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Il movimento operaio italiano e il Sud

di Mattia
Gambilonghi

Meridionalismo, programmazione economica e riforme di struttura nella tradizione del movimento operaio italiano

di Mattia Gambilonghi

Se dovessimo individuare le origini storiche del modello teorico entro cui collocare una moderna politica economico-industriale di stampo meridionalista, è indubbiamente all’elaborazione sviluppata da comunisti e socialisti tra anni Trenta e anni Sessanta che bisognerebbe guardare.

Il contesto dentro il quale quest’elaborazione si realizza, è quello del processo di profonda ridefinizione dei rapporti e dei confini tra Stato e mercato che fa seguito alla crisi economica del 1929 e al declino delle teorie economiche liberiste fondate sull’idea di autoregolazione del mercato.

Si tratta di una ridefinizione che rende più labili, se non addirittura “porosi”, i confini e i perimetri di queste due dimensioni – quella del mercato e quella dello Stato –, con il duplice risultato, da un lato, di politicizzare il mercato, le cui dinamiche saranno sempre meno il prodotto dell’autoregolamentazione dei soggetti che operano e concorrono al suo interno. E, dall’altro, di far assumere allo Stato un ruolo centrale e determinante all’interno nel processo economico, sia per ciò che concerne il momento della produzione e dell’accumulazione, che per quanto riguarda, invece, il momento della circolazione e redistribuzione, facendo così divenire l’attore statale un soggetto di mercato portatore di una logica non mercantile.

Il ruolo assolutamente inedito svolto a partire da questo momento dallo Stato all’interno dei processi economici, al fine di governarli e indirizzarli secondo precisi criteri e scelte politiche, delineerà un’economia mista che vede convivere al suo interno il settore privato con un settore pubblico che, specie in paesi come Francia e Italia, si fa sempre più ampio, rompendo con i dogmi del liberismo classico e accorciando le distanze, un tempo vistosissime, tra le economie capitalistiche e l’economia sovietica. Si prende atto insomma che il mercato altro non è che un fenomeno istituzionale, e che per nessuna ragione può quindi essere considerato autonomo e predominante. Conseguentemente le società e gli ordinamenti politici occidentali scelgono di cominciare a perseguire degli «obiettivi pubblici attraverso imprese private», e ciò, essenzialmente, in ragione del fatto che non si ritiene più possibile raggiungere degli obiettivi ambiziosi e di lungo periodo attraverso «l’incrementalismo delle regolazioni di mercato» e del loro «potere decisionale decentralizzato»1. Si mette quindi mano ad una crescente regolazione del mercato in quanto nella sua spontaneità non si vede più uno strumento adeguato per definire i traguardi collettivi.

Che ruolo ha la sinistra e il movimento operaio all’interno di questa trasformazione di carattere non solo teorico-intellettuale, ma realmente operante sul piano delle politiche? Un ruolo rilevante, nonostante sia inizialmente il frutto di componenti eretiche del movimento operaio e maggioritarie solo in alcune situazioni nazionali, come il Belgio o la Svezia. Nello specifico, oltre all’influenza esercitata dall’avvio della pianificazione integrale sovietica negli anni dei primi piani quinquennali, è alla figura di Henri De Man che bisogna guardare, per capire la genesi di quella teoria e pratica planista e programmatoria che segnerà i principali partiti della sinistra europea durante i Trenta gloriosi, inclusi i partiti italiani. Merito principale di De Man e di quel “socialismo planista” di cui è tra i principali esponenti, è quello di superare positivamente in avanti la rigida contrapposizione tra il massimalismo della prospettiva (sia esso di stampo evoluzionista, nella tradizione socialdemocratica, o crollista, in quella comunista) e il minimalismo pratica che accomuna i due tronconi del movimento operaio. De Man riformula infatti in maniera innovativa e originale il «rapporto tra fine ultimo e movimento reale», non solo ponendo il tema del piano e dell’economia programmatica come obiettivo politico (e non più storico) da utilizzare nella propaganda quotidiana ai fini della conquista del consenso, ma anche facendo del nodo teorico delle forme di programmazione economica il campo dentro cui definire le «tappe intermedie e transitorie» attraverso cui scandire cronologicamente il processo di transizione al socialismo e di avvicinamento tra questo e la realtà capitalistica. Più in generale, i “piani del lavoro” e le “riforme di struttura” teorizzate e praticate negli anni della crisi dal socialismo planista, implicando sia una politica di bilancio tesa alla piena utilizzazione dei fattori produttivi che la riforma profonda e radicale delle «fondamentali strutture del potere economico e politico»2, rendono possibile un’efficace saldatura tra il momento congiunturale e quello strutturale. Ciò avviene in quanto alla spesa in disavanzo e ai suoi effetti moltiplicativi vengono affiancate sia la nazionalizzazione delle branche principali e strategiche dell’economia (credito, energia elettrica, settore carbonifero, ecc.), che la creazione di nuove forme istituzionali tali da permettere alle masse un’azione di controllo democratico che riesca a tenere il passo dei sempre più profondi intrecci tra politica ed economia. Deficit spending e manovra delle principali leve economiche vengono insomma considerati come gli strumenti principali al fine di modificare il sistema di convenienze dentro cui si trovano ad agire le imprese private e definire, così, un nuovo quadro di compatibilità orientato al raggiungimento della piena occupazione e della soddisfazione dei bisogni sociali ignorati dal mercato.

Queste riflessioni, nonostante la chiusura e le diffidenze iniziali, verranno progressivamente assimilate e incorporate in maniera originale da PCI e PSI. I due partiti infatti, dapprima, durante la fase resistenziale e costituente, fanno proprio il concetto e la parola d’ordine delle “riforme di struttura”, allora identificate principalmente con l’insieme delle misure volte a colpire le strutture economiche (“monopolistiche”) dei ceti che avrebbero originato il fascismo, in modo da “estirpare le radici” di quest’ultimo. Ma, e in maniera sempre più decisa a partire dalla fine degli anni Cinquanta, mettono in connessione queste riforme strutturali con l’idea di una “programmazione democratica” che sia in grado di governare uno sviluppo economico squilibrato sia socialmente che territorialmente, e considerandola per di più come la principale delle riforme di struttura. Legando, così, il problema delle forme di programmazione economica a quello della risoluzione della cronica arretratezza delle regioni meridionali.

Rivolgendo in particolare la nostra attenzione al PSI, è a partire dagli scritti di Giannini – e dalla successiva mozione redatta da quest’ultimo e approvata al congresso di Firenze del 1946 – sullo “Stato repubblicano”, che i socialisti italiani delineano in maniera sempre più organica il nesso esistente tra la nuova forma politica rappresentata dall’architettura costituzionale repubblicana, da un lato, e, dall’altro, una politica meridionalistica che si nutre delle suggestioni fornite dalle variegate e molteplici esperienze che compongono la stagione planista e programmatoria avviata negli anni Trenta (il Plan du travail del già citato Henri De Man, le riflessioni dei socialdemocratici svedesi Wigforss e Myrdal, i piani quinquennali sovietici e la TVA del New deal rooseveltiano). Nel saggio Lo Stato democratico-repubblicano, redatto da Giannini per il Bollettino dell’Istituto di studi socialisti, trattando dei principi di uguaglianza e solidarietà che dovranno far capo e ispirare l’azione del nuovo Stato in gestazione, il celebre giurista affronta il problema della “funzionalizzazione sociale della proprietà privata” ponendo l’accento sull’«interesse generale della collettività»3. Una formulazione, quest’ultima, che chiama evidentemente in causa le diseguaglianze e gli squilibri non solo fra le diverse classi e gruppi sociali, ma anche di carattere territoriale e fra le diverse regioni. Diseguaglianze e squilibri che, a parere di Giannini, vanno affrontate – ponendosi certamente in continuità con una tradizione precedente, ma anticipando al tempo stesso alcuni dei tratti che struttureranno l’intervento straordinario e la Cassa del Mezzogiorno avviati nel decennio successivo – attraverso apposite leggi speciali.

Una tematica, questa dello sviluppo equilibrato e solidale del paese, che attraversa e innerva i contenuti anche di un altro importante momento di riflessione e proposta politica del Psi: sarebbe a dire, la Conferenza economica socialista animata nel 1947 da uno dei padri di quello che sarà definito il “nuovo meridionalismo” incarnato dallo Svimez, Rodolfo Morandi. Nel quadro del rapporto che a suo parere viene ad istituirsi tra il “piano economico di azione socialista” – da attuarsi in un contesto ancora capitalistico, ma in cui le forze politiche del proletariato e del lavoro organizzato hanno ormai assunto un ruolo dirigente e propulsivo della vita nazionale – e le riforme di struttura – che costituiscono il perno della strategia di trasformazione sociale fatta propria in quegli anni dal Psi, eredità delle innovazioni teoriche prodotte dal belga De Man e da quello che Morandi definisce il “socialismo integrale” di Otto Bauer – lo sviluppo e «l’incremento del potenziale economico del Mezzogiorno» rappresentano non solo uno degli obiettivi principali del piano socialista, ma addirittura la sua «finalità specifica nazionale»4. Le riforme di struttura rappresentano infatti per Morandi delle azioni politiche e degli obiettivi intermedi tali da «dislocare incessantemente l’equilibrio del sistema» capitalistico, e volte conseguentemente a incidere sui rapporti di proprietà, spezzando così quelle «incrostazioni sociali» e quelle «posizioni di dominio» cristallizzate che ostacolano lo sviluppo economico e che si pongono in contrasto con «l’interesse della collettività»5. È quindi evidente come quello dello sviluppo e dell’industrializzazione del Mezzogiorno venga a costituire uno degli obiettivi attorno a cui coagulare una pluralità di riforme di struttura.

A dover essere sottolineato è il fatto che il planismo economico delineato da Morandi, lungi dall’assumere una connotazione di tipo dirigistica e statocentrica, al pari del resto dell’elaborazione socialista valorizza e pone l’accento sui temi dell’autogoverno e delle autonomie. In quanto promotore ed estensore di un progetto di legge sulla istituzionalizzazione dei “consigli di gestione”, Morandi dimostra di voler fare poggiare la politica socialista di programmazione economica su delle specifiche autonomie funzionali relative all’ambito della cosiddetta “democrazia economica”. Contrastando insomma le concezioni tecnocratiche della pianificazione socialista, e ritenendo necessario che il piano economico venga elaborato «col concorso di tutte le forze operanti nel processo produttivo», Morandi assume come indispensabile e fondamentale il problema della democratizzazione della vita produttiva, per immettere cioè «nel ciclo economico nuove energie, che esprimano e interpretino gli interessi della collettività»6.

Delle posizioni, quelle appena esposte, che sarebbero state non solo ribadite e specificate in occasione del Convegno economico del Fronte democratico popolare, momento di discussione unitaria con il Partito comunista, ma che sarebbero state successivamente sviluppate da Morandi durante la sua attività di presidenza prima, e di vice-presidenza poi, dello Svimez.

Una possibile pista per un lavoro di ricerca volto ad indagare il nesso tra il modello costituzionale italiano, le forme di governo dell’economia e la tematica meridionalista – come quello messo in cantiere dal Laboratorio per il socialismo costituzionale7dovrebbe, tra le altre cose, proporsi di analizzare e ricostruire il legame che in seno all’attività e all’elaborazione teorico-politica socialista viene a crearsi tra la forma politica democratico-repubblicana, la politica economica e industriale che questa è chiamata a condurre in nome dei principi di uguaglianza e solidarietà, e la questione meridionale. Concentrandosi, nello specifico, su una figura di spicco come Rodolfo Morandi, visto il rapporto tra socialismo, democrazia e meridionalismo che caratterizza l’azione e il pensiero di quest’ultimo, a partire dagli studi che negli anni Trenta lo conducono alla stesura della Storia della grande industria in Italia, proseguendo con la sua attività di deputato in sede di Assemblea Costituente e di ministro dell’Industria nei governi di unità nazionale, per terminare infine con la sua attività di direzione e promozione dello Svimez.

Tornare a ragionare sulla questione meridionale è fondamentale per una forza di sinistra che voglia incarnare le ragioni del lavoro: dalla risoluzione della questione meridionale e del gap in termini occupazionali del Sud, dipende lo sviluppo complessivo del paese. Ma per farlo in maniera efficace, bisogna lasciare da parte le credenze sciocche – tanto di moda negli ultimi decenni – sulla capacità dei privati di investire e allocare risorse nei settori strategici. A dover essere riscoperti, al contrario, sono l’economia mista e la programmazione economica, con la loro capacità di indicare orizzonti di lungo periodo alle forze economiche.

1N. Chamberlain, La pianificazione economica occidentale, in C. Schneider (a cura di), Convergenze tra capitalismo e socialismo. Quindici anni di discussioni, Giuffré, 1978, pp. 87-91

2M. Telò, Teoria e politica del piano nel socialismo europeo tra Hilferding e Keynes, in AA. VV., Storia del marxismo, vol. 3/II, Einaudi, 1981, p. 424

3M. S. Giannini, Lo Stato democratico-repubblicano, Bollettino dell’Istituto di Studi socialisti, 1946, n.7; ora in Id., Per uno Stato democratico-repubblicano, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016, p. 27

4R. Morandi, Piano economico e riforme di struttura, relazione alla Conferenza economica socialista, Bollettino dell’Istituto di Studi socialisti, 1947; ora in M. Comei (a cura di), Le sinistre e la ricostruzione, Dedalo, 1979, pp. 207-219

5Ibid.

6Ibid., p. 218

7Il Laboratorio per il socialismo costituzionale è un gruppo di lavoro creato dall’associazione Sinistra XXI al fine di sviluppare ricerche e riflessioni intorno ai nessi che legano il modello costituzionale italiano, di stampo democratico-sociale e lavorista, con una rinnovata progettualità in senso socialista. Nell’aprile del 2016 ha avuto luogo presso la Fondazione Basso e con la collaborazione del Centro per la Riforma dello Stato, il primo dei seminari del Laboratorio, dedicato al tema “Sovranità, classe, nazione. Questione di classe, questione nazionale, questione istituzionale”. Il prossimo 6 dicembre invece, avrà luogo presso il Dipartimento CoRis della Sapienza (via Salaria 113, Roma), il secondo momento di riflessione organizzato dal Laboratorio, con il patrocinio di Transform! Europe; il convegno dal titolo “Democrazia economica e autogoverno nell’impresa. Teorie, storia, prospettive”

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