Stupisce che quasi tutte le analisi fatte sul voto ungherese abbiano dato una lettura superficiale e fuorviante: che la sinistra è scomparsa, estromessa da un voto popolare che ha prodotto solo un ricambio interno al fronte conservatore. Anche Nadia Urbinati, ad esempio, afferma che «tutto l’arco politico ungherese è oggi di destra, moderata o radicale». Certo, il parlamento uscito dal voto è variamente dipinto, ma tutto a destra. Ma lo è perché era stato Orbán a volere che così ne uscisse dal voto. E bisogna tenere conto di cosa era successo prima del voto, per arrivare a quel voto, per capire perché la sinistra è “scomparsa”. Perché la sinistra si è astenuta, non è sparita.
Quella che è stata descritta come una disfatta è, infatti, un’assenza premeditata, un’operazione che si potrebbe definire di generosità politica e strategica, forse cinica, ma lungimirante. La sinistra ungherese non ha perso seggi semplicemente perché non si è presentata alle elezioni. Dal 20 febbraio, storiche formazioni come il Partito Socialista Ungherese (MSZP) – che erano state al governo tra il 1994 e il 1998 e poi dal 2002 al 2010 – insieme a Verdi, Dialogo, LMP e Movimento Soluzione, hanno infatti optato per un ritiro compatto dalla competizione elettorale, denunciando le regole del gioco imposte da Orbán.
La decisione, come avevano spiegato i vertici socialisti, è nata dalla constatazione che l’architettura istituzionale plasmata in un decennio da Viktor Orbán avrebbe impedito un cambio di regime. Il premier uscente aveva blindato il sistema: sottrazione di due collegi all’indocile Budapest e creazione di due seggi nelle roccaforti rurali, in aggiunta al monopolio dell’informazione e all’uso disinvolto delle risorse pubbliche come leva elettorale. In un Paese che Freedom House ormai classifica come “parzialmente libero”, per disinnescare la macchina di governo serviva, in termini numerici, un margine strutturale di almeno cinque punti. Candidature plurimi di partiti diversi avrebbero solo frammentato il voto, facendo il gioco del potere illiberale orbaniano. Il MSZP ha scelto di non “frazionare” il voto e di sostenere i candidati dell’opposizione con maggiori probabilità di vittoria in ogni circoscrizione, puntando a massimizzare le chance di alternanza al potere. Così, l’opposizione ha compiuto la scelta più radicale: rinunciare alla propria rappresentanza per raggiungere l’obiettivo di abbattere il potere di Orbán, suggerendo al proprio elettorato di convogliare il consenso su Péter Magyar e sul suo movimento, Tisza. A causa del calo di consensi e dell’ascesa di nuove forze di opposizione, il MSZP ha riconosciuto la necessità di farsi da parte per favorire la coalizione guidata da Péter Magyar, che ha catalizzato il voto di protesta.
Che Magyar sia un esponente di centrodestra, cresciuto nell’alveo del PPE e già parte dell’establishment di Fidesz, è stato considerato un dettaglio irrilevante. L’unico obiettivo era scardinare il blocco di potere costruito da Orbán.
Il voto ha premiato questa decisione: un’affluenza record del 79% ha spinto Magyar al 53,6%, assicurando alla nuova coalizione un’ampia super-maggioranza dei due terzi. Dinanzi alla sconfitta di Orbán, il peso storico del “sacrificio progressista” appare in tutta la sua evidenza e resta da capire quanto Magyar saprà tenerne conto, restituendo il favore o comunque smantellando il regime illiberale che era stato imposto. Ora si apre il cantiere del futuro per le sinistre, per capire come e se sapranno riorganizzarsi dopo essere sparite nelle urne. Per ora, si può dire che la tenuta democratica di un Paese conta infinitamente più del logo su un cartello elettorale, il che rimane una lezione esemplare di intelligenza politica.
Certo, Magyar rappresenta comunque la destra, quella che già governa altrove e a Bruxelles. Il sovranismo illiberale di Orbán è stato sconfitto e giustamente si può gioire per questo. Ma il conservatorismo che ora si afferma è comunque allineato al bellicismo imperante e starà alle sinistre lavorare nel corpo sociale del Paese per tornare a dare rappresentanza ai ceti popolari. Che Orbán fosse “putiniano” pare ininfluente, data la compattezza “russofobica” che alberga tutto lo spettro politico rilevante in Europa. L’esultanza per l’aver salvato la democrazia in Ungheria non deve far deviare d’un solo passo la lotta che ora sarà necessaria, in Ungheria come altrove in Europa e a Bruxelles, per arginare la deriva guerrafondaia che tanti seguaci ancora raccoglie. Perché è su di essa che oggi si incardinano le nuove politiche di bilancio, come ai tempi dell’austerity, di far pagare alla spesa sociale e alle politiche pubbliche i nuovi indirizzi di sostegno alla spesa militare.
Pier Giorgio Ardeni

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La sconfitta di Orban ci incoraggia ancora di più a intensificare la lotta contro tutti i sovranisti e populisti che albergano in Europa e ,per quanto ci riguarda,in Italia.la vittoria referendaria è un segnale importante che ci fa capire che ci sono tutti gli spazi politici e sociali per battere le destre in Italia ma si dovrebbero evitare errori che già si delineano all’orizzonte . Si tratta di individuare un progetto di società alternativo alle attuali classi dominanti. Un programma su pochi punti unificanti: difesa e rilancio dei salari e pensioni falcidiati dalla inflazione,rilancio della sanità pubblica e della scuola pubblica,tasse ridotte per i lavoratori e aumentate per i ricchi,
politiche di pace contro tutte le guerre. Su questi pochi punti penso che già basterebbero per aggregare la stragrande massa di senza potere ,necessarie ad avviare un vero cambiamento di alternativa nel nostro paese.