Siamo abituati a pensare il processo di integrazione europea come un work in progress, una storia unfinished, non conclusa, con un esito ancora aperto. Gli stessi trattati, parlando di un’“unione sempre più stretta”, hanno sempre prudentemente taciuto sull’assetto finale della costruzione europea. In ogni caso, c’era chi non aveva dubbi che il futuro sarebbe stato federale, una volta superate le resistenze degli stati nazionali, i cattivi della situazione, le cui resistenze erano destinate comunque a essere travolte dalle stesse contraddizioni innescate dai primi passi dell’integrazione.
Non ricordo di aver mai condiviso questa visione teleologica fuori tempo massimo, stranamente sopravvissuta al crollo delle “grandi narrazioni”. Ma ho sempre pensato, e sono tuttora convinta, che un assetto federale sarebbe l’unico modo di assicurare una democrazia sovranazionale in Europa. In che cosa consisterebbe questo assetto federale? Naturalmente non lo sa nessuno, perché sarebbe tutto da costruire, attraverso la conversazione pubblica, il dialogo, il confronto, l’ascolto e il coinvolgimento delle tante diversità e complessità, la valorizzazione della vita e della dignità, e da qui attraverso una vera Costituzione istituente il popolo europeo sovrano – non cioè un trattato mercanteggiato dai governi e fatto cadere dall’alto, con lo scopo di costituzionalizzare i meccanismi dell’attuale governance europea, o riforme di governance suggerite da questo o quel rapporto che ha per scopo soprattutto il potenziamento della competitività. Naturalmente la prima alternativa non è all’ordine del giorno, lo è semmai la seconda, quindi non ci sarà né una vera Costituzione né una federazione europea. Non solo – alla luce degli ultimi sviluppi, quali il 28° regime, la corsa al riarmo e la “preparazione” alla guerra, il conseguente dimissionamento del cosiddetto “modello sociale europeo”, l’attenzione, per usare un eufemismo, verso il mostruoso “Board of Peace” trumpiano, l’attacco al diritto di asilo e ai diritti dei migranti, un discorso euroufficiale tutto chiacchiere e “valori europei” (a mo’ di esempio, qui c’è il testo del Manifesto di Ventotene – provate a vedere il contesto e il significato della parola “valore” o “valori”, e notate la differenza; ovviamente la prefazione dell’allora presidente del Senato Grasso non conta), mi vien da dire che non ci sarà più nessuna ulteriore evoluzione nel processo di integrazione – l’Unione Europea rimarrà un dispositivo a tutela degli interessi delle classi dirigenti e delle borghesie del continente, e di disciplina e acquiescenza per gli altri; un dispositivo che preme di volta in volta il pedale della potenza, della tecnocrazia, del populismo nazionalista, degli immancabili “valori europei”, e quant’altro, a seconda dei momenti, delle circostanze e delle necessità. Già adesso l’ufficialità UE valorizza una Giorgia Meloni rispetto a un Pedro Sánchez, nonostante la diversa rilevanza delle rispettive parti politiche nel progetto europeo. Il “processo d’integrazione” ha raggiunto la sua conclusione.
Si potrebbe obiettare che il Parlamento europeo ha una maggioranza conservatrice, la destra è al governo in molti Paesi, che altro possiamo aspettarci? Quando gli europei voteranno finalmente per i partiti di (centro)sinistra, anche le politiche europee saranno diverse e il “processo” potrà ripartire nella direzione auspicata. Magari fosse così. A prescindere dal fatto che la governance europea si basa comunque sul consenso trasversale, non si è mai sviluppata, a livello di opinione pubblica, non solo di vertice, una dialettica politica autentica fra consenso e dissenso riguardo alle singole questioni. L’unica alternativa possibile, che purtroppo per i federalisti europei è assurta a dogma, è quella esistenziale tra “Europa” e nazionalismo. In questo modo il processo d’integrazione europea è stato pesantemente condizionato dal contesto in cui si è svolto, favorendo strutturalmente determinati attori o politiche ed elidendo tout court altri. La Guerra fredda, ad esempio, ha eliminato dall’orizzonte la posizione di un’Europa “terza forza”, amica di Stati Uniti e Unione Sovietica, che aveva caratterizzato l’Unione Europea dei Federalisti nell’immediato secondo dopoguerra (qui e qui due documenti significativi). Se il progetto europeo si è concepito come un progetto di pace, le istituzioni europee non sono state da parte loro in grado di formulare politiche di pace incisive per situazioni critiche o tragiche, quali chiedeva invano un grande europeista e pacifista come Alexander Langer. Il completamento del mercato unico è avvenuto sotto il segno dei principi neoliberali, e se vent’anni fa una grande mobilitazione dal basso ha ridotto l’impatto della Direttiva Bolkestein, il trattamento della Grecia pochi anni dopo, in piena crisi dei debiti sovrani, ha messo in chiaro che non c’era posto per politiche diverse da quelle dominanti. E se fino alla pandemia di Covid il mondo di Bruxelles si presentava, in principio, in atteggiamento interlocutorio verso i cittadini europei, che sembrava in qualche modo desideroso di convincere o sedurre, ora esso appare impermeabile e indifferente, intento a parlare soprattutto ad altri stati. Gli stessi diritti di cittadinanza europea, che erano stati introdotti con gran pompa negli anni Novanta del secolo scorso, vengono lasciati discretamente cadere. Senza che nessuno se ne ricordi.
Al posto della dialettica politica, quindi, una dicotomia che si è venuta sempre più accentuando tra i “buoni europei” del momento e i reprobi da sospingere nel cono d’ombra o nell’oblio, in spazi politici che si restringono sempre di più. Opporsi a questa perversione democratica per stabilire i termini di una democrazia avanzata, quale la complessità della società europea richiede, è fondamentale non solo per costruire una sfera pubblica sovranazionale o transnazionale, ma anche per difendere la democrazia nel proprio Paese. Occorre, ad esempio, unire i puntini e cogliere le analogie tra il 28° regime e le riforme che si vogliono introdurre in Italia, dalla separazione delle carriere all’autonomia differenziata, passando per il premierato – riforme peraltro apprezzate da fior di europeisti nostrani, lontani in teoria dalla parte politica della Presidente del Consiglio.
Per questo mettono malinconia i cartelli invocanti gli “Stati Uniti d’Europa” branditi dagli europarlamentari del PD a una manifestazione al Parlamento Europeo di Strasburgo di qualche settimana fa, rinvenibile sui social: si richiama l’obiettivo che da Victor Hugo in avanti rappresenta soprattutto un progetto di pace, quale slogan di una campagna che mira tra l’altro a eliminare il diritto di veto in Consiglio (per le materie quindi che sono tuttora di competenza degli Stati), una riforma di governance, cioè, che rischia di calpestare le Costituzioni dei Paesi membri (a cominciare, nel nostro caso, dall’art. 11, come sembra peraltro promettere la presenza di Giorgio Gori in primo piano) senza che vi sia una Costituzione europea altrettanto inclusiva e condivisa, altro che Stati Uniti d’Europa! Per questo il recente appello per un “federalismo sociale” lanciato da un gruppo di intellettuali, alcuni dei quali importanti punti di riferimento per la sinistra (e miei personali), pur condivisibile nella sostanza, si appresta a cadere nel vuoto quale ennesimo appello delle buone intenzioni. Il punto è che muovere «oltre lo stadio federalista-liberale», prospettare un’Unione Europea «garante di ultima istanza della democrazia», non può essere, in queste circostanze, il passo successivo di un processo, come sembra voler dire l’appello. Il “processo” di fatto non c’è più. L’unica cosa da fare allo stato attuale è innanzitutto opporsi a dinamiche strutturali che hanno prodotto impoverimento sociale e riduzione degli spazi democratici, avanzando al tempo stesso obiettivi concreti per il futuro, che possano trovare un ampio consenso.
Solo una mobilitazione pari e più grande di quella contro la Direttiva Bolkestein (perché in gioco c’è tanto di più) e convergente su più piani può fermare la disarticolazione della vita democratica e dei diritti sociali e ambientali, nonché sbloccare e ridefinire questo “processo” che si è arenato. Nella consapevolezza che essa è solo la premessa per una Costituzione europea e una Costituzione della Terra. Difendendo pure la nostra Costituzione.
Francesca Lacaita
