articoli

In margine alla giornata del 25 gennaio

di Andrea
Amato

Esercizi di memoria in margine alla giornata di mobilitazione contro le guerre e le dittature del 25 gennaio 2020

“Mai più la guerra, mai più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!” Questo l’appello, rimasto famoso, di Paolo VI all’Assemblea delle Nazioni Unite, riunita il 4 ottobre 1965 per celebrare il ventennale della fondazione dell’Onu. La veemenza di quest’appello era incastonata in un discorso che si presentava quasi come una preghiera rivolta ai Rappresentanti degli Stati Membri, richiamando i valori fondativi di fratellanza tra i popoli delle Nazioni Unite. Non senza un richiamo che sembrava rivolto al cuore degli americani: “Ascoltate le chiare parole d’un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”. Anche quando il Papa affronta la questione del disarmo, lo fa con i toni della perorazione: “E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace…. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno”.

Nonostante questa moderazione e la preoccupazione di mantenere il discorso sulle corde della spiritualità e della moralità universale, l’intervento di Paolo VI non suscitò grande consenso. Pur essendo la prima volta che un Papa veniva al Palazzo di Vetro, molti Capi di Stato e di Governo avevano disertato la seduta. Le cronache dell’epoca raccontano che il Papa non fu accolto all’aeroporto da Lyndon Johnson, allora Presidente degli Stati Uniti, ma solo dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, U Thant. Johnson l’incontrò in un albergo di New York, al di fuori di ogni prassi protocollare. Perché questo atteggiamento che sfiorava l’ostilità? Semplicemente perché due mesi prima era cominciata la famosa escalation del Generale Westmoreland in Vietnam, dove l’attività bellica
americana era in atto sin dal 1961, all’inizio in forma coperta, poi sempre più esplicita, fino ai bombardamenti del dicembre 1964 e l’arrivo dei marines l’8 marzo 1965. Tutti avevano capito a cosa si riferisse quel “Mai più la guerra”.

Tornato a Roma dopo solo una giornata di permanenza a New York, Paolo VI si reimmerge nei lavori del Concilio Vaticano II, che si sarebbe concluso l’8 dicembre dello stesso anno; ma dove anche lì il tema del disarmo non era così scontato. L’elaborazione dell’ultimo capitolo della Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”, dedicato a “La promozione della pace e la comunità delle nazioni”, fu abbastanza travagliata e diede luogo a un testo in cui , ancora una volta, prevalgono le cautele e le mediazioni. Infatti, prima di arrivare alla condanna de “La corsa agli armamenti” (“è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.”) si sentì il bisogno di passare per alcune determinazioni che ne incardinassero e, in alcuni passaggi, ne relativizzassero la portata.

Innanzitutto la concezione de “La natura della pace”. Si capisce che l’intento è di mettere al primo posto l’inquadramento teologico della nozione di pace, prima di passare alle prescrizioni morali. Tuttavia è importante l’inizio del paragrafo: “La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita a opera della giustizia”. Affermazione che mantiene validità e attualità soprattutto nella fase storica che stiamo vivendo, in cui la questione della pace non può essere affrontata disgiuntamente da quella della democrazia.

Nel paragrafo successivo, “Il dovere di mitigare l’inumanità della guerra”, si condannano “i metodi sistematici di sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza etnica”. Era, ovviamente, ancora vivo il ricordo di quello che allora si chiamava Olocausto, e non ancora Shoah, ma si voleva anche rispondere alle accuse per i silenzi della Chiesa Cattolica sullo sterminio degli ebrei. Certamente i Padri Conciliari non immaginavano quante volte nei decenni successivi questa condanna sarebbe rimasta senza ascolto, nemmeno da parte dei cristiani; basti pensare alla Iugoslavia. Non è nemmeno certo che avessero chiaro che ciò che si condannava fosse, almeno in parte, già avvenuto in Palestina.

Nello stesso paragrafo si auspica l’istituzione di “un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci,” capace di risolvere i conflitti, ma nell’attesa o in caso di fallimento di possibili ricomposizioni, “non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa” e poi: “Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni.” E’ difficile immaginare che a questa affermazione si siano mai appellati Bush padre quando ha fatto la guerra all’Iraq per difendere i giusti diritti del popolo del Kuwait o suo figlio George W. quando ha distrutto lo stesso paese per difendere il giusto diritto del popolo iracheno ad avere finalmente una democrazia all’occidentale. Ma è certo che da essa molti cattolici si sono sentiti confortati quando hanno sostenuto la causa della “guerra giusta”.

E infine, l’ultimo passaggio è la condanna della “Guerra totale” (“Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.”). Il riferimento alle guerre mondiali e all’arma nucleare è chiaro; ma, certamente, vi si poteva leggere un’allusione a quanto stava succedendo in Vietnam. In ogni caso, non c’è un’altrettanta ferma condanna della detenzione delle armi nucleari e del loro uso a scopo di deterrenza. C’è un labile richiamano in merito, a proposito della corsa agli armamenti che “non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile”.

Nell’ultimo paragrafo, ancorché intitolato “La condanna assoluta della guerra e l’azione internazionale per evitarla”, c’è una netta presa di posizione contro il disarmo unilaterale: “Perché la riduzione degli armamenti incominci realmente, non deve certo essere fatta in modo unilaterale, ma con uguale ritmo da una parte e dall’altra, in base ad accordi comuni e con l’adozione di efficaci garanzie.”

Vale la pena di ricordare che, nell’elaborazione della Chiesa Cattolica sulla pace, c’era stato un precedente importante: l’Enciclica “Pacem in terris”, in cui, nel 1963, il predecessore di Paolo VI, Papa Giovanni XXIII, aveva preso di petto la questione del disarmo dedicandogli un intero capitolo. Vale per tutte ricordare questa affermazione: “Per cui giustizia, saggezza e umanità domandano che
venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci.”
Certo, allora il compito era più facile, perché il contesto era più favorevole alla pace. La guerra fredda godeva del periodo del disgelo. La guerra di Corea era già stata archiviata e l’aver sventato, nel 1963, il pericolo di una guerra atomica per i missili sovietici a Cuba, faceva ben sperare sul buon senso dei capi delle due superpotenze. La decolonizzazione si stava svolgendo senza spargimenti di sangue, ad eccezione dell’Algeria; ma, nonostante i colpi di coda dell’OAS, la sua indipendenza era ormai un fatto acquisito. E, soprattutto, non si erano ancora aperte le porte dell’inferno in Vietnam.

Ricordare questi ancoraggi teorici e teologici non è un esercizio ozioso perché, nonostante i loro limiti e contraddizioni, fu proprio grazie ad essi che milioni di giovani cattolici si sentirono impegnati a costruire, come si diceva allora, la “pace nel mondo”. In Italia e Francia sono sempre più numerosi i giovani che rifiutano di prestare il servizio di leva opponendo l’obiezione di coscienza. Cominciano le veglie per il Vietnam e lo slogan è “Mai più la guerra”. Uno slogan che riecheggia il grido di Paolo VI, ma che in realtà era nato subito dopo la Prima Guerra Mondiale. In Francia, nel 1919, al grido di “Plus jamais ca” l’Assemblea degli ex combattenti esprimeva l’esecrazione per gli orrori della guerra. Nel 1921 era nato nel Regno Unito il “No more war Movement”.

Alcune personalità carismatiche infiammavano la passione per la pace dei giovani cattolici italiani. Innanzitutto Giorgio La Pira che, nel novembre 1965, prima ancora della conclusione del Concilio, si reca a Hanoi per incontrare Ho Chi Min. Un altro fu Giorgio Capitini che nel 1961 aveva organizzato la prima marcia Perugia-Assisi, Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli, e fondato il “Movimento non violento”. Per la Marcia, Capitini si era ispirato a una protesta antinucleare che nel 1958 i pacifisti britannici, guidati da Bertrand Russel, avevano organizzato ad Aldermaston in Inghilterra. Un terzo punto di riferimento era rappresentato da Lelio Basso che nel 1966 aveva animato, insieme con altre eminenti personalità europee e delle tre Americhe, la prima sessione del Tribunale Russel, che Russel stesso aveva fondato insieme a Jean Paul Sartre; sessione che aveva l’obiettivo di indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito statunitense in Vietnam.

Fu proprio sul Vietnam che i giovani cattolici incontrarono il movimento pacifista laico e comunista. Il PCI aveva organizzato a Roma, alla fine del 1964, la prima manifestazione in Italia per il Vietnam: una marcia della pace che si era conclusa con una fiaccolata alla Basilica di Massenzio. La forza di mobilitazione del PCI e la sua capacità di attrazione dei giovani non comunisti sul tema della
pace, si palesò in occasione di un evento di protesta internazionale; il 27 e 28 novembre 1965, in molte città italiane si tennero raduni, veglie e cortei. A Roma ci fu una veglia al cinema Adriano, nella notte tra il 27 e il 28, alla quale parteciparono anche numerose personalità del mondo della cultura e anche molti giovani cattolici. Le manifestazioni continuarono per tutti gli anni ’60 e oltre. Per il PCI fu l’occasione per sperimentare la propria capacità di dialogo con il mondo cattolico. Numerose furono le iniziative nelle Università, teach-in si chiamavano allora, organizzate di solito da Rinascita insieme ad altre riviste come Astrolabio (ex-Azionisti), Il Ponte (liberalsocialista), le riviste della cosiddetta Nuova Sinistra, Quaderni Piacentini e Quaderni Rossi (sul Vietnam scrivevano Franco Fortini e Renato Solmi nella prima ed Edoarda Masi nella seconda) ma anche la rivista Testimonianze, espressione del cattolicesimo sociale, diretta da un’altra figura carismatica, Padre Ernesto Balducci, vicino ai cattolici del dissenso e animatore di iniziative di dialogo con i comunisti.

Dopo il Concilio, la Curia aveva fatto sulla pace enormi passi indietro, arrivando, nel febbraio 1968, a destituire il Cardinale Lercaro, Arcivescovo di Bologna, perché in una omelia aveva duramente condannato i bombardamenti sul Vietnam del Nord. Un episodio che, col senno di poi, faceva presagire la normalizzazione delle ACLI, a causa della “scelta socialista”, che sarebbe avvenuta quattro anni dopo. Ciononostante, o forse proprio per rendere esplicita la volontà di autonomia (dal Vaticano e dalla DC), il movimento giovanile delle ACLI, Gioventù Aclista, era stata la punta di lancia della convergenza del movimento pacifista cattolico con quello laico e di sinistra. Le decine e decine di manifestazioni giovanili per il Vietnam che si tenevano in ogni parte d’Italia erano organizzate da comitati composti da: FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), FGS (Federazione Giovanile Socialista), FGR (Federazione
Giovanile Repubblicana), Movimento Giovanile del PSIUP , Gioventù Aclista, UGI (Unione Goliardica Italiana) e Intesa Universitaria (le organizzazioni studentesche rispettivamente della sinistra e dei cattolici) nonché UNURI (l’organo rappresentativo generale degli studenti universitari italiani). Talvolta, Gioventù Aclista, a livello provinciale, riusciva a far partecipare ai Comitati promotori anche il Movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Emblematica di questa unità d’azione fu la Dichiarazione di condanna dell’escalation americana sottoscritta dall’insieme di queste Organizzazioni, pubblicata dall’Unità il 23 maggio 1967. Era un’unità d’azione che si stringeva intorno allo slogan Mai più la Guerra.

 

Andrea Amato

,
Che facciamo con questi soldi? Un Piano per un diverso modello produttivo
Processi a tempo indeterminato

3 Commenti. Nuovo commento

  • Giovanni Evangelisti
    29/01/2020 19:35

    Rievocazione molto interessante. Ma la chiesa che incoraggia gli individui a comportamenti a volte impossibili come quello di offrire l’altra guancia, perché evita di incoraggiare gli stati verso il disarmo unilaterale?

    Rispondi
    • redazione
      31/01/2020 22:42

      Secondo il Vangelo di Matteo, è Gesù Cristo che invita a “porgere l’altra guancia”. Un’espressione che da sempre ha suscitato un grande dibattito teologico tra coloro che la relativizzano e contestualizzano, giustificando la legittima difesa, e chi la concepisce come un’esortazione alla non violenza, un’“arma” per interrompere la spirale della violenza, perché cambiare il paradigma significa spiazzare l’avversario e introdurre nuove logiche che possono essere il semplice rispetto o l’amicizia, la fratellanza o l’amore per il prossimo. Ma la Chiesa Cattolica è, prima ancora di (o meglio anziché) essere comunità di credenti è un’istituzione e anche uno Stato. E’ quindi la logica della diplomazia e del realismo politico che prevale. Per questo nel Catechismo troviamo esplicitamente la giustificazione della “guerra giusta” e della “legittima difesa con la forza militare”. Siamo ben lontani dal disarmo unilaterale! Non è un caso che di fronte alle inflessioni pacifiste e non violente di Papa Francesco, sono in molti a opporgli proprio le determinazioni della Gaudium et Spes.
      Andrea Amato

      Rispondi
  • giuseppe G
    13/02/2020 17:23

    Le parole ,le parabole, le immagini ,non hanno lo stesso valore fuori dal contesto da cui sono ispirate. Quella bella immagine manifesto oggi inviterebbe a meditare sulla sostenibilitá dell´economia di un tempo e l´incapacitá di sfamare l´umanitá oggi . Gesú esagerava un po nel conciliare gli opposti , era la strategia per esprimere un principio universale.Oggi si mettono insieme un mare di principi in cui é difficile trovare quello giusto da cui cominciare a navigare . Solo un detto é sempre valido ,Il troppo stroppia.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu