C’è chi non ha dimenticato né Gaza né l’intera Palestina. Non lo ha fatto la procura di Pisa che una settimana fa ha denunciato per complessive 140 (si centoquaranta) ipotesi di reato, 54 attivisti che avevano manifestato sin dall’autunno scorso, quando le piazze di tutto il Paese si riempivano. I reati contestati vanno dall’interruzione di pubblico servizio, al blocco stradale e ferroviario, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, occupazione di edifici pubblici. Provvedimenti notificati anche sulla base del decreto-legge 48 del 2025 (convertito in legge nel giugno dello stesso anno) e più noto come il famigerato “decreto sicurezza”, di fatto si traduce in un inasprimento delle pene e delle normative in materia di ordine pubblico, avendo ad esempio attribuito rilevanza penale al blocco stradale o ferroviario. I denunciati, a cui sono già state richieste pene pecuniarie che variano dai 1000 ai 10.000 euro, fanno parte delle tante forze della sinistra che per opporsi al genocidio hanno messo in atto azioni non violente come l’ingresso, il 3 ottobre, nelle piste e nei piazzali aeroportuali dello scalo di Pisa, che ha provocato mezz’ora di ritardo nella partenza dei voli. Nulla rispetto alla quotidiana inefficienza dei trasporti di cui è responsabile l’attuale ministro delle Infrastrutture. Questo episodio è quello per cui si registrano più denunce ma non mancano i tentativi riusciti, come quello del 13 marzo di bloccare convogli ferroviari contenenti mezzi militari. Quel giorno il treno non giunse a destinazione. Azioni di blocco vennero poi realizzate sull’A12 e sulla superstrada FI-Pi-Li, sempre in prossimità dello svincolo che immette sull’aeroporto. Le denunce hanno colpito le figure più disparate: docenti, studenti, esponenti politici e sindacali, mondo antimilitarista, semplici cittadini e cittadine che non volevano proseguisse il traffico d’armi con uno Stato responsabile di genocidio. Di Gaza poi non si è dimenticato il governo libico, nei suoi due volti, quello della Tripolitania e quello della Cirenaica. Mentre scriviamo sono 11 le persone, di diverse nazionalità, che sono detenute a Bengasi, nella maggior parte o a Tripoli, senza che i governi occidentali battano un ciglio. Del resto, gli accordi presi con la Libia, ufficiali quelli con Tripoli, ufficiosi quelli con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, parlano chiaro. Nessuna ingerenza negli affari interni libici, sostegno, addestramento, armamenti e aiuti di ogni genere in cambio della limitazione delle partenze di richiedenti asilo dal Paese nordafricano, anche sparando su chi fugge o su chi soccorre, anche ignorando i naufragi che hanno reso questa parte del 2026 quella col bilancio più pesante in termine di vittime. Chi sono i detenuti di cui stiamo parlando e su cui è calato il silenzio? Attivisti, in carcere dal 24 maggio e ora in sciopero della fame, che mediavano per far giungere una Global Sumud Flotilla di terra a Gaza, passando dal confine egiziano. Ovviamente nessun governo sembra preso dal volerli difendere. E, restando a parlare della GSF, i due attacchi in acque internazionali, veri e propri atti di terrorismo che hanno portato all’arresto centinaia di persone, liberate solo dopo atti di sadismo e di tortura che hanno riguardato persino figure finora intoccabili, come giornalisti e parlamentari. Pochi balbettii e la farsa ipocrita di accusare un solo ministro, Ben Gvir, dichiaratamente razzista, dimenticando che il suddetto non solo fa parte di un governo che non ne mette in discussione il ruolo, ma anche che le responsabilità dirette di tali violenze semmai vanno ricondotte ad altro ministro, quello della Difesa, su cui nessuno ha aperto bocca perché considerato più “presentabile”.
Ma Gaza, la Cisgiordania, la questione palestinese, sembrano quasi scomparse dai radar, nonostante l’IDF vera e propria organizzazione terrorista di Stato, continui a compiere crimini come l’uccisione di civili, persino di neonati, a mantenere Gaza nella carestia, ad impedire l’accesso nelle zone del genocidio a chiunque sia considerato testimone scomodo. E purtroppo, va detto con amarezza, nonostante quanto continua ad accadere e non solo per complicità del sistema mediatico, anche le piazze di sostegno alla Palestina sono oggi meno forti. Prosegue la mobilitazione delle tante organizzazioni che da sempre sono state accanto a questo popolo, ma si è rarefatta la presenza di quel “popolo per Gaza” pulviscolare e ricco, non solo giovanile e senza appartenenza politica o organizzativa ben definita. La fine dell’anno scolastico e gli esami per chi studia, il caldo, la disinformazione, la delusione nel vedere che nulla si ferma, i nuovi scenari di guerra, la ormai acclamata normalità del fatto che le mobilitazioni abbiano carattere carsico, sono elementi reali ma non sufficienti a spiegare e che non giustificano il calo d’attenzione. Forse si tratta anche di analizzare quanto è accaduto in questi mesi e di riuscire a rilanciare con una proposta credibile e condivisa con le compagne e i compagni palestinesi, le ragioni di un impegno. Cercare e proporre soluzioni alternative al Peace of Board, progetto coloniale che privatizza il ruolo dell’Onu e assolutamente incompatibile con i diritti dei palestinesi, neanche parte del piano, devono però essere accompagnati da un ristabilirsi del carattere partecipativo e di massa delle mobilitazioni. Il “blocchiamo tutto” lanciato lo scorso anno dai portuali di Genova e ripreso in forme diverse in altre città, ha mobilitato anche facendo sentire come parte propria la GSF che era partita ed era stata intercettata nel settembre scorso. La partecipazione attiva ha creato azione spontanea e di convergenza fra realtà organizzate e chi si è sentito coinvolto da una spinta etica che portava a dire “posso fare qualcosa anche io”, col risultato che anche forze sindacali solitamente in disaccordo hanno trovato modo per fermare almeno per un giorno il Paese, dando voce a tale spinta e attuando uno sciopero di forte impatto politico. Senza mezzi termini la flotilla che nei giorni scorsi ha subito un attacco possibilmente due attacchi ancora più gravi dei precedenti, uno in pieno giorno, l’altro in prossimità delle coste di Creta, non hanno provocato sufficienti e altrettanto immediate risposte di massa. Questo è avvenuto anche perché la missione GSF di queste settimane non è stata costruita attivando mobilitazione, era già pronta ed è stata in molti casi vissuta come evento con cui solidarizzare ma a cui assistere, senza essere direttamente coinvolti. Sarebbe importante che le eventuali prossime missioni umanitarie – a Gaza il blocco permane – tengano conto anche di questo aspetto perché è necessario poter contare su un diffuso “equipaggio di terra”, come è stato felicemente chiamato, in grado di bypassare un sistema informativo che è tornato silente e complice. Il governo israeliano, sempre più convinto di aver trovato il momento giusto per realizzare un piano di annessione completa della Cisgiordania, nel pieno silenzio internazionale, ha scelto di occupare anche una parte del Libano. Come con Gaza, Hamas era il pretesto qui lo sono le milizie di Hezbollah. Alle azioni mirate verso i leader del “Partito di Dio”, si è sostituita l’avanzata terrestre per occupare la fascia meridionale del Paese dei cedri e contemporaneamente bombardare città relativamente distanti come Tiro. Forte è il rischio che accada in Libano, o almeno in una sua parte, quanto accaduto a Gaza, non a caso a morire anche qui sono civili, spesso bambini o anziani e non si tratta certo di effetti collaterali. Il silenzio occidentale sta portando, in Libano come in Palestina a tornare verso forme di resistenza poco accettate come gli attacchi suicidi ma che restano, in questo conflitto totalmente asimmetrico, il solo strumento di difesa e verso cui è francamente irriguardoso esprimere giudizi e critiche. Una situazione quindi estremamente cruenta che richiede anche segnali di risposta da parte delle forze sociali, politiche e dei movimenti in Occidente.
Come unico elemento positivo, anche se in sordina, escono film, libri, video e tanto materiale informativo, soprattutto su Gaza. C’è stata in oltre la visita in Italia di Arab Barghouti, figlio di Marwan le iniziative di discussione e approfondimento non mancano. C’è quindi da operare perché nella “fase carsica” che precede l’estate e il conseguente calo di attenzione, almeno si diffonda una maggiore consapevolezza e conoscenza in merito a quanto accaduto o accade ancora in Palestina. Ci permettiamo quindi, in conclusione, di proporre la lettura di due libri, tanto forti e dolorosi, quanto necessari. Il primo è quello realizzato da Tomaso Montanari e pubblicato nel novembre scorso, come spiega bene l’autore (https://www.instagram.com/reels/DSVZBJmCBMg/ ) diritti d’autore e una parte del ricavato saranno devoluti ad un ONG di donne, la CFTA (The Culture and Free Thought Association). Montanari guarda dall’Italia tenendo conto delle responsabilità nostrane mentre si compie un tentativo, destinato a fallire, di estirpare l’esistenza stessa del popolo palestinese. La seconda proposta di lettura è invece un volume che racconta Gaza da dentro, da chi per quasi un anno ha condiviso la vita del popolo gazawi come operatore umanitario. Il volume, uscito da poco per Mondadori è “E ancora chiediamo perdono. Una testimonianza da Gaza”, L’autore, Loris de Filippi, per tanti anni è stato impegnato in Medici Senza Frontiere. A Gaza è andato per conto dell’Unicef ed è tornato con un fardello immenso di vicende da raccontare. Il volume, per un passaparola diffuso sta circolando molto e mostra una ferita aperta, non rimarginabile ma che non si chiude nella rassegnazione ma propone impegno. L’autore che da almeno trent’anni è impegnato in missioni in tutto il mondo, che ha visto quanto sia l’uomo che la natura possono causare distruggendo tutto, non ha mai voluto sinora esporre quanto provava, ha sempr ruolo taumaturgico di “eroe solidale”. Stavolta è stato diverso. Tra incubatrici spente, perché repressione significa anche far saltare l’elettricità, vite che si salvano o si spengono in un respiro, diventa impossibile tacere. Anche il silenzio diventerebbe complicità, come quello mediatico. Loris è riuscito a restituire dignità a bambini senza nome, alle donne che affrontano l’inferno senza sapere se ci sarà o meno un domani, a medici che lottano per salvare vite e vengono tratti in carcere in quanto accusati di terrorismo dall’occupante. Ci spiega e ci fa provare il dolore straziante di cosa significhi resistere, divenire argine, non cadere in quella che lui chiama la doppia paralisi che impedisce di credere ad un futuro. La fragile tregua, come i piani roboanti carichi di fetido puzzo coloniale, non porteranno mai la pace e l’autore ne è perfettamente consapevole. Non ci sarà pace senza giustizia, non si potrà pensare di tornare umani se i diritti di un popolo su cui si sperimentano le peggiori pratiche genocidiarie e di annientamento, non verranno finalmente riconosciuti. Un libro che fa male ma che costringe a non voltarsi indietro, che impone di tornare ancora e poi ancora a riempire le piazze
Stefano Galieni