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L’occasione mancata del Pd: serve una nuova narrazione

di Pier Giorgio
Ardeni
Se l’è cavata con poco, la segretaria Pd, persino dopo aver ascoltato la giovane Virginia Libero affermare che «non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». Certo, Libero si riferiva alle destre (e ha poi fatto dei distinguo, ex post, per non essere troppo “fuori linea”), ma la posizione del Pd non appare essere quella.
Ad ascoltare Elly Schlein c’è stato di che rimanere stupiti. Ma pensa forse che basti dire che «continueremo a sostenere il popolo di Kiev»? Che l’UE deve «avere una politica estera univoca, forte, che rappresenti tutti i 27, altrimenti rischiamo di non poter accompagnare l’unica pace giusta che non è la resa alle ragioni dell’aggressore»?
Ma del popolo del Donbass, di tutti i russi e russofoni che vivono in Ucraina, perché non si preoccupa mai nessuno? Non c’è solo «il popolo ucraino», ci sono anche altri popoli, in Ucraina. Come si può sostenere che serve «prendere un’iniziativa, di scegliere un negoziatore europeo», quando l’Europa è sempre stata dalla parte di Kiev?
Perché Elly Schlein, e con lei tutti i dirigenti del Pd con pochi distinguo, continuano con questo discorso monco?
Vorrei sentirli, per una volta, allargare quel discorso: in Ucraina c’erano delle minoranze – che sono maggioranza in alcune aree del Paese – che sono state non solo “bistrattate” ma represse. Dopo il rovesciamento del presidente eletto nel 2014, la repressione contro i russi e i russofoni del Paese cominciò in grande stile (e questa storia i media occidentali, al tempo, la raccontarono proprio così). La Russia, in tutta risposta, decise di annettersi unilateralmente la Crimea. E i russi del Donbass chiesero più autonomia, fino a dichiarare la secessione. Il che scatenò l’esercito di Kiev, dando luogo ad una guerra civile che fu ben sanguinosa (sotto gli occhi indifferenti dell’Occidente, mentre lavorava in incognito la CIA e tutto l’apparato Nato). E questa è storia nota.
Avrei voluto, per una volta, sentire parole di cesura, come ad esempio: noi critichiamo l’allargamento della Nato – cosa che avremmo dovuto fare a suo tempo – come critichiamo di aver portato le nostre “difese” militari fino ai confini russi – «il cane che abbaia nel cortile di casa», come disse papa Francesco – volendo fare dell’Ucraina l’avamposto per far dissolvere, “dal di dentro”, l’impero russo. Così come critichiamo l’aggressione russa, critichiamo anche l’avere voluto volgere le vicende ucraine a favore nostro e della Nato. Fino a sostenere uno dei regimi più corrotti del mondo. Perché non spendere mai, dico mai, una parola sul “grado di democrazia” del regime ucraino, perché non chiedere il rispetto delle minoranze, la concessione di autonomia? Altro che pace “giusta”! Ma giusta per chi? Per il popolo ucraino? O per i popoli (plurali) che vivono in Ucraina?
I militanti Pd reclamano una scelta a favore del no al riarmo, dell’interruzione dell’invio di armi a Zelensky, della cessazione del supporto al suo regime senza contropartite. E viene da pensare che davvero – per ragioni di oscura “realpolitik” – i dirigenti del Pd preferiscano stare dalla parte del bellicismo UE – targato Von Der Leyen e appoggiato da quasi tutti i 27 governi, incluso il nostro – piuttosto che prendere una posizione autonoma.
E passi che non sia di sinistra – ma che pena – ma mal si concilia con tutto il resto che ora si promette: di investire in sanità, scuola e spesa sociale. Ed è contro all’idea, per la quale si dovrebbe lavorare, di un mondo multipolare che affronti i temi che davvero ci riguardano, le emergenze del clima, dell’intelligenza artificiale e del poter delle Big tech, delle enormi disuguaglianze.
Ora, può anche darsi che Giuseppe Conte sostenga di non voler mandare più armi a Kiev per aggraziarsi i tanti che vogliono dire basta al riarmo e alla guerra, ma almeno la sua è una posizione più coerente. E con lui anche quelle di Fratoianni, Bonelli e Acerbo. Perché, dunque, il Pd continua a fare orecchie da mercante, in linea più con Brussels che con il suo popolo? E come pensa di mettere insieme un fronte progressista a partire da un campo che per quanto largo appare oggi così minato?
Le campane della storia stanno suonando. E tutti i progressisti (quanto meno i socialdemocratici d’Europa) stanno perdendo un’occasione per cambiare discorso, per introdurre una nuova “narrazione”. Perché non è solo questione di “no al riarmo” e nemmeno di “pacifismo”. I progressisti, le sinistre, stanno perdendo di vista quei ceti popolari per i quali, anticamente, si auspicava il “progresso”, appunto, contro la conservazione dello status quo, e l’emancipazione. Ed è fin troppo ovvio che quei ceti, smarriti, dimenticati, composti da migliaia di esclusi, che vivono ai margini, il richiamo anti-UE e anti-riarmo si traduce nelle parole semplici di meno assistenza, meno protezione sociale, meno intervento statale. E seguono le destre estreme con i loro richiami ancestrali: via gli immigrati (così ce n’è di più per noi), no alla spesa militare (che poi sia contro la Russia, fa poca differenza).
E qui sarebbe necessaria un’altra narrazione. Che parli di un mondo diverso, che è possibile, che finalmente metta in discussione questa Nato, nata come alleanza difensiva e trasformatasi, negli ultimi trentacinque anni, in offensiva, dal Kosovo all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, deponendo despoti come in un Far West (da Osama Bin Laden a Saddam a Gheddafi, tutti uccisi in nome di un’autorità non conferita da nessuno). Che racconti di un altro modo di impostare i rapporti internazionali, smettendola con i due pesi – contro l’autocrate Putin, ma in buoni rapporti con Netanyahu, Erdogan e i despoti sauditi – e che si richiami ad un ordine internazionale che rimetta al centro le Nazioni Unite. Che porti un messaggio diverso: la cooperazione è possibile – lo era ai tempi della guerra fredda – e lo è un ruolo di “ponte” della UE. Il prossimo anno ci saranno elezioni in Italia, Spagna, Francia e Grecia. I Paesi europei del Mediterraneo si facciano portatori di un messaggio nuovo, contro-corrente, contro il mainstream dell’establishment militare e delle Big Tech. Che non c’è alcun bisogno di aumentare la spesa in armamenti: la spesa militare dei Paesi Nato, nel 2025, è stata pari a 1.581 miliardi di dollari, il 55% della spesa militare mondiale. La spesa militare dei Paesi europei della Nato è stata di 559 miliardi (di cui 119 solo della Germania), maggiore della spesa combinata di Cina e Russia. Non c’è dunque alcun bisogno di aumentarla e dobbiamo dire di no. È possibile, si insista. E si ripensi piuttosto ad un ruolo dello Stato come promotore di benessere, si ripensi a quanto i ceti popolari hanno perso in questi anni: in termini di reddito, di distribuzione, di protezione sociale. Questo è ciò che dovrebbe venire dai progressisti: non solo un fronte contro un governo autoritario, securitario e fondamentalmente fascista, ma un fronte per il progresso e la tutela di quelle masse che oggi siedono ai bordi di una tavola che non è stata imbandita per loro. E agire uniti, non come gregge sparpagliato (perché, ad esempio, Schlein solleva il tema di energia e ambiente, dopo che sono usciti i dati sul ritardo italiano nella produzione di rinnovabili, rivolgendosi direttamente a Meloni, senza consultare gli alleati?).
L’orologio della storia avanza, il suo ticchettio è inesorabile, ma se non vogliamo precipitare nelle apocalissi che ci vengono evocate ogni giorno – quella ecologica, quella tecnologica e quella della guerra mondiale – dobbiamo agire adesso.

Pier Giorgio Ardeni

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