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“La guerra continua”

di Raffaele
D'Agata

Questo sembra essere tutto ciò che il ceto politico dominante del regime di Bruxelles arriva a concepire ─  e tentare di imporre per quanto possa ─ dopo il fallimento e la radicale metamorfosi scomposta della strategia euro atlantica elaborata e attuata in questo secolo.

Finora, insomma, le guerre mondiali sono restate due e sembrano destinate a restare due nel prossimo futuro (tanto è vero che questo articolo può essere scritto, e che siamo qui). Ma le grandi guerre europee sono ormai diventate tre.
Il resto del mondo può non essere portato ad enfatizzare e solennizzare ciò quanto noi, che magari rischiamo di farlo a causa di qualche residua inerzia mentale che ci induca a sentirci ancora centrali e determinanti nel globo. Per fare soltanto un esempio, un sessantenne sopravvissuto alla lunghissima e sterminata triturazione di carne umana vivente che si svolse nelle trincee dello Shatt-el-Arab durante gli anni Ottanta del secolo scorso avrebbe oggi da sorridere con amara compiacenza di ogni nostra percezione di eccezionalità e di conseguente sgomento. Ma se la terza guerra europea non costituisce purtroppo niente di eccezionale in un’epoca come la nostra, tuttavia il modo in cui finirà, e sarà seguito da sviluppi, può essere rilevante anche in senso globale.
Per il momento, la terza guerra europea (cominciata esattamente un secolo dopo la prima, cioè nel 2014, e durata quindi più del doppio finora) sembra avviarsi a cessare innanzitutto per effetto della vittoria della Russia e della sconfitta dello strano blocco formato dall’Ucraina, fornitrice di carne da cannone, e dall’Unione Europea, fornitrice di armi e supporto logistico e tecnologico tanto in modo diretto quanto tramite gli Stati Uniti fino alla recente defezione da parte di Washington.
La defezione di Washington, per l’appunto, sta intanto concedendo o meglio riconoscendo la vittoria alla Russia qualunque cosa ne pensi il personale politico dirigente dell’Unione Europea riconciliato per l’occasione con il già sdegnoso Regno Unito. E questo personale, nei suoi distinti ruoli al di qua e al di là della Manica, reagisce a ciò con costernata confusione d’idee unita a risentimento. Complessivamente, reagisce in un modo che è poco definire scomposto.
Cominciamo dalla confusione d’idee. I Macron, i Merz, (a parte i dirigenti conservatori di destra o di sinistra del Regno Unito, che hanno avuto un ruolo propulsivo autonomo fin dall’inizio quasi riprendendo la tradizione ottocentesca della russofobia jingoista) hanno lungamente creduto o voluto credere alla narrazione ideologicamente atlantista circa il senso e gli scopi della guerra. Hanno cioè accettato il pesantissimo sacrificio di interessi che questa comportava (o meglio, lo hanno dettato ai loro popoli) come uno spiacevole ma inevitabile effetto collaterale, giustificato da una nobile causa. Per ragioni ancora da spiegare (per inerzia, forse?) questo ceto non ha voluto vedere (essendo impossibile che non lo abbia visto) una delle ragioni  della originaria strategia  americana verso l’Europa orientale e contro la Russia, inizialmente costituita da una forte pressione verso l’allargamento dell’Unione Europea e quello della Nato (strettamente complementari di fatto), assecondata e premiata con l’entusiastico concorso di Romano Prodi tra il 2004 e il 2013.
Non casualmente, questa pressione è servita a battere e liquidare la visione autonoma delle possibilità e del ruolo di una Unione Europea ancora erede della Cee degli anni Settanta e Ottanta e delle sue significative sfumature di terzietà ai tempi della guerra fredda, specialmente dopo che Francia e Germania rifiutarono di approvare e sostenere l’aggressione contro l’Irak, e furono messe fuori gioco mediante l’accerchiamento formato ad Ovest da Aznar, Berlusconi e Blair, e ad Est dalla cosiddetta “Nuova Europa” (così battezzata e benedetta da Washington) a tanto germanofoba quanto russofoba trazione polacca.
L’Unione Europea che sta uscendo oggi, sconfitta, dalla guerra finora combattuta con il suo denaro, i suoi mercenari, e i giovani ucraini sacrificati in trincea, si presenta fortemente impoverita, scossa da brividi nello spirito de suoi popoli, piuttosto limitata nelle sue possibilità di interagire positivamente con il resto del mondo. Ma non si tratta ─ ecco il punto ─ di un risultato imprevisto. Al contrario, si tratta di un risultato che l’attiva interferenza di Washington nelle lotte politiche ucraine (a loro volta anche suscitate) fino al colpo di Stato di Maidan e al successivo sabotaggio e alla conseguente emarginazione di residui sforzi distensivi da parte di dirigenti europei ancora lucidi come Angela Merkel ─ l’innesco, insomma,  di una guerra prevista e voluta ─ mirava ad ottenere.
Il ceto politico dirigente del regime di Bruxelles, centralmente e nelle sue maggiori e prevalenti articolazioni nazionali, è insomma responsabile di un disastro epocale di cui dovrebbe essere chiamato a rendere conto almeno con l’uscire di scena. Esito tutt’altro che facile, questo, tra le desertiche rovine di strumenti di controllo e di partecipazione democratica animati un tempo da grandi partiti eredi di grandi culture, che confuse approssimazioni e saccente superficialità prevalenti per decenni ai loro vertici hanno svuotato  e snervato dall’interno.
Secondo una narrazione dei fatti e delle prospettive che oggi riceve credito immeritato, si tratterebbe adesso di risollevare l’Unione Europea dal suo stato di immiserimento e di irrilevanza dotandola di strumenti come una vera e propria Costituzione, che innanzitutto privi i singoli governi nazionali di diritto di veto, e insomma la trasformi in un vero e proprio Stato federale. Strada molto lunga, se ovviamente si escludono inquietanti colpi di forza, e soprattutto sbagliata.
Si parla anche di riempire un vuoto creato dalla defezione americana con massicci investimenti nel campo della preparazione militare. A parte tutto quello che ciò implica quanto a scelte di ostilità pregiudiziali e permanenti verso l’esterno, è notevole quanto ciò corrisponda alle presenti attese americane proprio mentre si afferma di ergersi con la schiena dritta di fronte agli insulti di Trump e compagni. Vedere una Unione  Europea (ma innanzitutto una Germania) intenta a produrre missili e carri armati, e magari acquistare roba del genere proprio dagli Usa, può apparire molto più soddisfacente che vederla intenta a mettere in campo ben più minacciose automobili e altri minacciosi beni civili tecnologicamente e commercialmente competitivi, qualora i dazi non bastassero.
A queste idee confuse e sbagliate, contrapporre criticamente prospettive sensate è più facile che perseguirne e attuarne di fatto. Nemmeno però ha senso rassegnarsi a concludere che le idee non contino. Che non conti, per esempio, correggere l’antistorica e antigeografica idea di Europa che consiste nell’identificarla nell’attuale regime di Bruxelles, nel tenerla divisa additando una sua storica parte, cioè la Russia, come una realtà comunque aliena e nemica, nel tenere nel vago gli effettivi limiti spaziali che concorrano a definire l’idea stessa fino a guardare per esempio nientemeno che al Caucaso, e nel presumere che una tale indeterminatezza possa e debba diventare un grande ed unico Stato.
Conta invece criticare veramente a fondo l’idea di sovranità a favore di un progetto di interdipendenza globale; conta assumere i principi e le istituzioni delle Nazioni Unite come fonte superiore ed efficace di diritto;  e conta rianimare in tale contesto la Conferenza per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (nell’Europa tutta) come loro articolazione regionale.

Raffaele D’Agata

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