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Israele indica, Piantedosi esegue. Il securitarismo in tempo di guerra

di Stefano
Galieni

È, mentre scriviamo, sceso il silenzio sulle inchieste che hanno portato a 9 arresti a Genova e in altre città italiane, 25 indagati, perquisizioni nelle sedi di alcune associazioni a Milano, Monza Firenze, Roma, Bologna, Torino, Modena, Bergamo e Lodi, basate – per quanto emerso finora – unicamente sull’accusa di sostegno al terrorismo, in particolare ad Hamas, che non trova riscontri. Secondo gli inquirenti e sulla base di prove fornite da Israele al governo italiano di cui è legittimo dubitare, i fondi raccolti, dalla fine degli anni Novanta ad oggi oltre 7 milioni di euro, da diverse associazioni benefiche come “La Cupola d’Oro”, quella di solidarietà col popolo palestinese “La Palma” ed altre aventi comuni matrici islamiche, sarebbero servite a sostenere Hamas. Questa, come noto, è considerata da UE e USA (oltre che ovviamente da Israele), organizzazione terroristica, per il resto del mondo è un partito politico legalmente costituito, con un’organizzazione militare come è inevitabile se si è sottoposti ad occupazione. Il principale arrestato è Mohammad Mahmoud Hannoun, presidente di API (Associazione dei Palestinesi in Italia), già in passato inquisito e assolto da simili accuse, che non nega di essere simpatizzante di Hamas ma dichiara di non farne parte. Ma prima di riprendere le vicende connesse a queste indagini è opportuno fare un passo indietro.

Da tempo e in tutta Europa, sono frequenti inchieste simili che cercano di realizzare teoremi ancora da dimostrare in base ai quali il sostegno, anche solo attraverso l’espressione del proprio pensiero, verso la causa o la resistenza palestinese, diviene terrorismo.
E facciamo alcuni esempi: Ahmad Salem è cresciuto in un campo profughi in Libano, ha 24 anni. Giunto in Italia ha chiesto asilo ma si è ritrovato in custodia cautelare durante l’audizione alla Commissione territoriale per la richiesta d’asilo in quanto sul suo telefono (art. 414, istigazione a delinquere e 270 quinquies, auto-addestramento con finalità di terrorismo, del codice penale) gli sono state contestati alcuni video online salvati da cui sono state estrapolate frasi decontestualizzate. La ragione? Invitava alla mobilitazione contro il genocidio a Gaza e alla sollevazione in Cisgiordania. Ahmad condannando – come non condividerlo – l’immobilismo del mondo arabo e musulmano davanti ai crimini commessi da Israele. L’accusa è di “propaganda jihadista”, in base a ciò è detenuto da 8 mesi nel carcere di Rossano Calabro. L’assurdità è anche nel fatto che gli stessi video per il cui possesso è accusato erano già usciti sui principali giornali italiani ed europei e sono stati anche trasmessi in televisione.
Un caso isolato? No. Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh sono accusati, a diverso titolo e rischiano pesanti condanne, di associazione con finalità di terrorismo. Yaeesh è in carcere e sotto processo al tribunale de L’Aquila perché, “unitamente alla resistenza palestinese della Cisgiordania” avrebbe partecipato, insieme ai suoi amici, “moralmente” alla lotta armata contro l’occupante. È andata meglio ad Ali Irar, per ora liberato, mentre Mansour Doghmosh ha dovuto anche passare alcuni giorni, col timore di essere deportato, nel Centro Permanente per i Rimpatri di Ponte Galeria a Roma.

Un fenomeno resistenziale, sancito come diritto dall’ONU, viene ricondotto dalla magistratura nella categoria del terrorismo ancorché al legittimo diritto alla autodeterminazione dei popoli. Su Anan Yaeesh, di cui ha sollevato il caso la parlamentare M5S Stefania Ascari, pende la richiesta di estradizione da parte del governo di Tel Aviv. In prima istanza, le “prove”, acquisite nelle prigioni israeliane grazie ai metodi di interrogatorio dello Shin Bet, in cui veniva negato ogni diritto alla difesa, erano state rigettate. Ora sono state invece, almeno in parte acquisite e per loro i rischi aumentano. La ragione? Aver sostenuto la resistenza (come?) a Tulkarem, in Cisgiordania. Secondo l’accusa facevano parte della cellula militare denominata “Gruppo di Risposta Rapida Brigate Tulkarem”, articolazione delle “Brigate dei Martiri di Al-Aqsa”. Gli inquirenti considerano queste organizzazioni terroristiche, ma evidentemente seguono poco  la questione palestinese. Anche se fosse vero – e parliamo di concorso morale per quanto ne sappiamo – si tratterebbe del braccio militare di Fatah, di cui a breve ricorre il 61° anno dalla nascita. Fatah rappresenta la maggioranza nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi rappresentanti sono ricevuti in tutto il mondo, Italia compresa, come interlocutori politici fondamentali per avviare qualsiasi percorso  di pace, il suo leader, che è anche il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, è stato recentemente invitato alla festa del Partito della Presidente del Consiglio e contemporaneamente esponenti della stessa organizzazione sono accusati di terrorismo. Sarà quindi un giudice della Corte d’Assise di L’Aquila, con una sentenza che verrà emessa il 16 gennaio, a stabilire se sia legittima o meno la resistenza armata a un paese occupante e se si possano considerare civili dei coloni che prendono possesso di territori altrui, difendendoli attraverso presidi militari ed effettuando nuove offensive armate.
Fin dalle sue prime battute, infatti, il processo che vede imputati nella città abruzzese tre uomini palestinesi per terrorismo internazionale – accusati di aver programmato azioni della cui attuazione non è emerso alcun riscontro – si è tramutato in un processo alla resistenza palestinese, Qualcosa non quadra. Viene in mente che forse, a forza di applicare il termine “terrorismo” solo a quelle forze la cui esistenza è sgradita a chi comanda si rischia di compiere grotteschi scivoloni. E qui subentrano due riflessioni politiche. Per Israele è legittimo uccidere, anche in altri Stati sovrani, esponenti politici ritenuti ostili e considerati terroristi, è legittimo espellere dal territorio illegalmente occupato giornalisti, medici, infermieri, operatori umanitari. Per Israele è legittimo che i coloni attuino sistematiche violenze nei confronti degli abitanti in Cisgiordania, sottraendo terra e acqua, che poi viene rivenduta ai proprietari, abbattendo ulivi, uccidendo o ferendo persone. Ci sono documenti, riprese video in cui coloni e soldati mostrano con disprezzo misto ad orgoglio la propria volontà di dominio che diviene oppressione e apartheid.
Di materiale per accusare esecutori e mandanti di tali reati ce n’è a bizzeffe e in molti casi sarebbe opportuno utilizzare per questi il termine “terrorismo”. Come altro definire i racconti sguaiati di militari che si vantano di aver fatto tiro a segno con i bambini gazawi, gareggiando fra loro su chi ne ha uccisi di più? O come definire i casi di abusi e torture che avvengono nelle carceri israeliane su detenuti palestinesi, spesso senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa? E se, come emerso recentemente, nelle prigioni avvengono abusi sessuali mediante bastoni? È tortura? Evidentemente nell’“unica democrazia dell’area” la risposta è no. Tanto è che ad essere sotto inchiesta sono le persone che hanno fatto trapelare tali testimonianze.
Questi sono solo alcuni dei casi più noti ma i prigionieri palestinesi o sostenitori di tale causa, nelle prigioni italiane e nei tribunali, aumentano. Tutti in base a prove fornite direttamente da Israele. Anzi in alcuni casi i due Stati sembrano collaborare perfettamente e in splendida armonia, come per la vicenda di Khaled El Qaisi. Studente italo palestinese (ha la madre italiana), promotore del Centro Documentazione Palestinese a Roma, nell’agosto 2023 decide di andare in vacanza nel proprio Paese di origine con sua moglie e il figlio di 5 anni. È stato arrestato dalle autorità israeliane al valico di Allenby, tra Cisgiordania occupata e Giordania, senza che gli fosse contestato alcun reato, né tanto meno fosse formulata alcuna accusa. Liberato, per sua fortuna, una settimana prima dell’attacco del 7 ottobre, ha dovuto accettare una sorta di arresto domiciliare in casa di parenti a Betlemme. Solo l’intervento del consolato italiano e solo dopo aver impiegato altri due mesi per recuperare il passaporto, a dicembre è potuto tornare in Italia.

Ma tornando alle operazioni e agli arresti del 27 dicembre scorso, dopo questo excursus necessario, vale la pena riprenderne le fila. Hannoun, 62 anni, architetto, considerato al vertice di questa “filiera del terrore” che non ha terrorizzato nessuno e le cui intercettazioni sono state diffuse, durante l’istruttoria ai giornalisti tanto per sbattere già i mostri in prima pagina, si è avvalso, al primo interrogatorio, della facoltà di non rispondere alle domande. Una scelta doverosa non esistendo un vero e proprio impianto accusatorio. Nessuno ha trovato armi o esplosivi, unicamente banconote da inviare o tracciati di soldi già inviati alle associazioni caritatevoli, né progetti per compiere attentati. Queste le sue uniche parole trapelate: “Mi reputo un simpatizzante di Hamas come di ogni fazione che lotta per i diritti del mio popolo, i politici mi accusano di esserne un leader per infangare me e chi mi si avvicina per partecipare a incontri o progetti per la Palestina. È una bufala che sia un leader di Hamas”. Ovvio che se le associazioni come quella di cui è presidente hanno inviato fondi per sostenere le famiglie gazawi abbiano dovuto, almeno dal 2007 – dopo la vittoria elettorale di Hamas – rapportarsi con sindaci, amministratori, funzionari e dirigenti di quello che è appunto un partito politico, non equiparabile ad Al Qaeda o all’Isis. Hannoun fa parte, ufficialmente, del board of directors della European Palestinians Conference, secondo le risultanze investigative, “avrebbe destinato, nella raccolta di fondi indicata come avente fini umanitari per la popolazione palestinese, una parte rilevante (più del 71%) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni ad essa collegate o da essa controllate e di altre articolazioni dell’organizzazione terroristica, concorrendo a versare, direttamente o indirettamente, all’organizzazione terroristica, a partire dal 18 ottobre 2001 e fino a oggi, ma soprattutto a seguito degli eventi del 7 ottobre 2023, ingenti somme di denaro, pari a 7.288.248,15 euro”. Le “associazioni collegate” sono quelle di solidarietà ma che non svolgono alcuna attività militare, quindi i soldi non dovrebbero certo essere serviti per acquistare armi o esplosivo. E se questo è vero – peraltro con quelle somme non si mantiene una milizia – è lecito domandarsi come sia possibile far giungere risorse dopo il 7 ottobre quando ogni passaggio di valuta come di cibo e di cure è stato negato? Fonti israeliane, le stesse che hanno portato al Viminale i presunti capi di imputazione, hanno provato a rilanciare l’accusa dicendo che anche grazie a quei soldi è stato possibile realizzare l’attacco ai civili considerato, secondo Israele e i suoi alleati, all’origine di ogni cosa. I legali che seguono la difesa degli accusati hanno sezionato le oltre 300 pagine dell’istruttoria senza trovare alcuna reale ipotesi di reato o di affiliazione ad organizzazione di attentati e/o crimine.

A meno che non si consideri reato far sopravvivere qualche bambina al genocidio. Le associazioni solidali presenti sul territorio hanno in gran parte un orientamento islamista ma è motivo valido per vietare l’ingresso di aiuti? Un elemento interessante lo riassume l’avvocato penalista Alessandro Diddi che in una recente intervista ha messo in discussione uno degli assi portanti dell’accusa: l’uso di documenti di intelligence come base probatoria. Il lavoro investigativo è complesso ma c’è un punto dirimente: “I report dei servizi segreti, così come i dossier militari, non sono prove. Nel diritto penale – spiega – l’accusa di terrorismo non può fondarsi su deduzioni o automatismi, ma sulla dimostrazione di atti terroristici concreti, riconducibili agli indagati”. Di questi, secondo i legali degli arrestati e degli indagati in altre città, non c’è alcuna traccia.
L’impianto accusatorio scricchiola, così come è accaduto in simili tentativi operati in passato in Germania, Francia, Belgio e Spagna. Le indagini si sono lì arenate per evidente insussistenza dei  capi di accusa. Ma questo sembra non bastare. Impunemente Israele ha diramato una lista assurda di organizzazioni internazionali e di ONG accusate di sostenere il terrorismo, fra queste MSF, la Charitas, Save The Children, Oxfam, che nulla hanno lontanamente a che fare nemmeno con il mondo islamico.

Lo scopo dell’operazione guidata dal ministro dell’Interno italiano in evidente sintonia con quello di Tel Aviv, ha come unica, reale motivazione quella di screditare, intimidire e terrorizzare quella parte della solidarietà che nasce nei centri islamici per additarli come ennesimo spazio di connessione del terrorismo internazionale. In un sistema di cerchi concentrici portando il terrore fra i palestinesi, poi fra gli uomini e le donne di religione musulmana privi di cittadinanza italiana, si vuole raggiungere l’obbiettivo di silenziare la solidarietà alla Palestina. Screditando gli arrestati, infervorando gli animi con continui attacchi islamofobici si vorrebbe far passare per anime ingenue coloro che, solidarizzando con chi subisce un genocidio in realtà finanziano il mostro terrorista. Poi finirà che le accuse decadranno ma intanto il danno è fatto e non solo si fiacca la mobilitazione e il sostegno a chi ancora, da neonato, muore di freddo in quelle tende a Gaza, ma chi sarà scagionato resterà marchiato per sempre. Si sta tentando di coinvolgere nell’inchiesta anche l’imam di Torino Mohamed Shahin, da 20 anni in Italia, con famiglia e due figli, già accusato da una parlamentare di FdI – condannata in Cassazione per peculato – di sostegno al terrorismo. L’uomo, considerato dal vescovo del capoluogo piemontese come persona del dialogo, in base al fatto che aveva partecipato a manifestazioni e dichiarato di sostenere la resistenza palestinese, era stato preso mentre accompagnava i figli a scuola, gli era stata revocata la carta di soggiorno ed era stato trasferito nel CPR di Caltanissetta. Ora è libero, grazie ai suoi legali e nonostante in Sicilia non abbia potuto ricevere una adeguata difesa. Il trattenimento è stato revocato e, a seguire, in corte d’appello, anche il diniego all’ottenimento del diritto d’asilo è sospeso. Ha rischiato e rischia tutt’ora, in base a quello che col ddl “sicurezza” ormai legge è stato definito “terrorismo della parola”, di essere rispedito nel suo Paese di origine, l’Egitto dove l’appartenenza alla Fratellanza Musulmana, che non è considerata organizzazione terroristica, equivale lì ad essere nemici dello Stato e della pubblica sicurezza. Insomma per lui si aprirebbero le porte del carcere in quello che solo in alcuni Paesi UE è considerato “sicuro” e democratico.

Sono segnali inquietanti questi, che hanno una lunga storia ma che si vanno radicando, tanto nei provvedimenti legislativi che nell’informazione. La “trumpizzazione” della società, basata sulla logica del law and order, sul trionfo della vigilanza sistemica come complesso di norme coercitive, si sperimenta in questo modo, su persone considerate estranee e nemiche e della cui sorte importa a pochi. Ma nulla impedisce che si possa estendere ad ogni altro elemento capace di farsi portatore di sano conflitto.

Stefano Galieni

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