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In Gran Bretagna la sinistra si riorganizza

di Franco
Ferrari

Zarah Sultana, giovane parlamentare della sinistra laburista di origine pakistana, ha annunciato di avere lasciato il partito. Era già stata sospesa dal gruppo per aver votato contro il governo di Keir Starmer in diverse occasioni, in particolare si era opposta ad introdurre dei tagli alla spesa che avrebbero colpito i bambini più poveri. Recentemente si era dissociata dalla decisione di dichiarare Palestine Action, un gruppo che ha effettuato azioni di disobbedienza nonviolenta, come organizzazione terroristica.

Sultana ha annunciato di voler costituire un nuovo partito insieme a Jeremy Corbyn, ex leader laburista vittima della caccia alle streghe messa in atto da Starmer dopo essere stato eletto alla guida dei laburisti. La successiva comunicazione di Corbyn è stata più prudente nell’indicare come obbiettivo la creazione di una nuova forza politica, facendo riferimento a una discussione in corso.

La dichiarazione di Corbyn è stata oggetto di molte interpretazioni da parte della stampa, quasi interamente ostile nei confronti della sinistra, lasciando intendere che l’uscita di Zarah Sultana non fosse stata preventivamente concordata. Corbyn ha comunque sottolineato la necessità di riattivare qualcosa che ormai manca nel sistema politico britannico: “la speranza”.

Finora il leader della sinistra, che molte speranze aveva suscitato nella possibilità di riportare il Partito Laburista a difendere le classi popolari dopo essere diventato con Blair alfiere delle classi medie emergenti e della grande finanza, si è mosso con molta prudenza. È stato buttato fuori dal partito da Starmer con l’accusa infamante quanto infondata di antisemitismo. Ha deciso di ripresentarsi come indipendente nel suo collegio senza però aprire direttamente una polemica frontale con il partito di provenienza. Si è collegato con altri indipendenti che sono stati eletti soprattutto per l’indignazione nei confronti della complicità britannica nel genocidio in corso a Gaza. Non aveva però ancora espresso la volontà di dar vita ad un nuovo partito.

D’altra parte la storia politica britannica ha sempre certificato l’estrema difficoltà a dar vita ad una nuova formazione a sinistra del Labour anche quando questo si è molto allontanato dalle sue originarie radici popolari e sindacali. Tanto più che i tentativi compiuti sono stati eccessivamente condizionati dal carattere e dalla visione politica dei promotori. È stato il caso di Arthur Scargill, importante dirigente del sindacato dei minatori, il cui partito, il Socialist Labour Party, sorto quando Blair decise di cancellare la famosa IV clausola dello Statuto del partito che ne attestava la natura socialista e anticapitalista, prevedendo la nazionalizzazione delle più importanti attività economiche, è andato rapidamente incontro ad una serie di conflitti interni. L’ingresso nel partito di piccole frazioni trotskiste e staliniste, oltre che l’eccessivo autoritarismo di Scargill, hanno impedito al partito di crescere.

Per un breve periodo sembrava avesse più fortuna l’iniziativa di George Galloway che è anche riuscito a farsi eleggere in parlamento, prima delle ultime elezioni generali. Galloway aveva dato vita a Respect, un fronte elettorale più che un partito, all’interno del quale operavano il trotskista Socialist Workers Party e un’associazione di comunità musulmane che ne aveva apprezzato l’opposizione alla guerra in Iraq. Galloway dopo un riavvicinamento al Labour durante la leadership di Corbyn ha poi deciso di dar vita nuovamente ad un proprio partito, le cui posizioni conservatrici sui temi di società, oltre all’imprevedibilità del personaggio, non l’ha reso appetibile all’area della sinistra radicale e socialista.

Nel frattempo è emerso il partito Verde che è riuscito a far eleggere alcuni parlamentari e a radicarsi in qualche città inglese, raccogliendo anche voti di elettori che respingono l’ennesima svolta a destra del Labour impressa da Starmer e che ora potrebbero spostarsi su una offerta politica esplicitamente socialista. Ma il loro insediamento elettorale riguarda settori di mondo del lavoro legati alle nuove tecnologie e al capitalismo globalizzato (ora in crisi) piuttosto che le tradizionali zone di elettorato popolare o della classe lavoratrice.

La campagna di Zack Polanski per la ledership del Green Party, definita da un commentatore come di “sinistra eco-populista”, ha portato ad una crescita degli iscritti e ad un rafforzamento della sinistra interna. Non si può quindi escludere che tra le due forze si realizzi una qualche forma di accordo per evitare una competizione elettorale che sarebbe negativa per entrambi.

La storica difficoltà a rompere il tradizionale assetto politico del sistema britannico, in cui due forze politiche competono per il governo (laburisti e conservatori), mentre altri occupano spazi parziali che nel tempo si ampliano o si riducono in relazione agli spostamenti dei partiti maggiori, come i liberaldemocratici o i partiti nazionalisti scozzese e gallese, è certamente ben presente a Corbin.

Il panorama però è in corso di destrutturazione con l’emergere del Reform UK, il partito nazionalista populista di Nigel Farage, che sta togliendo consenso principalmente ai conservatori ma, in alcuni settori popolari, anche ai laburisti. La narrazione di Farage offre la tipica miscela di xenofobia e di polemica anti-establishment, in un contesto di adesione agli elementi fondamentali del neoliberismo. D’altra parte Farage è sempre stato un dichiarato sostenitore della Thatcher.

La politica condotta dal governo Starmer che puntava tutto sul ricollocare il partito in una prospettiva centrista, si è caratterizzata per un mix di ritorno all’austerità che colpisce con brutale accanimento settori popolari, il riavvicinamento all’Unione Europea, pur senza mettere in discussione la Brexit, e una completa adesione alla politica di riarmo. Sull’Ucraina, il conservatore Boris Johnson aveva per primo proclamato la necessità di conquistare la “vittoria” militare contro la Russia come esito inevitabile della guerra in corso. Fondamentalmente Starmer si muove nella stessa direzione.

La vittoria elettorale di Starmer era stata subito celebrata dai media italiani dell’establishment come la dimostrazione che il “centrismo” fosse l’unica strategia vincente per la sinistra liberale. In realtà, l’analisi del voto aveva facilmente dimostrato che la consistente maggioranza parlamentare ottenuta dai laburisti, non conrrispondeva ad un reale sostegno popolare. Il meccanismo elettorale e la divisione della destra, intervenuta dopo un lungo periodo in cui i Conservatori al governo avevano dimostrato incompetenza oltre che accanimento anti-popolare, aveva favorito Starmer ben al di là del suo reale appeal politico.

Ora questa base di consenso si è ulteriormente erosa e la riproposizione di molti elementi del “New Labour” senza il carisma di Tony Blair, naufragato sulle menzogne raccontate per giustificare l’invasione dell’Iraq, stanno progressivamente indebolendo il governo. Ma al di là delle responsabilità dirette del pallido Starmer, determinato solo nel cancellare ogni traccia delle posizioni della sinistra all’interno del partito e nel tentare di impedire per sempre una nuova “sorpresa Corbyn”, quella che manifestamente non funziona è la prospettiva centrista.

Come ha denunciato proprio Zarah Sultana, la Gran Bretagna è un paese dove la povertà aumenta, l’ingiustizia sociale è sempre più palese e i ricchi accumulano fortune in modo sempre più sfacciato e arrogante e per le classi popolari l’incertezza sul futuro si fa sempre più opprimente.

Mentre l’estrema destra prova ad offrire la sua ricetta, per la sinistra si tratta di ripensare un progetto maggioritario che, come ha detto Corbyn, rimetta al centro la speranza. Giusto per questo non affrettarsi a costituire un nuovo partito che rischia di bruciare nelle pastoie organizzative e nelle dinamiche delle sette una prospettiva che ha bisogno di ben altro respiro.

Franco Ferrari

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