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La lotta ai poveri in difesa del lavoro povero

di Federico
Giusti

Per ben tre volte, in questa legislatura, il Governo Meloni ha provato a far passare alla chetichella un articoletto, inserito in alcune proposte di legge (dalla legge di bilancio al decreto PNRR per intenderci), che avrebbe impedito ai lavoratori di fare causa ai datori per ricevere le spettanze dovute.
Sono evidenti i legami tra Governo e settori padronali, parliamo delle imprese che sottopagano i loro dipendenti aggirando l’articolo 36 della Costituzionale. 
Tra la fine del 2019 e il secondo trimestre del 2023 le retribuzioni orarie nel privato, eccezion fatta per l’agricoltura, si sono ridotte di oltre 10 punti percentuali per poi risalire di tre punti fino al secondo trimestre del 2025. Il problema della perdita del potere di acquisto c’è ma per Bankitalia la soluzione non dovrebbe essere a carico dello Stato.

È paradossale assegnare al bilancio pubblico la funzione di recuperare il potere di acquisto quanto dovremmo invece attingere direttamente dalla redditività delle imprese.  Ma è questione di scelte politiche o forse solo di mera sudditanza rispetto ai padroni, certo che la crescita dei salari reali, o meglio adeguarli semplicemente al costo della vita. Per Banca Italia la crescita delle buste paga andrebbe collegata all’aumento della produttività del lavoro, ridottosi di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019, per noi tagliare le tasse alle imprese per poi   ridurre le prestazioni dello Stato sociale è una scelta operata solo per favorire i processi di privatizzazione e di smantellamento del welfare.
Una volta tanto decisivo è stato l’intervento del Presidente della Repubblica che ha fermato il Governo evidenziando l’incostituzionalità dell’emendamento anche se sarebbero stati necessari, e opportuni, interventi analoghi per evitarci l’ignominia dei pacchetti sicurezza. Con questo emendamento sarebbero venuti meno i presupposti giuridici per esigere le differenze retributive e contributive tra il contratto nazionale applicato e quello invece rivendicato e più attinente al settore di appartenenza (parliamo dei contratti siglati da sindacati maggiormente rappresentativi).
La questione è nota, o dovrebbe esserlo se l’informazione non venisse ridotta a una velina del Governo: l’emendamento avrebbe annullato innumerevoli ricorsi dalla Magistratura di lavoratori che rivendicano la applicazione di un contratto favorevole avvalendosi dell’art. 36 della Costituzione. 

Cosa dice questo articolo?
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Il lavoratore potrà quindi inviare una prima lettera di diffida al datore e in caso di vittoria in giudizio le spettanze dovute partiranno dalla data di invio della lettera, una effettiva tutela dovrebbe tuttavia prendere in considerazione anche i periodi precedenti alla lettera scritta. Spesso rivendicare un contratto di miglior favore non è la soluzione migliore perché ci sono contratti nazionali applicati e siglati dalle organizzazioni sindacali rappresentative con una paga oraria veramente bassa. Ma se confrontiamo questi CCNL con i contratti pirata si capisce la differenza fermo restando che un salario dignitoso è una nozione ancora controversa vista la erosione del potere di acquisto in atto e supportata anche dalle inique norme in materia di contrattazione. Apriamo ora dunque una riflessione, certi che la questione non finisca qui, dopo tre tentativi non si daranno per vito e alla prima occasione giusta ci riproveranno!

Federico Giusti

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