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Il nazionalismo europeo

di Roberto
Musacchio

Che l’europeismo reale divenga un nuovo nazionalismo è un rischio che viene in realtà percepito da molto tempo e che portava importanti pensatori democratici a distinguere tra ciò che andava sotto il nome di europeismo e a mettere in guardia. Già nel 1954 Hannah Arendt coniava il termine di “Nazionalismo Pan-Europeo, una sorta di profezia.
Osservando i primi passi dell’integrazione del continente, Arendt coniò appunto il termine “nazionalismo europeo” o “nazionalismo pan-europeo”.
La filosofa mise in guardia dal rischio che il superamento dei vecchi confini statali non portasse a una vera democrazia sovranazionale, ma alla nascita di un macro-nazionalismo basato sul risentimento geopolitico (in particolare sul sentimento anti americano dell’epoca).
Temeva che l’Europa, unificandosi, potesse semplicemente riprodurre su scala più ampia gli stessi difetti dello Stato-nazione, definendo la propria identità “in negativo” contro un nemico esterno o trasformandosi in una macchina puramente burocratica e centralizzata.
L’alternativa di Arendt era il Federalismo Post-Nazionale. Per superare i veleni del nazionalismo europeo e globale, Arendt non proponeva un semplice cosmopolitismo astratto, ma un modello concreto basato sul federalismo e sul sistema dei consigli. Quest’ultimo si ispirava a Rosa Luxemburg ed abbinava la spontaneità della ribellione al potere, all’organizzazione e alla critica del nazionalismo.
Per Arendt quindi  l’europeismo come nazionalismo è una prospettiva teorica e politica che interpreta il processo di integrazione europea non come il superamento del concetto di Stato-nazione, ma come la creazione di un nuovo “Super-Stato” o “Europa-Nazione” su scala continentale. Mentre secondo il pensiero europeista  prevalente dopo la Seconda guerra mondiale  l’europeismo si fonda sul federalismo, sul pluralismo e sul superamento dei confini, la declinazione nazionalista applica la logica e i meccanismi del classico Stato ottocentesco all’intera Europa, elevando il continente a nuova e unica patria.
Il nazionalismo europeo o nazionalismo paneuropeista è un’ideologia politica nazionalista favorevole alla creazione di uno stato-nazione europeo (“Europa-Nazione”) che si sostituisca agli Stati attualmente esistenti. Il termine, come detto in apertura, venne coniato da Hannah Arendt nel 1954 per riferirsi a un’ideologia nazionalista (ipotetica o postulata) basata su un’identità paneuropea. Arendt avvertiva che un “nazionalismo paneuropeo” sarebbe potuto sorgere dalla coltivazione del sentimento antiamericano in Europa. Parte di questa ideologia si distingue dall’europeismo democratico e dal federalismo europeo in quanto influenzata dal neofascismo.
Il tema della costruzione dell’Europa è stato utilizzato dai fascisti italiani e poi dai servizi di propaganda del Terzo Reich nazista, strumentalizzando e manipolando alcuni referenti storici, come la Giovine Europa fondata da Giuseppe Mazzini nel 1834. Alla fine della seconda guerra mondiale alcuni fascisti organizzarono due strutture apertamente pro-europee. La SS-Hauptamt prevedeva un’Europa unificata senza Russia e divisa in grandi regioni. I fascisti della Repubblica Sociale Italiana sostenevano inoltre la creazione di una comunità europea nel loro manifesto di Verona del 1944.
Dopo la guerra, lo svedese Per Engdahl creò con il francese Maurice Bardèche il Movimento sociale europeo. Poco dopo Francis Parker Yockey creò il Fronte europeo di liberazione, che ebbe un’esistenza abbastanza breve. Lo stesso vale per il Movimento Popolare Europeo creato alla fine degli anni cinquanta da Otto Strasser.
Negli anni cinquanta c’erano diversi gruppi di neofascisti e neonazisti che esplicitamente sostenevano il “nazionalismo europeo”. In Gran Bretagna, dal 1948 al 1973 il politico già filofascista e filonazista Oswald Mosley ha guidato lo Union Movement. Dal 1950 al 1957, Mosley anima il Movimento sociale europeo, collaborando con gruppi comparabili sul continente.
Tra il 1960 e il 1969 Jean Thiriart anima l’associazione Jeune Europe, ispirata al nazionalismo pan-europeo. Jeune Europe scompare nel 1969, ed è succeduta da qualche organizzazione paneuropea di minore importanza, come il Comitato di collegamento dei rivoluzionari europei e il Fronte europeo di Liberazione (la seconda organizzazione a portare quel nome).
Nel 1960 Mosley, Thiriart e altri dirigenti di gruppi di estrema destra europei (Deutsche Reichspartei, Movimento Sociale Italiano (con riserve), Jeune Europe en Mouvement d’Action Civique) fondarono il National Party of Europe.  Mosley ha sostenuto il nazionalismo europeo nel suo libro, Europe a Nation, e all’interno del suo movimento britannico Union Movement. Nella loro “Dichiarazione europea” del 1º marzo 1962, il National Party of Europe invita alla creazione di uno Stato nazionale europeo attraverso un governo europeo comune e un Parlamento europeo eletto, il ritiro delle forze americane e sovietiche dall’Europa e la dissoluzione delle Nazioni Unite, da sostituire da un organismo internazionale guidato dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica e dall’Europa come tre uguali. Il territorio dello Stato europeo doveva essere quello di tutte le nazioni europee al di fuori dell’Unione Sovietica, incluse le isole britanniche, e i loro territori d’oltremare. Il movimento è rimasto attivo negli anni sessanta, ma per lo più si sciolse negli anni settanta. Anche personaggi di estrema destra come Julius Evola e Franco Freda dichiararono la propria opposizione allo sciovinismo nazionale in favore della civiltà europea.
Una frangia minoritaria del nazionalismo pan-europeo, rappresentata dal movimento Euro Droite negli anni settanta, optava per la conservazione delle nazioni esistenti all’interno di un’unione confederale.
I pilastri dell’Euro-Nazionalismo
Questa visione si differenzia dall’europeismo democratico e si sviluppa attorno ad alcuni concetti chiave:
Coincidenza tra confini e identità: Applica la definizione di Ernest Gellner, secondo cui l’unità politica (le istituzioni di Bruxelles) e l’unità culturale devono coincidere perfettamente.
L’Europa come “Fortezza”: Sviluppa dinamiche di esclusione verso l’esterno. L’identità europea viene definita “in negativo” per contrapposizione a blocchi esterni (es. sentimento anti americano, anti cinesi o anti-islamico).
Omogeneità culturale: Ricerca radici storiche, filosofiche o religiose comuni (es. l’eredità greco-romana o giudaico-cristiana) utilizzate come collante mitico per giustificare la nascita del nuovo popolo europeo, riprendendo i vecchi schemi della pedagogia nazionale.
Potere (centralizzato): sostituisce la sovranità dei singoli Stati membri non con una federazione snella, ma con un’autorità centrale forte e sovrana, capace di proiettare potenza geometrica sullo scacchiere globale.
Storicamente, frange della destra radicale  del secondo Dopoguerra (come il movimento Europa Nazione) hanno cavalcato questa idea. L’obiettivo era creare un terzo blocco geopolitico forte, etnicamente o culturalmente omogeneo, contrapposto sia agli Stati Uniti che all’Unione Sovietica.
Si è creata per un lungo periodo una  contrapposizione sul significato stesso di Europa,  sintetizzata in questa distinzioni:
Europeismo Democratico / Federalismo
Europeismo come Nazionalismo (Euro-nazionalismo)
Identità
Plurale, inclusiva, fondata sulla diversità (“Unita nella diversità”).
Esclusiva, fondata su barriere civiche o identitarie rigide.
Modello politico
Federazione di Stati che mantengono la propria specificità culturale.
Stato-nazione centralizzato su scala continentale.
Rapporto con l’esterno
Cooperazione internazionale e multilateralismo.
Competizione geopolitica aggressiva e logica da “superpotenza”.
Origine dei valori
Principi costituzionali ed universalismo democratico.
Radici storiche, geografiche o civiche considerate uniche ed esclusive.
Benché Arendt avesse avvertito della possibilità dello sviluppo del “nazionalismo paneuropeo”, non c’è stato per molto tempo alcun accenno di tale ideologia al di fuori dei gruppi di estrema destra.
Ma ad un certo punto, proprio quando l’Europa appare “vincente”, nel 1989, nella sua versione occidentale la situazione in realtà si fa più complicata e saltano gli schematismi.
Il dibattito si è ulteriormente frammentato. Da un lato vi è chi vede nell’integrazione l’unico scudo democratico contro il ritorno dei singoli “sovranismi nazionali 2.0”; dall’altro, i critici della governance di Bruxelles temono che le stesse istituzioni comunitarie stiano assumendo tratti tecnocratici o identitari tipici di un inedito, e potenzialmente escludente, nazionalismo macro-regionale. Ed è questo ciò che si vorrebbe continuare a proporre quando in realtà la situazione è profondamente cambiata. Per questo qui mi fermo nell’uso della “conoscenza in rete” e riprendo il mio ragionamento. Da tempo uso il termine di “Europa reale” proponendo di aggiornare la riflessione sulla base dei processi storici avvenuti e in atto del loro impatto sugli impianti ideologici. L’Europa che veniva dalla lotta al nazifascismo era profondamente segnata dal compromesso che si è realizzato tra due modelli sociali, socialismo e capitalismo, non senza aver avuto incertezze e ambiguità, nel combattere il “nemico comune”. Ne nasce un trentennio segnato da più fattori. Un effettivo compromesso sociale in cui pesa molto il ruolo avuto in Europa dai movimenti operai, socialisti e comunisti all’Ovest e dal socialismo reale. Il modello sociale europeo è un effettivo cambio di paradigma in cui il lavoro, il welfare e il pubblico sono centrali. Le Costituzioni dell’Ovest sono profondamente segnate da questo compromesso. Così come dall’aspirazione alla Pace fino al ripudio della guerra. Si realizza una forma di ordine mondiale condiviso intorno all’Onu. Tutto ciò regge l’impatto con la stessa guerra fredda e la competizione strategica tra i due reali, socialismo e capitalismo, che hanno prodotto un compromesso particolarmente progressivo in Europa. I conflitti, le lotte di liberazione e le repressioni ci sono ma il “sistema tiene”. In questo quadro si hanno elaborazioni e pratiche particolarmente importanti che puntano a fare del modello sociale europeo un riferimento per la globalizzazione. Spinelli, Brandt, Palme, Berlinguer, i movimenti pacifisti. Poi Baumann, Balibar, Morin e tante e tanti altri. L’idea di una Europa dall’Atlantico agli Urali, connotati socialmente e non etnicamente, parte di un governo mondiale democratico. Gorbaciov è il canto del cigno. Dopo l’89 paradossalmente, ma non troppo, la socialdemocrazia invece di occupare lo spazio del socialismo reale abdica. Maastricht è il Manifesto del neoliberalismo. Il funzionalismo e l’intergovernativismo” cancellano il federalismo democratico. Tornano geopolitica, guerre, doppi standard. La guerra ai migranti, contemporaneamente respinti e accusati di rimpiazzo etnico e sussunto come lavoro neo schiavistico. Sostanzialmente una rivoluzione conservatrice delle borghesie che, non a caso, ripropongono le dinamiche nazionaliste in salsa pan europea. I nemici esterni, migranti e Russia ma anche gli USA trumpiani, accelerano il passaggio dal welfare al warfare. È si sta arrivando laddove temeva Arendt ma anche Berlinguer nel 1984 in una profetica intervista su Critica marxista su come le destre avrebbero preso il sopravvento in una Europa che avesse voluto farsi potenza. Nel Mondo intanto il pensiero neocon, nato tra Thatcher e Reagan ma transitato verso I democratici USA e le terze vie, ha accelerate le rotture dei compromessi sociali puntando sul capitalismo autoregolantesi. Salvo venire spianato dal nuovo pensiero Maga, pienamente suprematista e restauratore di presunte identità naturali. Ed ecco che le destre reazionarie hanno pronto tutto l’armamentario e il reale si piega verso di esse. È proprio vero che senza il Socialismo la barbarie si fa destino. Anche in Europa. Ed è in Europa che le destre possono usare molti materiali che vengono da un passato che fu sconfitto ma che ora di ripropone e in cui la destra italiana, presente in molte cose qui rievocate, ha una cospicua cassetta degli attrezzi. Certo poi al governo si adegua eccome ai poteri forti, ma anche questa non è una novità. Il danno fatto con lo scioglimento del PCI è purtroppo enorme come il fallimento del Pd partito dell’Europa reale. Ma per chi vuole, anche il socialismo ha la sua cassetta degli attrezzi. Da rilucidare.

Roberto Musacchio

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