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La catastrofe iniziata 77 anni fa

di Stefano
Galieni

“Hanno incatenato la sua bocca / e legato le sue mani alla pietra dei morti. Hanno detto: ‘Assassino!’, / gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere / e lo hanno gettato nella cella dei morti. / Hanno detto: ‘Ladro!, / lo hanno rifiutato in tutti i porti, / hanno portato via il suo piccolo amore, / poi hanno detto: ‘Profugo!’. / Tu che hai piedi e mani insanguinati, / la notte è effimera, / né gli anelli delle catene sono indistruttibili, / perché i chicchi della mia spiga che va seccando / riempiranno la valle di grano”.
Sono i versi duri e laceranti di Mahmoud Darwish, poeta e scrittore palestinese, tra i più importanti del mondo arabo, che ha narrato, fino a quando è vissuto, l’orrore della guerra, dell’oppressione, dell’esilio. Era nato ad al-Birwa, un villaggio che, come tanti, è stato distrutto dalle truppe israeliane non ora, non dopo il 7 ottobre 2023, che sembra essere divenuto la giustificazione di un genocidio, ma durante la Nakba, 77 anni fa. Ora il villaggio non c’è più, nemmeno si menziona sulle mappe geografiche. Il suo, come tanti, è stato distrutto, mentre una parte consistente della popolazione che vi abitava è dispersa in Libano, in Giordania, in tutti gli angoli del mondo, o – peggio ancora – , nei campi profughi presenti nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in quello Stato di Palestina che secondo tante risoluzioni Onu doveva sorgere ma che non è mai sorto.

Gli scontri fra milizie israeliane giunte nel nuovo Stato e popolazione palestinese erano già iniziati nel 1947, il 9 aprile 1948 le milizie di Irgun e Lehi radevano al suolo il villaggio di Deir Yassin, nei pressi di Gerusalemme, gran parte dei civili furono trucidati. In un contesto di guerra che coinvolgeva anche i paesi circostanti, Israele impose di fatto l’esodo forzoso da quelli che ancora oggi vengono chiamati i “territori del 1948” e che vennero formalmente annessi. C’è una data considerata cardine per ricordare quella che i palestinesi chiamano Nakba (catastrofe, distruzione, esilio), centinaia di migliaia di fellahin (contadini), con mogli e figli lasciarono in fretta e in furia le proprie abitazioni, portando con sé, come racconta un altro grande poeta dell’esilio, Ghassan Kanafani, la chiave della propria casa, nella speranza di un ritorno che non si è mai realizzato. Anche le parole di Kanafani facevano paura, tanto è che nel luglio del 1972 venne ucciso a Beirut, ovviamente da agenti israeliani.

Ricordare cosa sono stati questi 77 anni di guerra infinita –  di occupazione, di espropriazione di terre, distruzione di case, uccisione di oppositori, giornalisti, intellettuali, artisti, di sradicamento degli olivi, di costruzione di muri per bloccare il movimento di uomini e donne, di impossibilità di accedere all’istruzione, di avere un lavoro, di apartheid che si è realizzato goccia dopo goccia, dividendo quella che chiamano Cisgiordania in territori separati fra loro e realizzando insediamenti popolati da coloni armati e decisi a prendersi le terre migliori – è necessario. Ricordare il silenzio e l’ipocrisia delle grandi potenze, Usa e UE in prima fila, l’inaffidabilità dei regimi arabi a parole solidali ma nei fatti interessati al proprio ruolo geopolitico, ci costringe a dire che il genocidio non è cominciato l’8 ottobre di 2 anni fa. Che la volontà di sterminio, di proseguire la deportazione, fino alla fine, fino alla realizzazione di quella grande Israele senza confini e senza limiti, sia destinata a proseguire è cosa acclarata. Che viviamo in paesi complici in cui migliaia di persone si mobilitano ormai ogni settimana per porre fine a questo massacro. È altrettanto scontato ma, in quelle che consideriamo democrazie affermate, le piazze sembrano non contare. I piani di Netanyahu sono già stati resi noti. Invadere Gaza e procedere ad ulteriori deportazioni, avere, 77 anni dopo, una nuova Nakba. La Palestina non si arrende e continua a resistere, sta a noi alzare ancora di più la voce contro i nostri governi e ottenere almeno un primo cessate il fuoco. Non solo per solidarismo e internazionalismo ma perché la fine di Gaza e l’intensificazione delle violenze in Cisgiordania segneranno la fine di qualsiasi ipotesi di pace e di giustizia in tutto il pianeta.

Stefano Galieni

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