articoli, recensioni

Il secolo breve del comunismo italiano

di Stefano
Nutini

Guglielmo Pellerino ha curato un volume collettivo (Il secolo breve del comunismo italiano, Bordeaux, Roma 2026) che presenta una panoramica della storia del Pci – dalla sua fondazione alla sua fine – estesa sullo stesso arco temporale del libro di Hobsbawm a cui si ispira il titolo. Il testo comprende e rielabora alcuni dei contributi compresi in un ciclo omonimo, organizzato da Pellerino per la rivista “Historia Magistra” durante la pandemia, nel centenario della fondazione del Pci, e ne aggiunge altri di nuovi. Il suo intento dichiarato è quello di restituire complessità a una grande vicenda, pur se caratterizzata da errori e limiti, mettendone in luce il cospicuo e diffuso sforzo politico e culturale antagonistico. Una seconda finalità del volume, connessa all’individuazione/auspicio di un pubblico giovane, è quella della valorizzazione di alcuni recenti e validi apporti di ricerca che provengono da studiosi e studiose che si sono misurati su alcuni snodi di quella storia, ben lontani dai toni di rimozione e dalla damnatio memoriae vigenti sia in certa storiografia che nel senso comune indotto dalle classi dominanti.
Il primo capitolo, firmato dal curatore stesso, affronta il tema della consapevolezza, viva in Gramsci e nel gruppo dell’“Ordine nuovo” da lui coordinato, della crucialità dell’esperienza della prima guerra mondiale, delle conseguenze drammatiche che aveva avuto sulle classi subalterne e dei compiti politici che ne discendevano. La Rivoluzione russa, incarnando la direttiva di Lenin della prosecuzione della guerra imperialista in guerra civile e lotta di classe, poneva il problema, anche e soprattutto per gli Stati dell’Europa occidentale, ivi inclusa l’Italia, di trasformare le energie sociali scatenate dal conflitto in progetto politico e culturale. Gramsci portava in questa operazione una specifica istanza rivolta all’educazione delle masse; da qui, accanto alla sottolineatura della preminente e necessaria lezione dell’Ottobre, l’attenzione all’elaborazione di temi come quelli cari al gruppo di “Clarté”, diretto da H. Barbusse, cui Pellerino ha dedicato la sua tesi di dottorato presso la Sorbona, e che in queste pagine trova riferimenti pertinenti e significativi.
Nel secondo capitolo, Angelo d’Orsi tratta la fondazione del Partito comunista d’Italia, grazie alla considerazione ravvicinata della lotta tra le due linee, quella di Bordiga, inizialmente prevalente (e sicuramente preminente nella scissione di Livorno), e quella di Gramsci, che si afferma a più lungo termine, in seconda battuta. Riprendendo spunti e acquisizioni maturati nei suoi precedenti studi, e in particolare nell’attenta ricostruzione e interpretazione biografica dedicata a quest’ultimo (Antonio Gramsci. La biografia, Feltrinelli, Milano 2024), d’Orsi imposta organicamente quel confronto, evidenziandone le articolazioni e le profonde differenze non in modo personalistico, ma semmai segnalandone serie matrici culturali e dirimenti prospettive politiche: una “linea Gramsci”, in cui è riconoscibile l’abbrivio idealista della formazione dell’intellettuale sardo, che – pienamente consapevole della lezione russa – preme per la costruzione di una coscienza politica delle classi subalterne, in cui sia forte anche l’apporto della loro preparazione culturale, e aperta anche alla valorizzazione degli spazi conquistati all’interno del regime liberale, e una “linea Bordiga”, di ascendenza positivista, più dogmatico-settaria, direttamente volta alla preparazione della presa del potere, con la precipitazione dell’evento-rivoluzione, priva di indulgenze verso deviazioni “culturalistiche”. Tutto ciò concentrato nel breve periodo che intercorre tra il conflitto mondiale e l’affermarsi violento del fascismo. Un confronto che si riproduce in momenti decisivi, come quelli della questione elettorale, del ruolo della cultura, del significato e dell’azione dei Consigli di fabbrica, che costituiscono – afferma d’Orsi – indizi dei “difetti di fabbrica” ereditati fin dalla formazione del Pcd’I (p. 61) e che si ritrovano anche in frangenti successivi. Non casualmente, a metà del 1924, Gramsci usa per la prima volta un termine-chiave, “egemonia”, che resterà com’è noto caratterizzante del suo pensiero politico e dell’azione del partito in cui milita.

Dei due saggi di Ottavia Dal Maso e di Francesa Chiarotto, rispettivamente dedicati a “La clandestinità nelle storie di donne. Le comuniste e l’inizio della vita illegale (1922-1930” e a “Il ‘partito nuovo’ di Togliatti (1944-1964)”, merita qui ricordare alcuni spunti qualificanti che iniziano a farsi strada negli studi dedicati al Pci e che quindi ben figurano tra le acquisizioni da proporre ai lettori e alle lettrici: le traiettorie biografiche delle presenze femminili, accomunate da alcune coordinate (l’età – con un anno di nascita collocato, per il campione considerato, nell’ultimo decennio dell’Ottocento –, la provenienza territoriale, l’appartenenza politica e le scelte di vita clandestina), che tendono a emanciparsi da un puro ruolo ancillare e si misurano con ruoli di direzione politica e incarichi organizzativi, l’intreccio forte – vivo in loro – tra le reti di relazione e quelle degli affetti, oppure la cruciale “operazione Gramsci” avviata fin dall’aprile 1944 da Togliatti, ben studiata a suo tempo da Chiarotto e sempre meritevole di sottolineatura, come costruzione di un elemento-chiave della cultura politica diffusa nel Partito.
AI cruciale arco di tempo 1956-1968, compreso tra il XX Congresso del Pcus e la fine tragica della Primavera di Praga, Alexander Höbel riserva giustamente una considerazione specifica, sia quanto alla periodizzazione sia rispetto alla soggiacente vicenda politica. Il capitolo è fondato sull’analisi dell’evoluzione della posizione del Pci, che riguardo alla crisi del movimento comunista articola nel ’56 una risposta intonata su un “nuovo internazionalismo”, differente da quello degli anni del Comintern, di più stretta obbedienza, e imperniata sull’asse delle “vie nazionali”. Già con Togliatti, proprio a ridosso del XX, il Pci proclamò la “via democratica al socialismo”, ma soprattutto contrappose – a livello teorico e come prospettiva politica – al modello unico sovietico, a direzione centralizzata, quello fondato sull’“unità nella diversità” e sul “policentrismo”. Il saggio analizza questo processo, che attraversa le relazioni e le discussioni (anche vivaci e aspre) con altre esperienze statali emergenti, da quella cinese a quella jugoslava, ma incrocia anche quelle dei movimenti di decolonizzazione e di indipendenza nazionale nel Terzo mondo, fino a quelle cubane e vietnamite, per arrivare al giudizio sulla Primavera di Praga, a proposito della quale il Partito, guidato da quattro anni da Longo, seppe esprimere una propria, rilevante autonomia. La cartina di tornasole della caratterizzazione internazionalista del Pci – oggetto solitamente più riservato alla sua elaborazione interna che a quella degli studi storici – si rivela molto efficace nell’illuminarne la fisionomia, mettendoci in grado di rilevare sia indubbie intuizioni e positive interazioni con il mondo socialista sia limiti, incomprensioni e inadeguatezze.

Il saggio di Paolo Desogus (“Pasolini e il Pci”) è quello che, a mio parere, malgrado la sua forte centratura su un personaggio, porta la più rilevante novità qualitativa al volume. Anch’esso viene a seguito di precedenti studi dell’autore, qui riepilogati e portati a convergere nella trattazione del tema del rapporto tra l’intellettuale di Casarsa e il Partito. Il capitolo prende le mosse da un corretto distanziamento critico verso una lettura (e un culto) postmoderni di Pasolini, come “un portatore indiscusso di autenticità, […] un parresiasta estraneo alla pratica politica e, anzi, impolitico, che incarna la verità in modo istintivo, corporeo, al di fuori del faticoso lavoro intellettuale” (p. 165). Desogus afferma recisamente, e motivatamente, che Pasolini non celebrò mai l’indipendenza dell’intellettuale, e men che meno di se stesso come tale. Non mancano dichiarazioni esplicite di una sua appartenenza a quel “Paese nel Paese” che egli vedeva nel Pci, per quanto si debbano annoverare anche “contrasti, censure e persino manipolazioni retrospettive” da parte sua (p. 169). L’autore rintraccia quelle dichiarazioni, le contestualizza e le legge nel loro tempo e nell’esperienza biografica di Pasolini, affrontando in modo profondo e rivelatore anche episodi critici come quello dell’uccisione da parte dei garibaldini del fratello, partigiano delle Brigate Osoppo, o della radiazione dalla sezione del Pci di Casarsa, di cui il poeta era segretario, a seguito della stigmatizzazione del suo comportamento omosessuale. Si afferma qui, con movenze euristicamente valide, la rilettura dei tanti spunti pasoliniani ispirati alla dialettica tra “passione” e “ideologia”, tra la parte di sé che “in cuore, in luce” partecipa alla dimensione politica e quella che invece vive nelle “buie viscere” (per riprendere l’antitesi presente ne Le ceneri di Gramsci) e rifiuta il movimento dialettico e la mediazione propri della politica. 

Guido Liguori affronta il tema del “Pci di Berlinguer (1969-1984)”, ossia il periodo durante il quale quest’ultimo ricoprì, su designazione di Longo, prima la carica di vicesegretario (1969-1972) e poi (1969-1984) quella di segretario dell’allora più grande partito comunista dell’Occidente. La sua segreteria fu molto travagliata e mise alla prova le sue capacità politiche, per concludersi significativamente con la sua “morte in pubblico”. Liguori contesta la vulgata secondo cui la strategia del “compromesso storico” fu imposta esclusivamente o prevalentemente dal colpo di Stato cileno del settembre 1973 e riconduce le sue motivazioni alle forti argomentazioni – già esplicitate perlomeno dal maggio di quell’anno – della destra interna al Pci, che aveva accettato l’elezione di Berlinguer a segretario per condizionarlo con decisione in direzione dell’asse privilegiato dell’incontro con la Dc, motivato dall’impossibilità di un governo affidato al 51% dei suffragi. Berlinguer espresse – anche sulla scorta del riferimento alla tradizione togliattiana e alla necessità, teorizzata da Lenin, dei compromessi in talune contingenze, rivendicandone quindi continuità e dignità politiche – una strategia di accordo con le altre due componenti, quella socialista e quella cattolica, nel tentativo di far emergere dal loro interno le componenti più democratiche. “Ma mentre Berlinguer intendeva il compromesso storico come passaggio necessario per arrivare a una società post-capitalistica, altri nel gruppo dirigente del Pci credevano, o iniziavano a credere, che si trattasse di una politica volta solo a migliorare la società esistente” (p. 198). D’altra parte, se nel Psi si faceva avanti un’opzione antagonista, che puntava a privilegiare quel partito – un progetto che si sarebbe poi concretato nell’ascesa di Craxi –, arrivava a compimento la trasformazione nella Dc in referente privilegiato del capitalismo pubblico e privato italiano, con gli annessi della rete clientelare e della mediazione degli interessi; in questa diagnosi, perlomeno, a mio parere coglieva nel segno la nuova sinistra, con la sua critica aspra a quella strategia, restando invece paralizzata e minoritaria nei suoi comportamenti tattici e strategici. Al polo temporalmente opposto, l’ultimo Berlinguer, tra il 1979 e il 1984, articolò un nuovo internazionalismo, capace di dialogare con i movimenti e i partiti, ivi inclusi quelli della socialdemocrazia europea, e una strenua lotta per la pace nel mondo e per un superamento dei blocchi; tentò la costruzione di un nuovo radicamento sociale del Pci, provando a colmare la rottura venutasi a creare nel periodo della “solidarietà nazionale” rispetto alle classi e ai ceti di cui quel partito voleva essere espressione e portavoce. La stessa politica di “austerità”, lanciata negli anni intorno alla crisi petrolifera, è vista da Liguori come punto qualificante di una “riforma intellettuale e morale” di ascendenza gramsciana, al pari della rivendicazione della “diversità” comunista, della moralità dell’impegno politico. Liguori argomenta che questi principi, questa elaborazione teorica e culturale avrebbero avuto bisogno di un partito coeso e convinto, che però non esisteva. O che, per meglio dire, non esisteva più.

È questo il punto a cui arriva anche l’ultimo capitolo del volume, “Non è un partito per vecchi: il Pci degli ultimi anni Ottanta”, di Michelangela Di Giacomo, un saggio descrittivo, non interpretativo, e quindi anomalo (e insoddisfacente) rispetto agli altri. Sembra quasi che il definitivo, inarrestabile spegnersi dell’alternatività, quello che Liguori in altra sede ha definito persuasivamente la morte, il “suicidio” del Pci, abbia indotto l’autrice a una constatazione fredda, da medico legale, che registra le microdinamiche terminali di un organismo e i convergenti, inequivocabili sintomi di agonia. 

In chiusura torno sull’introduzione del curatore, per alcuni suoi passaggi sia interpretativi che – soprattutto – prospettici. Pellerino chiama in causa il “vuoto” che si è creato, a valle della chiusura dell’esperienza del Pci: un giudizio che, pur nella constatazione innegabile da cui parte, a mio parere dovrebbe essere modulato e argomentato in termini meno assoluti e univoci. Non c’è dubbio che, nelle varie forme assunte dall’area politicamente organizzata del comunismo italiano dopo la fine del Pci, siano presenti vistosi limiti, rilevanti inadeguatezze e gravi errori politici, organizzativi e culturali, che sarebbe scorretto negare. Sarebbe però a mio parere altrettanto sbagliato, oltre che ingeneroso, sottovalutare sia la difficilissima elaborazione di questa bruciante sconfitta storica sia la “traversata del deserto”, il compito improbo che incombe su queste esigue forze, a confronto con l’egemonia neoliberista che si è sempre più spesso caratterizzata per aver sovrapposto la sfera del “dominio” militare a quella della “direzione intellettuale e morale”, di quella rivoluzione culturale di destra che ha profondamente inquinato ed egemonizzato anche le forze del cambiamento, vero o presunto, senza trascurare poi la deliberata obliterazione del contributo politico del comunismo in Italia e in Europa, anche tramite le forzature sul piano delle regole politiche ed elettorali, avanzate e sancite per esplicita scelta del soggetto politico che dall’esperienza storica del Pci si è separato.
D’altra parte individuare, come fa il curatore, un’alternativa a questa grave situazione solo nelle nuove forme di resistenza proprie dei movimenti (comitati di quartiere, piccole associazioni, sindacati di base, collettivi) (p. 10), a cui egli consiglia di ispirarsi, rischia a mio parere di proporre una soluzione parziale: la reinvenzione della politica dal basso, che è certamente un fenomeno espansivo e positivo attribuibile a questi soggetti, è però subordinata, in tali esperienze, a un andamento discontinuo, a coordinate talvolta venate ora di antipolitica pregiudiziale e ora di sconcertante opportunismo, a irresolutezze su nodi dirimenti come il potere e la proprietà, ad approssimazioni organizzative, alla presenza di dirigenze carismatiche di dubbia caratura e di dinamiche decisionali talora poco democratiche, alla difficoltà di muoversi in senso convergente con altri soggetti. 

La soluzione sta, secondo me, nell’incrocio di due processi: la socializzazione della politica e la politicizzazione del sociale, che superi ogni assolutezza, esclusività e autonomia dell’uno o dell’altro polo, nella direzione dell’unificazione di ciò che il liberismo divide. Che può essere, se individuata e praticata al di là del carattere apparentemente apodittico e consolatorio di questa enunciazione, la reale ragion d’essere e al contempo la prospettiva di un comunismo rifondato.

Stefano Nutini

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