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Interrogativi sull’eurocomunismo

di Franco
Ferrari

Nei giorni scorsi la Fondazione francese Gabriel Peri ha organizzato un seminario dedicato ad illustrare alcune ricerche in corso sull’eurocomunismo. Il taglio dell’incontro è stato caratterizzato soprattutto da un approccio storiografico che si è arricchito negli ultimi anni dalla crescente possibilità di accedere agli archivi, inclusi quelli dell’ex Europa socialista (ad esempio la SED della Germania orientale). Ma analogo interesse si registra anche tra alcuni giovani politologi che analizzano l’eurocomunismo alla luce delle esperienze in atto negli ultimi anni nella sinistra radicale europea.

Valga per questo una citazione da un saggio pubblicato dal politologo francese Fabien Escalona sul Socialist Register del 2017, intitolato “The Heritage of Eurocommunism”:

“Nonostante le differenze (fra la situazione degli anni ’70 e quella attuale, ndr) diversi dibattiti strategici della sequenza eurocomunista sono rilevanti ancora oggi. Essi riguardano la capacità della sinistra radicale di sfuggire sia alla marginalità che alla normalizzazione; in altre parole, di approcciare il potere senza che il desiderio di trasformazione sia assorbito o liquidato dalle istituzioni esistenti. Nei fatti, l’eredità eurocomunista è ricca di ispirazioni (nella ricerca di una via di mezzo tra la socialdemocrazia e l’estrema sinistra) e di potenziali risorse (nel definire una strategia adattata alle attuali società europee e alle molteplicità di dominazioni che le attraversano), ma anche di problemi irrisolti (concernenti in particolare la relazione con lo stato capitalistico).”

Con eurocomunismo si definisce quel tentativo compiuto da alcuni Partiti Comunisti europei di riformulare una strategia di trasformazione socialista della società con una piena difesa e sviluppo di tutte le conquiste democratiche già acquisite. I principali protagonisti di questo movimento (il cui nome venne inventato da un giornalista e poi accettato con qualche perplessità anche dagli stessi soggetti politici interessati) furono i Partito comunisti italiano, spagnolo e francese guidati rispettivamente da Berlinguer, Carrillo e Marchais.

La sua presenza sulla scena politica fu relativamente breve e può essere collocata grosso modo tra il 1975 e il 1979 o 1980. Non tutti gli osservatori sono concordi nel definire quali siano le premesse storiche su cui si basò lo sviluppo dell’Eurocomunismo, ma queste si possono far risalire sia ad alcuni grandi eventi sociali e politici del decennio precedente, sia all’evoluzione interna del patrimonio di cultura politica dei diversi partiti.

Sicuramente influì la crisi progressiva del blocco socialista. Se l’invasione sovietica dell’Ungheria fu relativamente assorbita dalla base di massa dei partiti comunisti (mentre ebbe ricadute molto più pesanti sugli intellettuali), un impatto decisivo ebbe la Primavera di Praga e la sua fine traumatica dovuta all’intervento militare del Patto di Varsavia. Praga rappresentò contemporaneamente la possibilità di un rinnovamento delle società socialiste come la conferma della rigidità e della tendenza alla sclerotizzazione di quelle stesse società e soprattutto delle loro leadership.

Questa chiusura entrava in aperta contraddizione con l’emergere dei nuovi movimenti sociali di massa innestati dalla rottura del ’68 e degli anni successivi, che fu particolarmente significativa in Italia e in Francia. Il Partito Comunista Italiano utilizzò il pensiero gramsciano (e in parte anche la sua traduzione togliattiana) come risorsa per cercare di dare risposta nuove a questo doppio fenomeno (arretramento dei paesi del socialismo reale, avanzata delle richieste di cambiamento radicale in Europa e in occidente). A questi si accompagnava la rivoluzione anticoloniale nel Terzo Mondo di cui erano protagonisti sia partiti comunisti di ispirazione cominternista che nuove correnti politiche esterne a quella storia.

Il fenomeno eurocomunista ebbe inevitabilmente una doppia dimensione, quella strategica (una nuova idea di socialismo e di trasformazione in direzione del socialismo) e una dimensione più strettamente tattica. I tre partiti interessati si ponevano la possibilità di accedere, in forme diverse, al governo dei rispettivi Paesi. Berlinguer lanciò la proposta del “compromesso storico”, una formula piuttosto elastica che comprendeva una dimensione meno contingente (la possibilità di far confluire correnti politico-ideologiche di massa in una comune aspirazione al superamento del capitalismo), con quella più strettamente istituzionale (la necessità di un qualche tipo di rapporto e di alleanza con la Democrazia Cristiana).

In Francia invece, la dimensione bipolare del sistema politico, consentiva invece di puntare su un’ampia alleanza delle forze di sinistra, che poteva anche contare sull’esperienza storica del Fronte Popolare, a suo modo aureolata da una certa mitologia radicata nel sentimento popolare. In Spagna, la scommessa dei comunisti era di assumere un ruolo egemone nella sinistra, vista la preminenza avuta nella lotta clandestina contro il franchismo.

Il fatto che queste strategie politiche risultassero tutte sconfitte, ha fatto sì che l’idea di stessa di Eurocomunismo, che aveva portato nell’immediato ad una notevole produzione di analisi e studi soprattutto da parte di scienziati della politica, commentatori e giornalisti, avesse un rapido declino.

Anche in sede di ricostruzione storiografica si parla pressoché unanimemente di un fallimento del movimento. Uno degli studi recenti più ricchi, pubblicato in Spagna, di cui è autore Andrea Donofrio, si intitola: “Erase una vez el eurocomunismo. La razones de un fracaso”.

Per Donofrio, come per altri osservatori: “molti fattori impedirono il successo di questo progetto politico, condannato al fallimento per alcuni nel suo stesso atto di nascita. (…) Rappresentò più una protesta inarticolata contro un comunismo accusato per il suo carattere dogmatico e burocratico, e terminò per essere una ricerca, per tentativi e senza una direzione precisa, di un qualche comunismo nazionale e democratico. Fu incapace di rappresentare qualcosa di più di un tentativo di “rottura dottrinale e tattica” della storica dipendenza rispetto all’Unione Sovietica.”

Lo stesso Donofrio rileva anche che una delle ragioni della sua sconfitta derivarono dal fatto che era considerato “una minaccia alla stabilità politica di entrambe le due Europe. Per questo tanto gli Stati Uniti come l’Unione Sovietica ostacolarono il suo sviluppo e condivisero un interesse comune ad opporsi ai movimenti comunisti nazionali dell’Europa occidentale, mettendo freni al suo processo di sviluppo.”

Nel momento in cui si sviluppò, l’Eurocomunismo venne fatto oggetto di molte critiche sia da destra che da sinistra. Dagli ambienti più conservatori era denunciato come un semplice trucco retorico finalizzato a conquistare il consenso per poi di fatto tornare alle vecchie strategie politiche autoritarie e subordinate agli interessi dell’Unione Sovietica. Di essere insomma ancora “l’uomo con il coltello tra i denti”, come veniva rappresentato nella propaganda anticomunista sin dagli anni venti.

Dall’estrema sinistra invece veniva la critica opposta di essere soltanto un modo mascherato per trasformarsi in partiti socialdemocratici adattandosi al sistema capitalistico. (Nel corso del tempo alcuni di quelli che avevano sostenuto la critica da sinistra passarono direttamente a sostenere le tesi della critica di destra).

Tra questi due estremi si collocavano anche una serie di riflessioni critiche più articolate e sicuramente aventi maggiore fondamento. Tra queste quella di soffrire di un “deficit teorico”, ovvero, come scrive Donofrio, “la sua incapacità di presentare una strategia chiara, di sviluppare una teoria convincente e affidabile. Malgrado la sua supposta originalità e la sua differenza tanto rispetto al comunismo sovietico come alla socialdemocrazia, gli si rimproverava la sua povertà teorica, la sua incapacità di presentare un programma degno di fede e verosimile”.

Pe sfumare questo giudizio è bene ricordare che attorno al movimento eurocomunista si sviluppò un certo dibattito teorico al quale parteciparono, simpatizzando per l’azione dei partiti interessati, intellettuali di rilievo e con background culturali anche piuttosto diversi, seppure tutti collocati nell’universo marxista. Basti citare figure (non italiane) come Nikos Poulantzas, Goran Therborn, Christine Buci-Glucksman, Franz Marek, Eric Hobsbawm ed altri.

Uno degli interrogativi critici che venivano posti agli esponenti politici dell’eurocomunismo era quale fosse la differenza di fondo rispetto alla socialdemocrazia. Domanda che oggi, dato lo spostamento a destra della gran parte delle forze socialdemocratiche, dell’adesione ai fondamenti del paradigma liberista, e all’appiattimento sulle logiche del blocco atlantista (come confermano drammaticamente in questi giorni le decisioni svedesi e finlandesi di aderire alla Nato) potrebbe anche risultare superflua. In realtà alcune risposte date al tempo non sono prive di rilevanza anche per l’oggi.

Si pensi a quanto affermava un esponente della destra del PCI, uno dei sostenitori più moderati e tiepidi dell’eurocomunismo e poi protagonista della dissoluzione del partito e della sua trasformazione maggioritaria in direzione socialdemocratica e social-liberale come Giorgio Napolitano.

La differenza tra eurocomunismo e socialdemocrazia non era solo riaffermata in termini finalistici (la socialdemocrazia ha rinunciato alla prospettiva della “costruzione del socialismo”) ma anche nella individuazioni di paradigmi precisi: 1) dare contenuti nuovi e più ricchi alla democrazia promuovendo l’effettiva partecipazione delle masse alla direzione della vita economica, sociale e politica; 2) trasformare le strutture economiche e sociali; 3) realizzare cambi sostanziali nelle relazioni di potere tra le classi. (La citazione di Napolitano la riprendiamo dal libro di Donofrio).

Democrazia di massa, strutture, potere: sono i tre parametri decisivi attorno ai quali è ancora oggi possibile e necessario costruire una strategia di trasformazione sociale. La parabola di Napolitano ci indica però anche come una parte importante di coloro che parteciparono alla stagione eurocomunista transitarono poi a lidi molto più moderati. Questo pone un altro tema, che qui si può solo accennare, se all’interno dell’Eurocomunismo si debba differenziare tra una destra e una sinistra. Una distinzione che è stata introdotta in uno dei suoi ultimi interventi anche da Nikos Poulantzas, il quale si collocava nettamente nello spazio politico dell’Eurocomunismo di sinistra (in questi rifacendosi esplicitamente anche alle posizioni di Pietro Ingrao).

Per poter dare una risposta a questi interrogativi è necessaria una riflessione più ampia di quella contenuta in queste rapidi note. I contributi recenti che ho citato di Escalona e Donofrio, come quello anch’esso molto ricco e che incrocia la dimensione politologica con quella storica di Ioannis Balampanidis (“Eurocommunism. From the communist to the radical european left”) oltre alle ricerche più prettamente storiografiche di altri ricercatori (tra i quali Francesco Di Palma, Maximilian Graf, Marco Di Maggio), possono contribuire ad una riflessione non superficiale.

Franco Ferrari

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