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La crisi di Sumar e il rischio di frammentazione irreversibile della sinistra spagnola

di Franco
Ferrari

La sinistra radicale spagnola sembra da decenni destinata a seguire un andamento ciclico e dopo una fase di ascesa e costruzione di strutture unitarie trovarsi proiettata verso un contesto di crisi e frammentazione. Il ruolo di strumento di confluenza di tendenze politiche diverse collocate a sinistra della socialdemocrazia è stato svolto per molto tempo da Izquierda Unida, sorta nel 1986 attorno ad un Partito Comunista in profonda crisi e colpito da diverse scissioni. Dopo una fase di ascesa, sotto la guida carismatica di Julio Anguita, anche IU ha dovuto sopportare un periodo di declino e la fuoriuscita di correnti polarizzate sia sulla destra, verso il PSOE, che verso sinistra.
L’affermarsi di Podemos, caratterizzato dal tentativo di mettere in pratica le ricette del populismo di sinistra, ha interrotto la fase ascendente di IU. Il nuovo movimento guidato da Pablo Iglesias è risultato decisamente più in sintonia con la pressione “degagista” (“se ne vadano tutti”) esercitata dal movimento degli Indignados. In una prima fase Podemos ha rifiutato accordi con IU, ritenendo che questa rappresentasse una vecchia sinistra ormai non più in grado di intercettare il nuovo senso comune di vasti settori popolari. Il contesto politico ed elettorale ed il tentativo di strappare il primato al PSOE ha poi spinto alla formazione di un progetto politico unitario che metteva insieme Podemos (nel quale veniva messa in minoranza la componente populista post-ideologica “pura” di Errejon) e Izquierda Unida, nella quale pure non tutti condividevano la prospettiva unitaria.
Unidos Podemos, poi ribattezzato Unidas Podemos per intercettare il forte movimento femminista, non riusciva a compiere il sorpasso ma condizionava il PSOE favorendone un certo spostamento da posizioni socialliberali ad un profilo più socialdemocratico.
Il passaggio da formazione populista a forza politica di governo ha inevitabilmente creato difficoltà a Podemos ed in particolare al suo leader Pablo Iglesias che non è riuscito del tutto a caratterizzare il suo ruolo di governo in linea con la narrativa che lo aveva sorretto all’opposizione. Dimessosi dal governo, dopo la sconfitta nelle elezioni di Madrid combattute all’insegna dell’antifascismo, Iglesias ha trasmesso il proprio ruolo di leader a Yolanda Diaz, comunista ma in quel momento allontanatasi da Izquierda Unida.
Yolanda Diaz è sembrata poter incarnare, anche per la propria personale popolarità, il ruolo di una forza che riusciva a combinare un profilo alternativo con la capacità di ottenere risultati in termini di misure politiche concrete come la revisione delle leggi sul lavoro di impronta ultraliberista o l’aumento del salario minimo.
Attorno alla Leadership di Yolanda Diaz si è costruita una nuova coalizione, Sumar, nella quale confluivano Podemos, molto indebolito, Izquierda Unida e organizzazioni con un radicamento locale come i Comuns catalani, Compromis di Valencia, Mas Madrid, collegata al movimento politico costituito da Errejon dopo la sua rottura con Podemos, ma con una identità propria.
Dal punto di vista elettorale Sumar ha avuto un certo successo, ottenendo 3 milioni di voti e più del 12% anche se restava per un soffio dietro all’estrema destra di Vox.

Tutta la fase successiva alle elezioni ha però segnato una perdita di credibilità e di direzione politica di quello che da coalizione che doveva unire tutta la sinistra radicale è diventato un altro soggetto politico a fianco di quelli preesistenti. Una serie di errori e scelte politiche quantomeno discutibili hanno portato a disperdere rapidamente la credibilità ottenuta nella fase pre-elettorale. La decisione di escludere alcune figure di primo piano di Podemos prima dalle liste elettorali e poi dai ruoli di governo ha portato all’autonomizzazione di questa forza politica che ha accentuato la sua posizione critica nei confronti del resto della sinistra. Le elezioni europee del 2024, nelle quali Sumar e Podemos si sono presentati separatamente, hanno consentito a quest’ultimo di riuscire a ridefinire un proprio spazio politico, benché con dimensioni molto lontane dalla sua fase di ascesa.
Nella formazione delle liste per le europee l’europarlamentare uscente di Izquierda Unida, Manu Pineda è stato collocato in posizione a rischio, ed infatti non è risultato eletto, per lasciare spazio a candidature che non avevano un vero retroterra politico ed elettorale.
Sumar si è pertanto trasformato da potenziale progetto unitario in una coalizione indebolita dalla fuoriuscita di Podemos e dalla presa di distanza di Izquierda Unida sovrapposta ad un movimento politico autonomo, alla cui guida non si trova più Yolanda Diaz. Il principale portavoce di Sumar è ora Ernesto Urtasun, ex europarlamentare di Iniciativa per Catalunya, sorta dalla scissione dell’anima moderata dal tronco del comunismo catalano e poi confluita nei Comuns di Ada Colau. Al Parlamento europeo Iniciativa per Catalunya aderiva al gruppo verde avendo abbandonato quello unitario della sinistra. Una scelta che era coerente con il tentativo, fallito, di trasformare Izquierda Unida, in formazione orientata più sull’ecologismo e i movimenti post-materialisti ché su una identificazione di classe.
Al di là delle questioni contingenti (come l’abbandono politico di Errejon per accuse relative a molestie sessuali) e delle scelte politiche errate oltre che inutilmente divisive, il progetto di Sumar ha mostrato alcuni problemi di fondo che sono stati ben sintetizzati da Eoghan Gilmartin su Jacobin.
Il primo è segnalato dal politologo Mario Rios, citato da Gilmartin: “Nell’attuale panorama politico la governance è necessaria, ma non è lo strumento principale per attrarre votanti e vincere le elezioni. La politica odierna è basata sullo scontro tra modelli, valori e visioni del mondo. Al contrario, Sumar è basato sull’idea che gli elettori vogliano soluzioni ai problemi che devono fronteggiare. Focalizzarsi solo su politiche come il salario minimo o la riduzione della settimana lavorativa senza collocarle in una visione più ampia può condurre solo alla sconfitta elettorale”.
A questo si deve aggiungere che i margini per ottenere risultati concreti, nel nuovo contesto economico e politico globale sembrano destinati a restringersi, anche se è ancora aperta l’iniziativa per la riduzione della settimana lavorativa. La Spagna è relativamente meno esposta di altri Paesi all’offensiva trumpiana sui dazi, ma resta l’impatto della nuova politica di riarmo messa in campo dalla Commissione europea.
Inizialmente Sanchez sembrava cercare di sottrarsi a questa pressione limitandosi ad un’operazione contabile con la quale spostava alla voce “spese militari” altri fondi destinati in senso lato alla “sicurezza”. Ma le ultime dichiarazioni prospettano invece un incremento reale di spesa superiore ai 10 miliardi. Una scelta che è apertamente contestata sia da Podemos, che si considera ormai più fuori che dentro la maggioranza parlamentare che sostiene il governo Sanchez, come da Izquierda Unida che invece è pienamente parte del governo.
La crisi sollevata dal contratto di acquisto di munizioni da Israele è stata superata dalla decisione governativa di fare marcia indietro, ma lascia aperto il problema degli equilibri interni alla coalizione e della tendenza dei socialisti a mettere gli alleati di fronte a situazioni di fatto non concordate o ad utilizzare le trattative con i partiti catalani (soprattutto i liberisti di Junts) per contrastare le richieste di politica socio-economica che provengono dalla sinistra.
Gilmartin indica due altri elementi problematici nella vicenda di Sumar. Innanzitutto di essersi costituito principalmente contro Podemos e in secondo luogo di progettare la ricostruzione della sinistra radicale spagnola attorno ad una personalità e quindi di essere dipendente dalla popolarità di Yolanda Diaz, anziché di utilizzare la fase di ascesa per costruire un’organizzazione radicata nei territori. Lo stesso limite che ha avuto Podemos.

Il quadro della sinistra risulta pertanto piuttosto complicato, benché complessivamente, se si considerano anche alcune formazioni nazionaliste come il Blocco Nazionale Galiziano o EH Bildu nei Paesi Baschi, il consenso superi ancora il 10% dei voti.
Podemos accentua i suoi caratteri di forza di opposizione, mentre Sumar tende a sottolineare il suo ruolo di forza che dal governo può ottenere risultati concreti. Da parte sua Izquierda Unida cerca di trovare un’altra strada, certamente difficile, per ottenere che la sinistra radicale non arrivi frammentata alle prossime elezioni politiche, come sarebbe inevitabile se si contrapponessero tre progetti: Podemos, Izquierda Unida, Sumar. Un’eventualità che al momento non si può escludere.
Izquierda Unida ha rivendicato il proprio ruolo nel bloccare l’accordo con Israele ma resta comunque difficile mantenere il proprio ruolo di partito di governo e di forza che si propone di impedire che la destra spagnola torni al potere, difendendo contemporaneamente alcune posizioni politiche importanti. Una combinazione che si è rivelata complicata per tutte le formazioni politiche di sinistra alternativa.
IU, che sconta anche differenze interne, resta la forza che dispone di una maggiore presenza militante ed una significativa rappresentanza elettorale a livello locale. Come scriveva El Pais il 28 aprile scorso, “solo IU può presentarsi, nel conglomerato delle sinistre, con un muscolo municipale. Certamente poco se comparato con il PP e il PSOE o anche con il BNG in Galicia o i nazionalisti nei Paesi Baschi o in Catalogna però è presente in 1.600 municipi”.
Izquierda Unida ha preso posizione sulla questione del riarmo pubblicando nel marzo scorso un manifesto intitolato “La pace è il cammino”. Occorre frenare la deriva bellicista e riarmista – sostiene la forza politica di cui sono parte i comunisti – e a questa va contrapposta una politica di sicurezza e difesa propria dell’Europa sotto l’egida del diritto internazionale e delle Nazioni Unite. Sono indicati diversi obbiettivi per puntare ad un nuovo sistema di sicurezza comune sulla base delle premesse contenute nella carta delle Nazioni Unite, l’atto finale di Helsinki del 1975, la Carta di Parigi del 1990 e il rapporto di Olof Palme del 1982.
IU respinge qualsiasi aumento delle spese militari e chiede “al governo spagnolo che capeggi le proposte di pace, respinga l’invio di truppe o armi che sarebbero benzina per il conflitto in Ucraina e chiede che la Spagna esca dalla NATO e costruisca a partire dalla OSCE una politica di sicurezza comune e condivisa che garantisca una pace duratura e giusta nel nostro continente e nel mondo”. 

Mentre la Spagna esce degli effetti del gigantesco blackout che l’ha accecata, anche la sinistra dovrà trovare una strada che eviti il doppio pericolo della subalternità e della marginalità. La ricostruzione di un movimento di contestazione della guerra e del riarmo sembra un passaggio indispensabile nell’attuale contesto europeo e globale.

Franco Ferrari

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