La posizione UE sull’attacco della Turchia nel nord-est della Siria

di Paola
Boffo

di Paola Boffo –

Il Consiglio dei ministri degli esteri dell’Unione Europea, tenutosi lunedì scorso ha adottato conclusioni sulla situazione della Siria alla luce degli ultimi sviluppi nel paese conseguenti all’azione militare della Turchia nel nord-est del Paese, che dovranno essere adottate dal Consiglio europeo di giovedì 17 ottobre.

Per la questione della moratoria sulla vendita di armi, sulla quale alcuni Stati membri avevano già assunto posizioni unilaterali per il blocco immediato del rilascio delle licenze di esportazione di armi alla Turchia, non si è raggiunta una posizione unitaria: non ci sarà dunque un embargo della Ue, ma ogni Stato membro potrà decidere come procedere. Al quinto punto delle conclusioni si decide che “Il pertinente gruppo di lavoro del Consiglio si riunirà nel corso della settimana per coordinare ed esaminare le posizioni degli Stati membri in materia.”, a proposito della decisione di bloccare immediatamente il rilascio delle licenze di esportazione di armi alla Turchia.

Il Consiglio richiama le disposizioni della posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, compresa la rigorosa applicazione del criterio 4 sulla stabilità regionale. 

La posizione comune 2008/944/PESC dell’Unione europea sulle esportazioni di armi, adottata dal Consiglio dell’UE dell’8 dicembre 2008, stabilisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, con l’obiettivo di rafforzare la convergenza delle politiche degli Stati membri dell’UE in materia di controllo delle esportazioni di armi, essendo in ultima analisi tali esportazioni di competenza nazionale. Si tratta dell’unico accordo regionale in materia di esportazioni di armi convenzionali giuridicamente vincolante.

La posizione comune definisce otto criteri comuni (norme minime) che devono essere presi in considerazione dagli Stati membri al momento di valutare le domande di licenza d’esportazione di tecnologia e attrezzature militari:

  1. il rispetto degli obblighi e degli impegni internazionali degli Stati membri dell’UE, in particolare delle sanzioni (compreso l’embargo sulle armi), degli accordi internazionali, degli accordi concernenti la non proliferazione, nonché degli altri obblighi internazionali;
  2. il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale da parte del paese destinatario;
  3. la situazione interna del paese destinatario. Gli Stati membri rifiutano licenze di esportazione di tecnologia o attrezzature militari che provochino o prolunghino conflitti armati o aggravino tensioni o conflitti in corso nel paese di destinazione finale;
  4. i rischi alla pace, alla sicurezza e alla stabilità regionali. Gli stati membri rifiutano licenze di esportazioni. Gli Stati membri rifiutano licenze di esportazione qualora esista un rischio evidente che il destinatario previsto utilizzi la tecnologia o le attrezzature militari da esportare a fini di aggressione contro un altro paese o per far valere con la forza una rivendicazione territoriale;
  5. la sicurezza nazionale degli Stati membri e dei paesi amici e alleati;
  6. il comportamento del paese acquirente nei confronti della comunità internazionale, compresa la sua posizione in materia di terrorismo, natura delle sue alleanze e rispetto del diritto internazionale;
  7. il rischio di sviamento nel paese acquirente verso utilizzatori finali o una destinazione finale non autorizzati;
  8. la compatibilità delle esportazioni di armi con la capacità tecnica ed economica del paese destinatario, tenendo conto che gli Stati dovrebbero essere in grado di soddisfare le loro esigenze in materia di sicurezza e difesa con una diversione minima di risorse umane ed economiche per gli armamenti.

La posizione comune lascia impregiudicato il diritto degli Stati membri di applicare politiche nazionali più restrittive.

 

Dunque non saranno introdotte sanzioni nei confronti di Ankara per l’invasione in Siria, ma soprattutto le posizioni dei Paesi sono variegate e risulta impossibile, ancora una volta, che l’Europa assuma una importante iniziativa comune. Su tutto pesa la minaccia della Turchia di non trattenere i rifugiati siriani fuggiti dal conflitto per i quali nel marzo del 2016 i paesi Ue hanno deciso il pacchetto d’aiuti alla Turchia, per fermare l’esodo verso le nazioni europee.

Va anche detto che il blocco delle licenze riguarda forniture di armi nel futuro e non ha alcun impatto sulla capacità di azione della Turchia, che ha il secondo esercito della Nato. La Nato ha chiesto ad Erdogan “moderazione”. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Nel frattempo l’esperienza del Rojava subisce un attacco ferale, gli equilibri geopolitici si trasformano con una velocità impensabile e al settimo giorno di offensiva, per la Turchia i morti curdi sono oltre 500. 

Le conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri di oggi [14 ottobre 2019]: 

Nord-est della Siria: il Consiglio adotta conclusioni

L’UE invita la Turchia a cessare l’azione militare unilaterale nel nord-est della Siria

  1. Il Consiglio rammenta la dichiarazione dell’alto rappresentante a nome dell’Unione europea, del 9 ottobre 2019, ed esorta nuovamente la Turchia a cessare la sua azione militare unilaterale nel nord-est della Siria e a ritirare le sue forze.
  2. L’UE condanna l’azione militare della Turchia che compromette seriamente la stabilità e la sicurezza dell’intera regione, aumentando le sofferenze dei civili, provocando ulteriori sfollamenti e ostacolando fortemente l’accesso all’assistenza umanitaria. Così facendo, rende di gran lunga più difficili le prospettive del processo politico guidato dalle Nazioni Unite per raggiungere la pace in Siria. Minaccia inoltre notevolmente i progressi compiuti sinora dalla coalizione internazionale per combattere il Daesh, evidenziando come il Daesh resti una minaccia per la sicurezza europea nonché per la sicurezza della Turchia, regionale e internazionale.

L’Unione europea mantiene il suo impegno a favore dell’unità, della sovranità e dell’integrità territoriale dello Stato siriano. Queste possono essere garantite solo attraverso un’autentica transizione politica, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il comunicato di Ginevra del 2012, negoziata dalle parti siriane nel quadro del processo di Ginevra a guida ONU.

  1. La Turchia è un partner fondamentale dell’Unione europea e un attore di cruciale importanza nella crisi siriana e nella regione. Le preoccupazioni della Turchia in materia di sicurezza nel nord-est della Siria dovrebbero essere affrontate con mezzi politici e diplomatici, non con azioni militari, e conformemente al diritto internazionale umanitario.
  2. I costanti sforzi della comunità internazionale, anche in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU, volti ad arrestare questa azione militare unilaterale sono quanto mai necessari. Il Consiglio chiede una riunione ministeriale della coalizione internazionale per combattere il Daesh al fine di valutare come proseguire gli sforzi della coalizione nel contesto attuale.
  3. A tale riguardo, e tenuto conto del perdurare dell’azione militare della Turchia e delle sue drammatiche conseguenze, l’UE rammenta la decisione presa da alcuni Stati membri di bloccare immediatamente il rilascio delle licenze di esportazione di armi alla Turchia. Gli Stati membri si impegnano in ferme posizioni nazionali in merito alla loro politica di esportazione di armi alla Turchia, sulla scorta delle disposizioni della posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, compresa la rigorosa applicazione del criterio 4 sulla stabilità regionale. Il pertinente gruppo di lavoro del Consiglio si riunirà nel corso della settimana per coordinare ed esaminare le posizioni degli Stati membri in materia.
  4. L’UE ricorda che non fornirà assistenza alla stabilizzazione o allo sviluppo in settori in cui i diritti delle popolazioni locali sono ignorati o violati. L’UE rimane impegnata a proseguire i suoi sforzi volti ad affrontare in maniera efficace la grave crisi umanitaria e dei rifugiati in funzione del mutare delle necessità.

 

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