Sabato 7 febbraio ho partecipato all’iniziativa della Rete del dissenso organizzata da Ginevra Bompiani e da Pier Giorgio Ardeni che aveva come sottotitolo “Come coordinare il dissenso – su quali contenuti – come dargli una prospettiva politica”. Si è trattato di una iniziativa a cui transform!italia ha aderito nel solco della convergenza che ha avuto un punto di maturazione importante nell’assemblea No Kings di Bologna e il cui prossimo appuntamento nazionale consiste nella manifestazione del 28 marzo a Roma.
Non intendo fare un resoconto di tutti i molteplici e ricchi contenuti dell’incontro perché qui accanto potrete trovare l’articolo di Pier Giorgio Ardeni che li presenta. Piuttosto vorrei soffermarmi su una esigenza che è stata posta dalla Rete del dissenso anche prima dell’evento di sabato: il coordinamento dello scambio di informazioni sulle realtà e le iniziative che si moltiplicano – anche fuori del nostro paese – contro la guerra, la deriva autoritaria, la precipitazione dello scontro tra dominati e dominanti.
Porsi questa esigenza significa anche porsi il problema della comunicazione e della comunicazione digitale in particolare.
Infatti una parola richiamata nell’incontro ma che sentiamo pronunciare sempre, anche a Bologna è “urgenza”. Anche quella di reagire alla triade di malinformazione, misinformazione, disinformazione che ci viene quotidianamente comminata come parte dell’esercizio di un potere di parte, e a cui si aggiunge la censura che già viene esercitata di fatto e che verrà imposta con le leggi sulla propaganda antisemita. La distorsione del diritto all’informazione e la censura non sono solo antidemocratiche e eversive verso la costituzione: integrandosi con un progetto di presa del potere hanno un immediato effetto nel determinare i rapporti di forza – quelli sociali in primo luogo – e si integrano con la svolta autoritaria e militarista che si vuole imprimere al vivere civile.
In questo senso credo che una battaglia per una comunicazione accessibile, libera e autonoma avrebbe un carattere politico e che questi obiettivi dovrebbero rientrare a pieno titolo in qualsiasi piattaforma programmatica.
Non mi dilungo a ripetere cose già abbondantemente risapute; richiamo brevemente un paio di premesse prima di passare a qualche fatto.
La prima è costituita dall’enorme sviluppo dell’info-comunicazione tramite internet, prescindendo dal fatto non trascurabile che la connessione a internet connette meno della metà degli abitanti del pianeta e cioè quella più sviluppata. Strettamente connessa a esso troviamo la diffusione dei social che per la maggioranza delle persone costituiscono strumenti indispensabili per fruire di internet. L’appropriazione privata di questi spazi, la loro gestione opaca, la monetizzazione delle loro funzioni più efficaci come è risaputo sono estremamente problematiche da ogni punto di vista.
La seconda premessa consiste in alcune conseguenze dello stesso successo sociale di questi strumenti e della loro accessibilità. Diffusione e accessibilità hanno contribuito a far sottovalutare i limiti e i meccanismi interni dei social e hanno indotto una specie di fiducia sul fatto che la comunicazione si possa risolvere nell’uso di strumenti sicuri, neutri, “tecnici”.
Non intendo richiamare a lungo la vostra attenzione sulla storia del conflitto che si è riflesso e sviluppato nel mondo del digitale. Anche se è una storia che merita considerazione e rispetto, è vero che non costituisce un motivo sufficiente per identificare la comunicazione alternativa nel digitale come la forma naturale, necessaria e bella e pronta per la comunicazione delle lotte. Ma va tenuta presente, esplorata, compresa politicamente come parte non irrilevante del conflitto, forse più ricca di strumenti di quel che si pensi.
Sarebbe necessario colmare un gap di conoscenza e di strumenti: pensate a quanto sarebbe stato importante monitorare in settembre e ottobre e nei mesi successivi l’andamento della comunicazione in rete per leggere – ad esempio – le curve di utilizzo della parola “genocidio” e le sue associazioni con altre parole. Sono strumenti che esistono, lo sappiamo: esistono ottimi software da utilizzare ma che hanno costi per noi proibitivi. Altr3, sicuramente, lo fanno quotidianamente attraverso la forza del potere declinato in uso della tecnologia. Invece le nostre forze coincidono, come sempre, con la capacità delle persone di mobilitarsi e potrebbero essere decisive a meno che noi stessi non ne facciamo a meno.
Prima di concludere, vorrei richiamare anche la parola “organo” con cui si definivano i giornali e le riviste nella storia degli oppressi: organo del partito… organo di questo o di quel soggetto organizzato e soprattutto organo delle lotte. So che la problematica dell’organizzazione è per fondati motivi lontana da aver trovato una chiarificazione tra noi e mi rendo conto che la convergenza in atto è un processo complesso, non univoco, e ha bisogno di una ricerca libera e non pregiudicata di forme e di strutture. Eppure, credo che tornare a considerare la possibilità che comunicazione e informazione siano organi della lotta sarebbe molto importante.
Prima di Bologna scrivevo che mi sembrava sbagliato arrivare a quell’assemblea senza porre sui tavoli anche il problema della comunicazione.
Torno a chiedermi (con un interesse in cui non è assente il bisogno di non sentirmi più isolato di quanto mi senta, di non pensarci isolati) quale sia la comunicazione che si è attivata per le mobilitazioni piccole e grandi, 4 ottobre compreso. Posso essere certo che un ruolo cruciale lo hanno avuto le immagini del genocidio giunteci da Gaza – sappiamo a quale prezzo –, l’insostenibilità delle risposte del governo e quel “blocchiamo tutto” che ha tradotto l’insopportabilità in azione.
Riesco a comprendere con meno facilità come e quanto si sia diffusa la parola d’ordine “No Kings”, “No ai Re” nelle sue varie possibili declinazioni, nella sua ricchezza di significato: mi mancano i dati – per dirla con un termine informatichese… – ma mi manca anche l’avere notizia di un lavoro specifico, indirizzato in quel senso, ma forse è un limite personale.
Sono certo che in tant3 siamo impegnat3 per l’appuntamento del 28 marzo ma sul versante comunicativo credo siamo indietro e la diffusione è minore di quanto avrebbe potuto essere se avessimo lavorato assieme ai canali di comunicazione ciascuno a partire dalle proprie differenze e particolarità. Non per misurarci tra noi, ma per misurarci assieme con quel “compito da far tremare i polsi” che condividiamo persino nell’espressione. In quel compito è presente la contesa degli spazi di comunicazione sottrattici dai potenti e per starci dobbiamo cercare di fuoriuscire andando oltre le nostre usuali attività di comunicazione. Non è possibile iniziare a farlo troppo presto.
Buone lotte, buona comunicazione.
Giancarlo Scotoni
