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Il personale torna ad essere politico?

di Nicoletta
Pirotta

In genere i sistemi di potere quando si imbattono in parole o linguaggi che possono mettere in discussione le loro fondamenta ideologiche tendono a demonizzarle, rimuoverle oppure a sussumerle nel loro lessico “igienizzandole”, provando cioè a svuotarle del loro significato potenzialmente rivoluzionario.
Fanno maggiore difficoltà quando queste parole sono il prodotto di forze materiali, cioè di movimenti reali, che provano a cambiare l’ordine esistente delle cose.

“Il personale è politico” è stata una delle frasi  più rivoluzionarie sinora udite perché posta in essere dal “soggetto imprevisto” della storia – per dirla con Carla Lonzi – e cioè il movimento femminista.
Un movimento imprevisto perché la storia, per millenni, aveva privato la donna di ogni soggettività sociale. Un movimento che, nella sua parte più radicale, continua ad indicare quanto le questioni individuali e personali siano ineludibili per analizzare, comprendere e quindi contestare la società in cui viviamo,  che così com’è non va bene.
Lo ha espresso in modo sublime Angela Davis, esponente di punta del movimento femminista nero, nel sottolineare  che il femminismo avrebbe dovuto portare alla consapevolezza di quel che il capitalismo è.

“Il personale è politico” ha significato per moltissime donne lottare per un posto diverso nella società, al di fuori da ciò che era sempre stato loro concesso: essere moglie e madri, quando non un oggetto nelle mani dell’uomo, privo di ogni capacità di scelta e di autodeterminazione.
Il “secondo sesso” come lo definì Simone de Beauvoir nel suo memorabile libro.
Ma nel lottare per sé si è provato a cambiare i sistemi di potere che producono subordinazione e sfruttamento, non solo nei confronti delle donne.
Cambiare i sistemi di potere ha significato anche mettere in discussione i linguaggi propri di questi sistemi che grondano di classismo, sessismo, razzismo.

Purtroppo i linguaggi del potere, o dei poteri, sono ancora forti, espressione di un un mondo nel quale peggiorano le condizioni materiali di vita di molte persone, in particolare delle donne, la violenza maschile sulle donne non si placa cosi’ come la violenza nei confronti delle soggettività non conformi,  le politiche migratorie sono sempre più improntate al rafforzamento di muri e frontiere, anche sul piano simbolico, la guerra torna ad essere paradigma della soluzione dei conflitti.

Eppure proprio oggi, all’interno di una vicenda drammatica , il femminicidio (l’ennesimo!)  di Giulia Cecchettin, “il personale è politico” ha ritrovato la sua originaria potenza rivoluzionaria. Le parole di Gino, il padre, e di Elena, la sorella, sono rimbombate negli studi televisivi e nelle pagine del mainstream comunicativo provocando uno tsunami.

Le toccanti parole di Gino Cecchettin, mi hanno particolarmente colpito perché hanno mostrato un’immagine paterna sulla quale sarebbe interessante discutere per ragionare sul se e sul quanto stia cambiando, oggi, il ruolo del padre.

Le parole di Elena Cecchettin sono state esemplari.
Questa giovane donna ha  trasformato il grande dolore personale in un fatto politico rifiutando le false narrazioni che, anche questa volta,  provavano a presentare l’assassino come un innamorato respinto e non invece come un maschio violento incapace di accettare la libertà di scelta di una donna. L’assassinio della sorella non solo come fatto privato ma come l’ennesima espressione della violenza maschile, prodotta da una cultura patriarcale rimasta incatenata alle caverne. Non ha voluto vivere in silenzio il proprio dolore ma ha chiesto a tutte e tutti  di fare rumore affinché quel dolore assumesse dimensione collettiva e quindi politica. Quel suo gridare “bruciamo tutto” ha smosso le coscienze e stimolato all’azione.
Parole potenti che non hanno potuto essere ignorate e infatti il mainstream dell’informazione non ha avuto altra scelta, suo malgrado, che veicolarle. A dire il vero qualcuno ha provato a smorzarne la carica emotiva e politica  insultando sia Elena Cecchettin che il padre. Ma invano.
Quelle parole dirompenti si sono fatte “verbo” e quindi azione collettiva: oltre cinquecentomila persone sono scese in piazza per esprimere collettivamente rabbia, sdegno, solidarietà e voglia di cambiamento.
Non so dire quanto tutto ciò sarà duraturo ma senza dubbio si è creato un confine preciso fra un prima e un dopo che certamente potrebbe sostenere e favorire una presa di coscienza sempre più vasta.

Aggiungo, in conclusione, un aspetto che giudico essenziale.
Quelle cinquecentomila persone hanno potuto scendere in piazza grazie alla chiamata di soggetto collettivo e organizzato: il movimento femminista e transfemminista di Non Una Di Meno.
Come ho avuto modo di dire, più volte, considero il movimento di NUDM, pur se non ne condivido tutte le elaborazioni, uno dei pochissimi soggetti organizzati capaci, a livello internazionale, di esprimere posizioni radicali e promuovere azioni coerenti capaci di indicare un’alternativa di sistema e mobilitare migliaia di donne e uomini, in particolare giovani.

In Italia è dal 2016 che il 25 novembre invita a scendere in piazza per denunciare la violenza sulle donne e sulle persone che non rientrano negli schemi di una eterosessualità imposta, e per proporre soluzioni possibili ed alternative perché capaci di tenere insieme tutte le forme di esclusione.
Quest’anno il 25 novembre è divenuto, anche grazie alle parole, personali e politiche, di una giovane donna consapevole di sé e di un padre, non padrone nè padreterno, una possente dimostrazione di forza.

Una forza che non umilia, non violenta, non sfrutta, non uccide ma propone di lottare per provare a costruire insieme un modo differente di stare al mondo.
Dovremmo tutt3 fare  in modo che questa forza non si disperda.

Nicoletta Pirotta

 

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