale di Volontè, viene vietata dal prefetto, in accordo con il ministro Taviani, perché offenderebbe il carattere sacro della città e violerebbe accordi fra Stato italiano e Chiesa cattolica. Lo scandalo è evidente.
Le cose si complicano, poche settimane dopo, quando, il 17 febbraio 1965, una bomba scoppia davanti ad un palazzo apostolico. E’ accusato Claudio Volonté che ha, nel suo lontano e rinnegato passato fascista, già compiuto un atto simile.
Volonté offre come alibi l’aver passato la notte dell’attentato con Dominique, con la quale convive da tempo. L’attrice è fermata, interrogata, minacciata. La stampa la presenta come amica (amante) del terrorista.
La sua carriera inizia a declinare. La modificazione dei gusti del pubblico e l’eco dello scandalo fanno scemare le offerte di lavoro.

L’Occitania

Avviene qui la scoperta dell’occitanismo, legato alla sua fanciullezza, alle origini, alla lingua sempre parlata in casa e per lungo tempo definita dialetto, patois. Linguisti, studiosi iniziano ora a rivalutare la storica langue d’oc che ha percorso il sud della Francia, sino alla crociata contro gli Albigesi, ma che è rimasta come parlata in più regioni francesi e nei contrafforti alpini italiani.
A Frassino è arrivato da Nizza, Francois Fontan, in gioventù monarchico, poi anarchico, trotskista, quindi fondatore del Partito nazionalista occitano (PNO). Perseguitato in Francia per il suo appoggio alla guerra di liberazione algerina, emarginato per la sua omosessualità, si sposta in Italia, dove inizia a costruire una rete basata sul nazionalismo occitano, sull’ipotesi che il riscatto delle valli montane passi anche dalla autonomia politica (Stato come meta finale e, come tappe intermedia la regione o la provincia occitane), in un intreccio di riferimenti a Marx, a Wilhelm Reich, a una utopica Europa divisa secondo la base linguistica.
Si legano a lui molti giovani, affascinati dall’ipotesi di riscatto della montagna e dalla proposta culturale (radici, riferimenti), da una tesi che lega la comunità occitana (valli piemontesi, meridione della Francia, una piccola valle sui Pirenei, un’isola linguistica in un paese della Calabria) alle altre minoranze linguistiche in Italia (francesi, tedeschi, sloveni, albanesi, grecanici, sardi…1).
Ancora Antonio Bodrero (barba Toni), poeta, preside della scuola media di Sampeyre, condotto all’occitanismo da Gustavo Buratti (Tavo Burat), socialista libertario biellese e studioso di lingue e dialetti, e dall’incontro, fondamentale, con Fontan.
Dominique è attiva, dà aiuti finanziari (il primo ciclostile), suscita stupore partecipando, nei piccoli paesi della valle a volantinaggi dove si rivendicano la lingua, le differenze culturali, la specificità economica e demografica, propria di una realtà sottosviluppata e spopolata. Compare lo slogan: Vogliamo vivere al paese, contro la migrazione economica che significa anche cancellazione delle specificità culturali. Si chiede l’applicazione dell’articolo della Costituzione che riconosce le minoranze linguistiche.
Ai temi complessivi si legano quelli locali; la prima campagna (1968) riguarda l’opposizione alla speculazione edilizia che trasforma molti villaggi di montagna in centri turistici, con alberghi, palazzoni…
La presenza di una attrice, mediaticamente conosciuta, produce anche qualche risultato sulla stampa e sulla TV nazionale: servizi, articoli, una presenza in uno spettacolo di Pippo Baudo, il documentario Occitani d’Italia.
La prima presenza di una lista alle elezioni comunali di Frassino è un flop, nonostante le molte preferenze raccolte da Dominique. Migliori saranno i risultati locali successivi. Frassino eleggerà a sindaco Dino Matteodo, molto attento ai problemi della montagna. Non si può non citare Sergio Berardo, il maggior esponente della musica occitana in Italia (gruppo Lou Dalfin).
Non vi è qui lo spazio per valutare le vicende successive del Movimento autonomista occitano (MAO), sigla assunta dalla formazione di Fontan. Incidono sulla sua modificazione – il passaggio di Bodrero su posizioni “piemontesiste” e moderate, con il totale rifiuto di un presunto marxismo del MAO stesso – il progressivo spostamento su posizioni istituzionali, legate anche alla nascita di centri culturali occitani, – non ultima causa la prematura scomparsa di Fontan (dicembre 1979), su cui Mainardi offre osservazioni profonde:
Il vero rivoluzionario si vede più nel fallimento che nella vittoria gloriosa… Si potrebbe pensare che i nemici più temibili di chi vuole cambiare il mondo siano la polizia, i benpensanti, i preti, i borghesi e via dicendo. Invece no: il vero avversario, a lungo andare, è la solitudine, l’assenza di prospettive. Perciò Fontan aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto in tutti questi anni: politica a tempo pieno, notte e giorno (p. 165).
E riporta il giudizio di un sociologo francese:
Credo che Fontan assommasse troppi elementi di marginalità: nazionalista occitano in un paese che non sapeva ancora pronunciare il proprio nome; omosessuale in un movimento occitano largamente dominato dagli stessi pregiudizi culturali e sessuali dei popoli colonizzatori; ridotto allo stato di miseria in una società dominata dai criteri della riuscita sociale; autodidatta in domini riservati agli accademici… I marginali trovano più facilmente la loro collocazione tra i poveri, gli oppressi, quelli che non hanno più voce, perché coloro che sono imbavagliati sanno riconoscere chi parla per loro (p. 166).

La Cina è vicina

In parte  intrecciata alla militanza occitanista è la scoperta di Servire il popolo, la formazione “filo cinese” che ha avuto, per breve fase, maggiore dimensione e che ha richiesto ai/alle militanti maggiore identificazione e impegno personale, militanza intensa, sino ad un culto acritico per il capo (quell’Aldo Brandirali che poi finirà in Comunione e liberazione). Dominique vi arriva, avendo conosciuto Lou Castel, inquieto attore di un cinema impegnato (I pugni in tasca, Grazie zia, Francesco d’Assisi…). L’attore dà al partito gran parte dei propri guadagni (e in parte, Dominique lo segue), offre impegno intenso, sino a trasferirsi nel meridione per costruire l’organizzazione. Dichiarato indesiderabile, viene espulso dall’Italia, nonostante una forte campagna di sostegno. E’ un nuovo colpo per Dominique, che nel 1968 ha visto finire il rapporto, intenso, con Claudio Volonté.
E’ nell’ambito di Servire il popolo che l’attrice (continua a recitare in piccoli film, avendo perso l’occasione per parti importanti) conosce Rudi Assuntino, musicista e regista che dirige la Lega del vento rosso (per la cronaca ne fa parte, per qualche tempo, anche Pierangelo Bertoli).
Nel 1975, l’attrice interpreta un ruolo difficile nel film Faccia di spia di Giuseppe Ferrara. E’ irriconoscibile e ben diversa dalla bellezza fisica ostentata in tante produzioni, Licia Pinelli,  moglie dell’anarchico, nell’episodio che rievoca la tragedia di piazza Fontana. Il film è di nicchia, ha scarso successo, anche se l’episodio dimostra le potenzialità artistiche, mai sfruttate di Dominique.

Il ritiro. La baita

Faccia di spia è l’ultimo film dell’attrice franco-italiana. La scelta è di abbandonare una attività che poco le ha dato, umanamente e oramai, anche economicamente. La decisione è di cambiare radicalmente vita, andando a vivere a Frassino, in una baita a 1100 metri di altezza, dedicandosi a coltivare la terra, allevare animali (per una fase, a filare maglioni di lana).
E’ un ritorno alla propria fanciullezza, agli anni di semplicità vissuti nell’immediato dopoguerra, appena intervallati da alcuni progetti cinematografici (non realizzati), qualche episodica presenza televisiva. Si intrecciano l’orrenda notizia della tragica morte (suicidio, 1977) di Claudio Volonté, qualche rifiuto a tornare a recitare, la scomparsa da ogni presenza pubblica.
Non a caso, Mainardi chiude le 180 pagine del testo con la domanda (retorica): Che fine ha fatto Dominique Boschero?

Sergio Dalmasso

  1. Cfr. Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, 1975.[]
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