La notte del 7 aprile non ha visto la pioggia di missili atomici su Teheran che Trump aveva promesso, ma il prolungamento del cessate il fuoco non dimostra in alcun modo che il conflitto finirà a breve. La realtà è ben diversa. Per quanto le minacce di Trump sembrino allontanare inesorabilmente gli Stati Uniti dalle istituzioni e dal diritto internazionale, l’intenzione del tycoon non è quella di radere al suolo l’Iran. Piuttosto, si potrebbe dire che le posizioni forti prese da Trump in questo conflitto mirano al raggiungimento di un accordo che possa garantire i suoi interessi nella regione, insieme a quelli dei suoi alleati. Tuttavia, l’Iran non ha intenzione cedere al ricatto dell’ennesima guerra cominciata dagli Stati Uniti e Israele unilateralmente, e l’ha comprovato più volte nel corso dei negoziati. Non a caso, ci sono diversi segnali di inasprimento del conflitto, e lo possiamo vedere in primis dalla filiera bellica in Europa.
Durante un’audizione dell’ONU, prima del mancato attacco sull’Iran di ieri notte, il rappresentante degli Stati Uniti ha dichiarato che non si tratta di un conflitto tra USA e Repubblica Islamica dell’Iran, ma piuttosto di un conflitto tra l’Iran e il resto dei Paesi del Golfo. In effetti, dopo un attacco aereo da Teheran sulla capitale saudita all’inizio del marzo scorso, il ministro degli Esteri saudita ha dichiarato di essere pronto ad adottare azioni militari se ritenute necessarie. L’Arabia, dunque, si sta preparando per l’entrata in conflitto, e nella sua corsa agli armamenti l’industria bellica europea assume un ruolo fondamentale. Lo possiamo notare osservando tra gli scorci della catena produttiva bellica visibili ai nostri occhi, come la nave cargo Bahri Jazan, proveniente dagli Stati Uniti e battente bandiera saudita, che è attraccata al porto di Cagliari il 19 marzo per fare carico di armamenti provenienti dalla fabbrica RWM.
La fabbrica RWM Italia, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall, rappresenta uno dei principali gruppi europei per la difesa. Nello stabilimento della Sardegna, situato tra Domusnovas, Iglesias e Musei, in particolare, vengono prodotti e testati esplosivi PBX di vario tipo, tra cui sistemi di difesa subacquea, bombe aeree, artiglieria e munizioni. Nonostante la normativa italiana impedisca di vendere armamenti a Paesi coinvolti in un conflitto armato, stando alla legge 185 del 1990, la RWM vende ed esporta armamenti prodotti sul territorio italiano da decenni, e l’Arabia Saudita, coinvolta in un conflitto contro lo Yemen dal 2015, è uno dei suoi clienti principali.
Gli effetti che la fabbrica di armamenti ha sul territorio sono disastrosi, e la multinazionale è sempre stata poco trasparente su cosa venga prodotto e come venga testato. Inoltre, costringe la classe lavoratrice alla complicità con la filiera di guerra per accomodare il complesso militare industriale, approfittando della disoccupazione dilagante sul territorio. Tuttavia, il lavoro è precario, con contratti a tempo senza rinnovo, e i danni sul fisico sono permanenti. I contratti sono quasi tutti a tempo determinato, e ai lavoratori non resta che accettare delle condizioni lavorative nocive per la propria salute per qualche anno per via delle scarse possibilità occupazionali-lavorative del territorio, mantenute anche a causa alle conseguenze ecocide della produzione di armi sull’area. La fabbrica di bombe, dunque, si erge funesta su un territorio sottosviluppato industrialmente e lo devasta ambientalmente, per poi esportarle indiscriminatamente, nel pieno spirito di militarizzazione che ha travolto l’Europa negli ultimi anni. La vendita di armi all’Arabia Saudita è un chiaro segno della forte presenza dell’Europa nella guerra degli Stati Uniti e d’Israele contro l’Iran, seppur l’Europa non sia formalmente coinvolta nel conflitto.
Proprio a questa ondata di militarizzazione risponde la recente approvazione di un ampiamento della fabbrica, con 200 nuove assunzioni e la costruzione di nuove strutture per lo stabilimento, di fatto raddoppiando gli impianti produttivi, approvata direttamente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Dopo che la giunta regionale aveva confermato la necessità di ulteriori accertamenti sull’impatto ambientale dell’ampliamento, il governo nazionale ha trasferito la pratica alla Direzione generale per le valutazioni ambientali, che ha autorizzato l’espansione il mese scorso senza previe valutazioni ambientali, confermando nuovamente la complicità dell’Italia con l’aggressione all’Iran, e continuando così a relegare lo sviluppo industriale in Sardegna alla produzione bellica. Sebbene la demilitarizzazione delle nostre catene produttive sembri un miraggio lontano, è bene ricordare che l’economia di guerra non giova né le economie nazionali né i loro territori, e il ruolo di fornitrice di armamenti scelto dall’Europa nei conflitti attualmente in corso va esclusivamente a beneficio del complesso militare industriale e della porzione della classe politica europea che lo sostiene.
Chiara Caria