La venticinquesima riunione dei capi di stato della Shangai Cooperation Organization (SCO) che si è svolta in Cina, affiancata dalla parata militare che celebra la vittoria cinese sull’invasore giapponese al termine della seconda guerra mondiale, ha assunto le caratteristiche di un evento caratterizzante dell’attuale situazione globale.
Le due letture dominanti sono quella maggioritaria che vede nell’incontro la costruzione di un fronte anti-occidentale a guida cinese e lo interpreta come una minaccia e quella speculare ma contrapposta, minoritaria ma con qualche influenza a sinistra, che vede delinearsi l’alba di un felice mondo multipolare acconciandosi per questo al ruolo di “pifferaio” di questo schieramento.
Lasciando per il momento da parte questi due approcci ma anche la pretesa di dare un giudizio più complessivo sulle possibili conseguenze che il vertice della SCO avrà sullo scenario globale, che richiederà forse qualche tempo di maturazione, mi sembra utile cercare di delineare la visione dell’ordine mondiale che è stata proposta da Xi Jin Ping nel suo discorso del 1° settembre.
Questo intervento, breve ma ricco di spunti, va considerato alla luce della visione più complessiva che muove l’azione interna ed esterna della leadership cinese che avevo cercato di delineare in un articolo del 14 luglio 2021 (si legga qui).
Nello strabordare di analisi “geopolitiche” che invadono siti e blog, con la quale si può pretendere di spiegare qualsiasi cosa senza in realtà spiegare nulla (esercizio al quale si è dedicato anche Mario Draghi al recente convegno ciellino di Rimini), a volte ci si dimentica di confrontarsi con le posizioni che i vari soggetti politici e statuali espongono, con accortezza retorica indubbiamente, ma anche un certo grado di sincerità.
Che cosa ci dice Xi Jin Ping e in che misura la sua visione del mondo può favorire od ostacolare (o insieme l’una e l’altra cosa), le forze che si propongono di determinare una rottura con l’ordine capitalistico e la costruzione di una società fondata su un diverso modo di produzione?
Proverei a sintetizzare per punti quelli che sono, a mio parere, gli elementi chiave del discorso del leader cinese.
Un mondo vestfaliano
Il cosiddetto Trattato di Vestfalia, che in realtà si componeva di tre diversi accordi, mise fine ad un lungo periodo di conflitti sul continente europeo caratterizzati dalla dimensione religiosa. Si affermò il principio condensato nel detto “cuius regio eius religio” secondo il quale la religione del sovrano diventava la religione dei sudditi. Questo accordo, più nella rilettura che ne è stata fatta successivamente che nelle intenzioni dei protagonisti, è considerato come il riconoscimento di un ordine internazionale (ma in realtà al tempo nemmeno tutto europeo) fondato sull’esistenza di Stati sovrani. Naturalmente l’idea di Stato, in un assetto sociale feudale, era ben diverse da quella che si andrà delineando dopo la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale, l’affermazione del capitalismo come modo di produzione dominante, la crescita del movimento operaio e comunista, ecc. ecc.
Ma l’idea di un ordine globale fondato su Stati pienamente sovrani è certamente alla base della visione di Xi Jin Ping, il quale però non lo fa risalire alle vicende di Vestfalia, perché questo la renderebbe troppo eurocentrica, ma alla fine della seconda guerra mondiale.
La Cina, come la Russia per conto dell’ex Unione Sovietica, rivendicano il pieno riconoscimento del loro contributo alla sconfitta del nazifascismo incarnato dalla Germania sul suolo europeo e dal Giappone su quello asiatico. Dalla fine della guerra mondiale emerse un assetto globale nel quale ai due Stati veniva pienamente riconosciuto il loro ruolo e il diritto, conquistato sul campo di battaglia, di essere soggetti necessari per la gestione dell’ordine globale.
Xi Jin Ping contrappone l’ordine emerso dalla seconda guerra mondiale (nel quale si riconosceva l’esistenza e la convivenza di ordinamenti sociali e politici diversi) all’ordine “basato su regole” di cui si vorrebbero interpreti i paesi capitalistici occidentali. Questa visione ideologica è stata particolarmente diffusa dopo il crollo dell’URSS. “L’Occidente”, figura retorica sulla quale si è costruita la visione del mondo, si considerava il punto d’arrivo insuperabile della storia umana e parametro al quale il resto del mondo doveva adeguarsi. La cosiddetta “comunità internazionale” non solo decideva quali dovessero essere le “regole” ma anche quando farle applicare, se necessario anche a colpi di bombardamenti, e ancor di più quando ritenersi in diritto di violarle. Una contraddizione tanto più evidente in questa fase, nella quale si sostiene di fatto il genocidio palestinese messo in atto da Israele e si permette a questo Stato qualsiasi violazione al “diritto internazionale”.
Le Nazioni Unite che, già dal nome, riconosce di essere un’organizzazione globale fondata sull’esistenza di Stati sovrani e dotati di pieni ed equivalenti diritti, è considerata la sede nella quale è possibile cercare di comporre la soluzione dei conflitti.
Riconoscere l’esistenza delle “civilizzazioni”
Xi Jin Ping, nel suo discorso fa riferimento alla “diversità delle civilizzazioni”. Su che cosa siano effettivamente queste civilizzazioni è tema quantomeno controverso, così come la loro permanenza nella storia.
Sappiamo che il tema è stato agitato dall’ideologo conservatore statunitense Samuel Huntington che ha avuto una notevole influenza sull’establishment nordamericano. Huntington, e qui è la differenza radicale con Xi Jin Ping, riteneva che queste “civiltà” fossero destinate a competere e a scontrarsi. Se Fukuyama con la sua “fine della storia” aveva rappresentato la lettura ottimista (dal punto di vista del capitalismo imperialista) dell’esito della fine della guerra fredda, Huntington ne interpretava l’anima pessimista. Certamente dal suo punto di vista la “civiltà occidentale” è superiore alle altre ma proprio per questo ne viene continuamente minacciata (“ci odiano per i nostri meriti non per le nostre colpe”).
Xin Jin Ping, nel rivendicare la millenaria “civilizzazione” cinese, sostiene che a partire da questo reciproco riconoscimento sia possibile costruire un mondo nel quale si convive pacificamente e insieme si persegue lo sviluppo economico.
Il tema della “civilizzazione”, per chi si riconosce in una visione del mondo universalista, è questione che solleva qualche legittimo sospetto. Se esiste una “civilizzazione” cinese dovrebbe esistere anche una “civilizzazione” europea o, peggio ancora, occidentale alla quale dovremmo essere ancorati dalla nostra storia millenaria (sull’invenzione dell’Occidente si legga Scassellati qui). Anche una concezione universalista riconosce le specificità nazionali o di grandi aree geografiche, ma queste sono interpretate come prodotti di processi storici differenziati e, come tali, tutt’altro che eterne, ma destinate a riarticolarsi e ridefinirsi sulla base di un processo crescente di interrelazione tra società, nazioni e popoli.
Xi Jin Ping contesta giustamente il permanere di una mentalità colonialista in Occidente, di cui la Cina ha sperimentato la brutalità e il razzismo, ma il tema delle diverse civilizzazioni sembra rimandare proprio alla visione ideologica che ha alimentato il colonialismo.
La globalizzazione felice
Il paradosso degli ultimi anni ha registrato che una parte delle classi dominanti del capitalismo occidentale guardano con sempre maggiore scetticismo agli effetti della globalizzazione. Lo strumento organizzativo globale di questo processo, la WTO (Organizzazione Globale del Commercio), è stata di fatto bloccata dagli Stati Uniti nel momento in cui questi hanno ritenuto che la globalizzazione non andasse più interamente a proprio vantaggio. D’altra parte gli stessi Stati Uniti hanno visto il “libero mercato” globale come un obbligo per gli altri paesi più che per sé stessi e si sono globalizzati meno dell’Europa, ad esempio.
Xi Jin Ping richiama il ruolo della WTO, assieme a quello delle Nazioni Unite, in quanto strumento fondamentale dell’ordine globale multipolare. Un’organizzazione anch’essa basata sul riconoscimento della sovranità degli Stati che vi trovano sedi e occasioni per definire le regole attraverso le quali si svolge il commercio internazionale. Trump da parte sua contesta radicalmente il ruolo della WTO ritenendo che dopo l’ingresso della Cina esso abbia lavorato contro gli interessi del capitalismo statunitense.
Un giudizio, quello cinese, evidentemente diverso dalla visione fortemente critica espressa a partire dal movimento altermondialista dell’inizio del millennio. Quel movimento, in verità, non si poneva da una posizione “sovranista” quanto piuttosto dall’idea che fosse possibile una diversa globalizzazione non dominata dagli interessi del capitale. Va detto che nella concezione cinese i soggetti dello scenario globale sono gli Stati e gli Stati sono visti come unità tendenzialmente omogenee al loro interno anche se differenziati tra loro in quanto a “civilizzazione”. Da questo punto di vista esiste una netta differenza tra la visione dell’Unione Sovietica che restava universalista e cercava di combinare, con tutte le contraddizioni sorte con la direzione staliniana tra dimensione nazionale e internazionalismo, una visione globale nella quale operavano Stati e classi sociali.
Lo sviluppo delle forze produttive
Il marxismo cinese tende ad essere interpretato soprattutto come una teoria dello sviluppo delle forze produttive. Queste sono viste separatamente dai rapporti sociali di produzione e sono considerate il motore del progresso sociale (Xi Jin Ping non deve aver letto Panzieri).
Quindi Xi Jin Ping sostiene lo sviluppo scientifico e tecnologico come condizione fondamentale per la prosperità e la possibilità di coordinare questo sviluppo in modo tale da essere positivo per tutti gli Stati. In questo si contrappone all’idea che prevale nelle classi dominanti statunitensi, secondo la quale, non basta che vi sia sviluppo scientifico e tecnologico ma è indispensabile mantenere il primato di questo sviluppo.
Gli Stati Uniti, soprattutto nella visione di Trump e dei suoi ideologi, partecipano ad un assetto globale che non può essere “win-win” per tutti, come invece pensa Xi Jin Ping, ma nella quale ci deve essere chi vince e conseguentemente anche chi perde. Non è una torta che si espande e nella quale tutti possono avere una fetta più grande, ma ognuno deve combattere con tutti i mezzi per ingrandire la propria fetta di torta a spese degli altri.
La visione cinese dello sviluppo delle forze produttive e della possibilità di condividere questo sviluppo, oltre che della sua necessità per affrontare i temi che stanno di fronte a molte società economicamente sviluppate, come il mutamento climatico e lo squilibrio demografico, permette di trovare la base comune grazie alla quale gli Stati sovrani e le diverse civilizzazioni possono dialogare ed interagire. Altrimenti non ci sarebbe un terreno comune ma una frammentazione globale.
Ci si può legittimamente interrogare, almeno per chi si ritiene ancora marxista e non è scivolato nel pantano della “geopolitica”, se sia possibile una crescente integrazione economica, commerciale e tecnologiche e contemporaneamente il mantenimento e il rafforzamento della sovranità statale o se questo non apra insolubili contraddizioni tra “struttura” e “sovrastruttura.
Oltre allo sviluppo delle forze produttive, la Cina di Xi Jin Ping rivendica anche che la distribuzione del reddito deve essere fondata sul lavoro, in questo utilizzando lo schema che fa del socialismo, anche con caratteristiche cinesi, la società basata sul principio secondo cui “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo il suo lavoro” (non deve aver letto nemmeno i teorici dell’operaismo).
Xi Jin Ping e noi
Data la sua influenza crescente sull’assetto mondiale, ritengo che ci si debba misurare analiticamente con la visione cinese. Cogliendone sia gli elementi positivi, come la ricerca di un assetto globale che integri i diversi interessi nazionali rifiutando ogni forma di sopraffazione, il riconoscimento degli effetti del mutamento climatico e anche il rispetto delle diverse via di sviluppo nazionale (tema sul quale occorrerebbe approfondire l’analisi perché cruciale per chi aspiri a governi alternativi orientati verso gli interessi delle classi popolari). Valutandone altri che sono decisamente controversi come l’esaltazione delle “diverse” civilizzazioni, la disponibilità a collaborare con qualsiasi regime, anche il più reazionario e oppressivo, sulla base dei soli interessi commerciali ed economici nazionali, l’accettazione di una logica sostanzialmente autoritaria del potere in un contesto di arretramento globale delle forme di capitalismo liberale anche in Occidente.
Ma potrebbe essere utile dibattere anche sulla necessità dello “sviluppo delle forze produttive” come condizione del progresso sociale e sul corretto rapporto tra “reddito e lavoro” pur in contesto economico e sociale che si presenta come diverso e di acquisizioni sociali e che accoglie prospettive di redistribuzione della ricchezza che consideriamo, giustamente, più avanzate.
Franco Ferrari
