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Il manifesto. Parabola di una eresia

di Sergio
Dalmasso

In vista del convegno organizzato dall’archivio Marini che si svolgerà a Pistoia pubblichiamo per gentile concessione il testo della comunicazione di Sergio Dalmasso che farà parte degli atti –

Gli anni ’70 e i primi anni ’80 sono stati precipitosi, triturando esperienze e idee e nessuno dei discorsi che facemmo al dodicesimo congresso del PCI sarebbe oggi più che un discorso sul passato. Conserviamo più con tenerezza che come il libro della legge il “manifesto” rivista…
Sono storie della politica che oggi è quel che è… Delle storie andate, credeteci, non c’è traccia o è così esile che non val la pena di attardarvisi1.
Così Rossana Rossanda, nell’autunno 1984, commenta lo scioglimento del PdUP e la sua adesione al PCI, una sorta di “ritorno”, da Natta a Natta, che segna la fine di un’eresia durata 15 anni. Tutte le tematiche sollevate, le proposte di rinnovamento e riconversione del più grande partito comunista dell’Occidente, tutte le analisi sui nodi nazionali e internazionali appartengono al passato, ad una stagione interamente superata, di fatto ad una sconfitta consumata.

Scopo e fine di questa breve relazione è, al contrario, chiedersi se alcuni dei temi sollevati non presentino, ancor oggi, pur in una situazione deteriorata, in cui sembra aver trionfato il principio disperazione (G. Anders), elementi di attualità e di interesse, su cui è importante tornare a riflettere.

Il manifesto prima del manifesto

Quando nasce l’eresia del manifesto? Rossana Rossanda e Lucio Magri fanno riferimento all’undicesimo congresso del PCI (1966), Aldo Natoli richiama il 1956, in una intervista, Valentino Parlato fa riferimento al 1968.
Al di là di questo, all’inizio degli anni ’60, il PCI è costretto a riconsiderare la propria strategia per la crescita, in Italia, di una società capitalistica che tende ad integrarsi in quella europea e il parallelo sviluppo di un forte ciclo del movimento di classe che si manifesta anche con forme e protagonisti inediti.
Sino a quella fase, la gestione togliattiana ha fatto del PCI una realtà unica ed originale all’interno del movimento comunista2, per il legame con l’URSS, la fedeltà alla Costituzione che presenta “elementi di socialismo”, il legame fra “partito nuovo” e “democrazia progressiva”, la “doppiezza” che ha prodotto una grande esperienza di massa, unica in Europa.
Questo “sistema”, legittimato da alcuni successi (sconfitta del fascismo, repubblica, costruzione di un partito di massa e di grandi strutture collaterali…) è incrinato nel 1956, quando, nonostante l’immediata risposta (via nazionale, policentrismo) è evidente la fine delle certezze e del monolitismo, ma è messo in discussione negli anni ’60, quando si intrecciano e sommano la fine dei governi centristi, la protesta di massa, non solamente antifascista, contro il governo Tambroni, un inedito ciclo di lotta operaia3.
Nascono, in questa fase, una “destra” e una “sinistra” interne al PCI, in uno scontro per linee interne che si protrae almeno sino all’undicesimo congresso nazionale (1966).
È centrale l’analisi dello sviluppo economico e del ruolo dell’Italia nel capitalismo internazionale.

Al convegno dell’Istituto Gramsci sulle Tendenze del capitalismo italiano (marzo 1962) le diverse posizioni emergono nettamente, in una situazione di enorme crescita industriale e di epocale migrazione interna. Pochi giorno dopo l’intervento di Togliatti, alla Camera, che ipotizza, verso il centro- sinistra in formazione, una opposizione diversa, Giorgio Amendola insiste sulla arretratezza del capitalismo italiano e sulla necessità di una politica redistributiva per il soddisfacimento dei bisogni collettivi. La scelta delle riforme di struttura diviene lotta rivendicativa.
Se Vittorio Foa e Valentino Parlato insistono sulle riforme di struttura, è Lucio Magri il più netto in una proposta alternativa. Il programma del centro- sinistra, la politica di pianificazione risponde ad esigenze strutturali del sistema. Il movimento operaio rischia di divenire subalterno, di perdere la sua funzione antagonistica. Non si possono, pertanto, solamente riproporre i temi dello sviluppo equilibrato: salari, industrializzazione del sud… La società capitalistica avanzata è opulenta. La società del benessere, produce bisogni nuovi, più complessi, derivati. Netta è la risposta di Amendola contro posizioni avveniristiche e teleologiche contro l’incapacità della sinistra interna (ma anche di quella socialista) di comprendere la necessità della politica di riforme: “E pensare che c’era chi sosteneva che nazionalizzazione dell’industria elettrica, attuazione della regione, superamento della mezzadria a mezzo di una riforma agraria erano misure non solo compatibili con il sistema capitalista, ma addirittura desiderate dai gruppi monopolistici italiani4

È la morte di Togliatti a mettere in moto la situazione. Ancora Amendola sottolinea il fallimento o l’esaurimento delle ipotesi comunista e socialdemocratica e propone l’unificazione politica di tutta la sinistra italiana che potrebbe raggiungere il 51% aprendo la strada ad un governo delle sinistre capace di attuare una politica di riforme sociali. La proposta rientra, ma ne è chiaro il significato politico, non accettato dalla “vecchia guardia” secchiana e dall’ala “ingraiana”.
La graduale affermazione, nei fatti, della posizione amendoliana, è analizzata a posteriore, da Magri che ne coglie le ragioni in dati oggettivi e strutturali, ma soprattutto negli errori della “sinistra” che collaborò alla propria sconfitta conducendo la battaglia tardi e male. Tardi: perché dispersa e immatura lasciò passare il primo momento acuto dello scontro politico e sociale all’inizio degli anni ’60 e del centro- sinistra… per evitare una battaglia frontale che si trovò poi costretta a sostenere nel momento più sfavorevole… E male: non solo perché non portò fino in fondo il suo ripensamento strategico sul punto decisivo, la critica al gradualismo togliattiano… quanto perché non portò avanti la sua ricerca con l’occhio rivolto al movimento di massa e alla sua crescita5.

L’undicesimo congresso comunista (Roma, febbraio 1966) segna l’emarginazione della sinistra interna. Sono esonerati dagli incarichi Pintor (co-direttore dell’”Unità”), Rossanda (commissione nazionale cultura), Magri (commissione lavoro) e tanti segretari e funzionari locali. Eliseo Milani e Ninetta Zandegiacomi sono esclusi dal Comitato centrale. Ingrao è duramente accusato, per le riserve sul documento di tesi e per la richiesta di pubblicizzazione del dissenso, di incrinare l’unità del partito. Sono frenate e controllate posizioni eterodosse emerse nella Federazione giovanile e nella rivista “Nuova generazione”.

La realtà internazionale preme sul PCI. Il contrasto URSS-Cina, la guerra di popolo in Vietnam, la rottura di tutti i partiti comunisti in America latina, le spinte del terzo mondo, segni di malessere nel blocco sovietico, l’emergere della questione palestinese non possono non riflettersi in un grande partito di massa, così come l’esplosione della protesta studentesca e giovanile.
È il ’68 a segnare la divaricazione tra Ingrao, convinto che il PCI sia il nucleo centrale del possibile rinnovamento della sinistra, e il gruppo che darà vita al manifesto.
A giugno, Rossanda pubblica L’anno degli studenti, attenta analisi delle tematiche del movimento studentesco nelle principali università. È questo un potenziale che chiede sbocco ed implica una accelerazione della transizione al socialismo. Ad ottobre è la volta di Magri che, con Considerazioni sui fatti di maggio, esamina il più grande movimento di massa avvenuto in un paese (la Francia) di capitalismo maturo e pone tematiche che saranno centrali nel primo manifesto: maturità del comunismo, analisi delle dinamiche delle società avanzate, critica del riformismo e della politica delle alleanze, necessità di un programma di transizione. Se una rivoluzione in occidente è possibile, lo è solamente modificando gli strumenti teorici e organizzativi del movimento operaio.

Schematizzando, l’attenzione agli inediti movimenti di massa porta a rifiutare la tendenza alla stagnazione come propria del capitalismo, a teorizzare la rivoluzione come processo sociale complesso, derivato dalla nuova e maggiore stratificazione di classe, e soprattutto a porre la questione della democrazia interna, rifiutando qualunque centralismo autoritario.
Nel febbraio 1969, a Bologna, si svolge il dodicesimo congresso nazionale del PCI. Poco rappresentate, per il filtro dei congressi locali, le posizioni critiche.
Gli interventi di Rossanda, Pintor, Natoli e Caprara ripropongono la contraddizione fra la situazione di scontro a livello mondiale, la crisi del centro- sinistra e la proposta di “nuova maggioranza”, letta come allargamento del centro- sinistra alla presenza del PCI. L’alternativa non deve essere di governo, ma di potere e deve investire il giudizio sull’URSS, la critica alla strategia delle alleanze,  valorizzando i consigli operai.
Ingrao si dissocia da queste valutazioni. Berlinguer replica nettamente, ma tenta di recuperare il dissenso.
Rossanda, Pintor e Natoli vengono riconfermati nel Comitato centrale. Nei mesi successivi, la valutazione è che le aperture di Berlinguer siano rimaste sulla carta. Serve uno strumento non “frazionistico” per allargare il dibattito e il confronto. Il titolo scelto è “il manifesto”.

La rivista. La radiazione

Il primo numero esce a giugno. Direttori Rossanda e Magri. Editore è Dedalo (Bari). Enorme il successo delle vendite: 55.000 copie.
Due i cardini: la ricerca di una diversa ipotesi politica per il partito e per la sinistra (Magri, Foa, Pintor), e di una diversa collocazione a livello internazionale (Lisa Foa, Enrica Collotti Pischel, Snow e Karol) con attenzione, non scolastica, al maoismo. Il dialogo con la DC è senza avvenire, le scelte dell’URSS hanno aggravato la situazione producendo spinte autoritarie (Cecoslovacchia) e centrifughe (i sempre crescenti nazionalismi).
Il partito reagisce duramente. Bufalini attacca l’iniziativa della rivista e i suoi contenuti del tutto contrastanti con quelli del PCI. Al Comitato centrale di luglio si ha l’informativa di Alessandro Natta (pubblicata su “Rinascita” del 22 agosto) su La concezione del partito e i problemi posti dalla rivista “il manifesto”. Si demanda alla quinta commissione del C.C. il compito di approfondire la questione.

Il numero 2-3  della rivista ribadisce il grande interesse e il successo nelle vendite. Scritti di Marcello Cini, Luigi Nono, Lidia Menapace, Lucio Colletti. Tornano i temi internazionali (la conferenza di Mosca, il Vietnam), l’analisi delle lotte operaie (Porto Torres, Marghera, Fiat), la proposta di un diverso sbocco politico. È errato sperare in uno spostamento a sinistra dell’asse governativo o riproporre uno schieramento frontista. Occorre una alternativa che produca una crisi preparata e gestita dalla sinistra che impedisca il riflusso e la ricaduta a destra.
Il 21 e il 29 agosto, sull’ “Unità” compaiono due articoli di Amendola. Come nel 1964 (partito unico), il dirigente comunista mette i piedi nel piatto e sembra anticipare le scelte, di fatto,  del partito. Il problema dell’entrata al governo non è più prorogabile. Se non si realizza entro breve tempo, si apre la strada per uno spostamento a destra. Amendola richiama i governi di unità nazionale del dopoguerra, le difficoltà economiche e politiche, la necessità di uno sbocco governativo per i movimenti di lotta.
La risposta del “manifesto” è affidata ad una lettera di Pintor (che l’“Unità” rifiuta di pubblicare) e ad uno scritto di Natoli. Ma il quarto numero (settembre)  è esplosivo per il fondo di Magri, Praga è sola. Il nuovo corso cecoslovacco è stato spezzato quando poteva fondere la classe operaia e gli intellettuali, dando una nuova prospettiva al paese. Non è più possibile pensare ad una autocorrezione del gruppo dirigente sovietico. Occorre puntare su una sua sconfitta.
Per certi aspetti, ancora più “scandalosa” è l’inchiesta di Magri e Filippo Maone sulla struttura organizzativa del partito: cala il numero degli iscritti, netta è la perdita di peso della Federazione giovanile, come del triangolo industriale e delle sezioni di fabbrica. Questi non sono solamente problemi organizzativi, ma politici, il cui centro è una politica “elettoralistica”.

Il 15 ottobre, Natta introduce il Comitato centrale, controbattendo tutte le posizioni del “manifesto” (intellettualistiche, verticistiche, fumose, assurde) che si pone su un terreno frazionistico, di rottura,  come corpo separato. La requisitoria è durissima, però non termina proponendo provvedimenti amministrativi, ma chiedendo di combattere e di respingere tale attività e tale attacco.
Se l’ala “filosovietica” (schematizzo) è durissima, associando nella critica al “manifesto” anche quella alle posizioni di Amendola, Rossanda, Pintor e Natoli ripropongono l’analisi strutturale dei movimenti di base. Oggi la strategia e il nesso democrazia/socialismo si trovano di fronte all’accelerazione del bisogno di transizione e all’esprimersi di momenti politici diretti.
Le conclusioni sono interlocutorie. Si condannano le posizioni della rivista, si chiede alle strutture del partito di attivarsi, ma non si ricorre a provvedimenti disciplinari. Apertura al dialogo o spazio di tempo per meglio combattere l’eresia?
Cerca di rispondere il numero 5-6 (ottobre- novembre). “Il manifesto” può modificarsi o cessare la pubblicazione se il partito accetta un rigoroso e severo approfondimento. Gli scritti sulla situazione internazionale, la rilettura di Gramsci, la valutazione delle lotte operaie non ipotizzano direttamente una alternativa politica, ma la ricerca di una strada che esca dal bivio paralizzante riformismo/ frontismo.
In data 26 ottobre, Rossanda indirizza una lettera a Berlinguer per verificare spazi di approfondimento e confronto. La proposta non ha seguito.
Il 25 novembre  è riconvocato il Comitato centrale. Il risultato è scontato. Viene votata l’incompatibilità che è venuta a crearsi tra l’appartenenza, la milizia nel partito e la prosecuzione di una tale impresa e attività6. Solamente sei (Rossanda, Pintor, Natoli, Luporini, Lombardo Radice e Mussi) i voti contrari alla radiazione. Tre le astensioni (Chiarante, Garavini e Badaloni).

La dichiarazione di Aldo Natoli, pubblicata integralmente dall’“Unità” ricorda i problemi proposti dal collettivo del “manifesto”, nodi che non possono essere ignorati o nascosti. La situazione internazionale, il ruolo dell’URSS, gli sbocchi politici a livello internazionale, la circolazione delle idee nel partito non possono essere risolti con i gravi provvedimenti richiesti.
Siamo comunisti e tali restiamo. Non sono cose che si decidono con un voto… Quel che ci siamo proposti è di concorrere ad un processo di riunificazione delle forze rivoluzionarie attorno ad una strategia di transizione al socialismo7.
Non mancano ripercussioni in alcune federazioni. Sono radiati i parlamentari Eliseo Milani (Bergamo), Massimo Caprara e Liberato Bronzuto (Napoli), licenziati Parlato e Zandegiacomi. Da più organismi di base arrivano attestati di solidarietà. Se la Tass dichiara il totale accordo con le decisioni del PCI, la più ampia garanzia del consolidamento del partito e del centralismo democratico, esprimono preoccupazione, in campo socialista Gaetano Arfè e Riccardo Lombardi, mentre sostegno proviene da Luigi Nono e Franco Fortini: Del vostro gruppo mi sembrano poco importanti le vicende disciplinari e molto le tesi politiche… alcune di queste le nuove opposizioni le avevano già formulate fra il 1962 e il 1967…”il manifesto” è uno degli strumenti di mediazione non dottrinale della nuova sinistra8.

Fuori dal PCI

Il settimo numero della rivista tenta di rispondere all’ovvia domanda: che fare? Il fondo Ancora un lavoro collettivo ripropone un impegno “interno-esterno”. La costruzione di una nuova forza sarebbe scissionistica e minoritaria e non risponderebbe al bisogno di unità che le masse avvertono.
La proposta è di costruire Centri di iniziativa politica, nella convinzione che nel PCI sia ancora possibile riaprire una dialettica interna.
La proposta, contraria alla formazione di un nuovo partito, è ribadita da Pintor nel numero di gennaio 1970. Nello stesso, Magri replica nettamente ad Ingrao9 e alla sua accusa di illusioni sovietiste. Contro il riformismo e contro le degenerazioni burocratiche dei paesi dell’est, Magri richiama tutta la tradizione consiliare, da Gramsci e Rosa Luxemburg, l’ipotesi di autoorganizzazione delle masse. Il consiliarismo è l’unico antidoto alla degenerazione e ripropone la strategia di presa del potere come lungo processo sociale.
A febbraio, sulla rivista compaiono le Tesi sulla scuola (Rossanda, Marcello Cini, Luigi Berlinguer), centrate sulla critica ai contenuti dello studio (alternativa al rivendicazionismo dei gruppi) e sulla proposta di intreccio fra studio e lavoro per superare la separatezza dell’istituzione scuola.
A marzo, si svolge (Bologna) il primo convegno operaio. La convinzione è che il livello raggiunto dalle lotte operaie ponga il problema dello sbocco politico generale.
A maggio, in prossimità delle elezioni amministrative (le prime elezioni regionali) l’indicazione di voto è problematica, ma protende per la scheda bianca. Un voto alla sinistra maggioritaria ne confermerebbe errori e abbagli. Occorre ricostruire per chi votare. È un primo segno del dibattito interno, in cui parte dei promotori protendono per una forza politica organizzata.
A maggio, a Roma, il convegno nazionale su Scuola, sviluppo capitalistico, alternativa operaia e studentesca. A settembre, a Firenze seminario per discutere il documento nazionale Per il comunismo, prima sistemazione teorica complessiva. La situazione complessiva, la realtà internazionale (Vietnam e Cina), il livello dello scontro di classe anche nel capitalismo maturo (Italia, Francia) pongono come attuale il problema della transizione e richiedono l’unita delle forze anticapitalistiche che non si riconoscono nella sinistra storica. La risposta dei gruppi di nuova sinistra è negativa. Stringere i tempi per costruire una formazione politica?

Un giornale quotidiano è funzionale a questa ipotesi. Quattro pagine, tutto politica e notizie, 50 lire (contro le 90 degli altri), veste grafica innovativa. Direttore: Pintor. Si lancia la sottoscrizione per raccogliere 50 milioni.
Contemporaneamente, il piccolo gruppo parlamentare si impegna nell’ostruzionismo contro il decretone del governo Colombo e nasce, ma avrà vita breve il rapporto privilegiato con Potere operaio. A fine gennaio 1971, si tiene un convegno nazionale (nel tendone del circo Medini di Milano). La proposta è quella di costruire, nei luoghi di lavoro, comitati politici, prime strutture di una rete consiliare. L’ipotesi non prende corpo come l’unificazione tra le due formazioni. Nodo centrale: il giudizio sul PCI e il radicalizzarsi di Potere operaio.
Il 28 aprile 1971 esce il primo numero del quotidiano. Al centro, la lotta operaia alla Fiat e l’esperienza cinese. L’impatto iniziale è enorme (100.000 copie tirate del primo numero), ma presto anche altre formazioni tenteranno la strada di un foglio quotidiano10.
A giugno, prima assemblea nazionale. È Magri a proporre una stretta organizzativa, caratterizzando il manifesto come base per una aggregazione più larga. È critico Natoli. La scelta, per quanto comprensibile, cancella le ipotesi iniziali e rischia di produrre un gruppo chiuso. È comprensibile voler uscire dal democraticismo assembleare, rifiutare lo spontaneismo, richiamarsi alla tradizione comunista, ma questo non inverte la tendenza alla frammentazione né offre uno sbocco politico ai movimenti. Simili sono i giudizi di Bruno Morandi e di Zandegiacomi: Con il numero “Per il comunismo”, si delineò una svolta radicale del progetto politico. Si avanzava una nuova proposta “per l’unità della sinistra rivoluzionaria e la costruzione di una nuova forza politica”. L’interlocutore non fu più l’intellettuale- politico interno- esterno al PCI. Fu il movimento degli studenti e degli operai, furono i gruppi nati da quel movimento. In realtà la svolta non corrispondeva alla dinamica delle lotte… A un giudizio sul breve-medio periodo che individua un intreccio di potenzialità rivoluzionarie  con componenti riformiste, subentra, non unanime, la sopravvalutazione delle potenzialità rivoluzionarie a breve scadenza11.

L’autunno si caratterizza per la campagna contro la candidatura di Fanfani, giudicato portatore di una concezione autoritaria, alla carica di Presidente della repubblica. Lotta Continua conia il termine Fanfascismo.

Nel maggio 1972 si svolgono le prime elezioni anticipate. Il manifesto decide di presentarsi con proprie liste. La speranza (Pintor) è quella di un milione di voti rossi; il manifesto dovrebbe raccogliere la protesta sociale e la critica al riformismo presente nei movimenti e nella società.
Critica Rossanda che propende per l’astensionismo. Altri ipotizzano scheda rosa e contratti, cioè spostamento dell’interesse sulle dinamiche sociali. Contrario Caprara. Ancor più Natoli per cui la strada è lunga e il progetto delle Tesi investe un’intera epoca storica. No a scorciatoie.
L’assemblea nazionale vota a maggioranza la partecipazione. L’entusiasmo è enorme. La candidatura di Pietro Valpreda sembra richiamare vecchie pagine della storia del movimento di classe.
La campagna elettorale è seguita con grande interesse e partecipazione. Pesa, però, l’esclusione dagli spazi televisivi.
Il risultato è deludente. Tiene il PCI, ma scompare il PSIUP (dal 4,4% all’1,8%). Il Movimento politico dei lavoratori (MPL), fondato da Livio Labor, come espressione della “svolta socialista” delle ACLI, si ferma allo 0,4%. Il manifesto raccoglie 223.000 voti (0,7%). Il fondo di Pintor parla di sconfitta della sinistra intera, di riflusso generale, richiama il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà12.

Il PdUP p.c.

Il cammino è in salita. Si ripropone la costruzione di una forza politica nello scontro contrattuale dell’autunno. Se la maggioranza del PSIUP è confluita nel PCI e quella del MPL ha aderito al PSI, non piccole minoranze interne hanno riproposto una scelta esterna alla sinistra storica. Le due minoranze del PSIUP (Foa, Silvano Miniati, Ferraris…) e del MPL (Russo Spena, Migone, Iervolino…), si fondono nel Partito di unità proletaria (PdUP). Dopo alcuni mesi, iniziano i rapporti, non sempre lineari13, a livello nazionale e locale,  con il manifesto.
Alcuni nodi emergono dal dibattito Spazio e ruolo del riformismo, aperto e concluso da Magri, che, sul “manifesto” vede gli interventi di tutta la sinistra (Lombardi, Ruffolo, La Malfa, Napoleoni…), escluso il PCI che mantiene l’ostracismo verso i dissidenti. Per Magri non siamo davanti ad una crisi nello sviluppo, ma ad una crisi dello sviluppo. Da questa nascono le basi di massa del riformismo (diversa distribuzione, ruolo dello Stato). Alla centralità operaia e alla socializzazione delle lotte, è necessario, quindi, aggiungere un programma di obiettivi minimi, su cui orientare l’iniziativa, una lunga marcia nella crisi.
È chiara la svolta segnata dal risultato elettorale negativo dell’anno precedente.

A novembre (1973) si svolge la prima assemblea unitaria delle due formazioni. Molte le tensioni: ancora sul sindacato, sul documento di Magri, sui decreti delegati nella scuola, dove la presenza  del manifesto nelle scuole confligge con la presenza sindacale del PdUP. Ancora, se il manifesto insiste sulla matrice comunista e anti-istituzionale, il PdUP chiede il superamento delle provenienze ha un quadro politico legato alla CGIL e spesso presente nelle istituzioni locali.
Le divergenze sembrano essere accantonate anche per il trauma prodotto dal golpe in Cile da cui Berlinguer trae motivazione per accelerare sull’ipotesi di compromesso storico. Alla scelta del PCI, parte della nuova sinistra risponde proponendo un governo senza la DC, scelta resa ancora più netta dalla difesa del divorzio contro il referendum clericale, fortemente sostenuto dalla DC fanfaniana.
In questa, le tematiche del manifesto hanno un ruolo non secondario e per il rapporto con settori del mondo cattolico e per l’approccio non puramente difensivo, ma capace di mettere in discussione il rapporto fra i generi, l’istituto familiare, proponendo il marxismo, non come angusta teoria economica, ma come concezione globale dell’uomo e della storia.
Ricompaiono tensioni, però, nel gennaio 1974, quando Magri rilancia le proposte con due articoli sul quotidiano, insistendo sul programma minimo (distribuzione, consumi collettivi, occupazione in settori a bassa produttività. Il tema della transizione è più complesso ed articolato di quanto ipotizzato e viene letto come prodotto di un lungo itinerario storico di rivoluzione e riflussi.
La replica del PdUP è affidata a Fernando Vianello. La crisi produce effetti anti operai, ma la classe operaia non può autolimitarsi sul solo terreno che può controllare, cioè la fabbrica.
Il dissenso è netto e deriva da diverse culture, ma tocca anche l’oggettiva modificazione delle posizioni del manifesto, su cui Magri opera ulteriori forzature.
Inizia il dibattito su un tema che coinvolgerà la nuova sinistra, almeno sino alle elezioni del 1976: il “governo delle sinistre”. Apre il fuoco Vittorio Foa che analizza14 l’effetto positivo prodotto in Francia dal programma comune delle sinistre. In Italia è possibile produrre una dinamica simile, soprattutto dopo il referendum sul divorzio che ha evidenziato non solo la sconfitta della DC, ma anche una profonda trasformazione culturale e di costume nel paese. Anche il crollo del salazarismo in Portogallo sembra indicare la possibilità di una svolta in Italia.
Nonostante le difficoltà e le evidenti contraddizioni, l’unificazione viene accelerata. A luglio, si tengono i due congressi di scioglimento. In quello del manifesto, Magri torna a criticare la proposta di Foa ed è critico sulla presentazione alle elezioni. In Italia è impraticabile un esperimento riformista; serve, invece, una strategia manovrata di transizione, un salto che superi il mito (PCI) della continuità assoluta.
Se i saluti/interventi di Miniati e Foa criticano il riferimento alla tradizione comunista e pongono il problema della presenza nel sindacato, durissimo è Guido Viale, per Lotta Continua. La parola d’ordine è PCI al governo, come primo passo per la precipitazione della crisi. Totale dissenso sulla relazione di Magri. Il manifesto non si è mai è mai posto il problema della rivoluzione in occidente, cioè della lotta armata per la presa del potere. Sarcastica la replica di Pintor.
Il congresso si chiude al grido collettivo di Comunismo, comunismo.

Anche il PdUP si scioglie, riproponendo i toni unitari. È indispensabile lavorare nel sindacato, superare le componenti di origine, essere presenti nelle lotte sociali, qualificandole in senso anticapitalista.
Nasce il PdUP per il comunismo. Paritetiche le strutture dirigenti con un direttivo di 18 componenti ed un organismo, più largo, di 84. Il quotidiano, per breve tempo, modifica la dizione quotidiano comunista con unità proletaria per il comunismo.
Aderisce Mario Capanna, con un gruppo del movimento studentesco di Milano. È contrario Magri.
Le contraddizioni si accentuano, a cominciare dalla partecipazione o meno alle elezioni per gli organismi delegati nella scuola. La base studentesca del manifesto confligge con la posizione sindacale. E più netto ancora il dissenso che si apre su un nuovo scritto di Magri15. Le repliche di Miniati, Rossanda, Francesco Indovina (riproposizione della strategia consiliare) ripropongono i contrasti sui temi istituzionali: Ci rendiamo conto che il partito, per effetto della scelta elettorale, sta passando forse, senza rendersene conto, dal programma di lotte al programma per gli enti locali16?

Debole, interlocutoria e senza risultati è la conferenza di organizzazione (Roma, 18- 20 aprile 1975). Diverse sono le relazioni di Magri e Foa al convegno nazionale sulla crisi economica (Ariccia). Per Foa non vi sono soluzioni “tecniche”. La priorità è alla presenza sociale, alla modificazione dei rapporti di forza, alle proposte di crescita dell’occupazione e di aumento e controllo della spesa pubblica.
Le elezioni amministrative del 15 giugno segnano una grande avanzata del PCI e uno storico tracollo democristiano. La sinistra conquista comuni e regioni. È il segno della trasformazione sociale, ma anche culturale del paese, del desiderio di cambiamento e di trasformazione, già evidenziato dal referendum sul divorzio. Il PdUP si presenta autonomamente in cinque regioni, mentre in altre cinque è in alleanza con Avanguardia operaia. Per la prima volta, ha accesso alle Tribune politiche televisive17.
Il risultato non è esaltante, ma dignitoso, con una media nazionale attorno al 2%, elezione di alcuni consiglieri regionali, punte a Milano e in Calabria. Se Lotta Continua, che ha votato PCI, nell’ipotesi di PCI al governo, ironizza su un dato così modesto, il documento nazionale del PdUP valuta la vittoria complessiva, la crisi della DC e la possibilità che la sinistra sia chiamata a responsabilità di governo. Critica l’ipotesi di compromesso storico, che pure può avere successi immediati e rilancia l’alternativa di sinistra. Se Magri non crede che il PdUP possa aggregare le forze di nuova sinistra, l’ex PdUP insiste su questa ipotesi, resa urgente dalla eccezionalità della situazione.
Poco prima delle elezioni, a Milano, si è svolto il convegno Da Togliatti alla nuova sinistra. Il nuovo partito si lega alla tradizione del comunismo italiano, in particolare del togliattismo, o ne è estraneo? Si ripete il dibattito sulla linea rossa: la nuova sinistra è figlia della tradizione storica di PCI, PSI… o ne è del tutto lontana, essendo nata dalla temperie degli anni ’60, dal superamento dello stalinismo e della terza Internazionale, da tematiche che hanno superato le divisioni storiche?
Se molti interventi propendono per la seconda ipotesi: Non basta oggi essere contro Togliatti, bisogna andare anche oltre Togliatti, è Magri a proporre un rapporto di continuità/rottura con la tradizione comunista italiana, simile a quello operato da Mao con il modello staliniano. No, quindi, alla lettura del PCI, ma no anche a quella della nuova sinistra che vi vede solamente il revisionismo (le occasioni mancate nella storia). Anche Rossanda, pur con diversità da Magri, critica atteggiamenti “estremistici”: È diverso crescere con l’occhio rivolto all’insieme dello spessore storico e politico dell’area comunista… oppure ritagliarsi uno spazio esterno, testimoni di una rivoluzione che avrebbe potuto essere e non c’è stata… Sono due linee diverse, corrispondono a strategie inconciliabili18.

Unire è difficile19

Il congresso si preannuncia difficile.
Le Tesi parlano di governo delle sinistra, di programma su cui orientare le lotte, di ristrutturazione della sinistra e dello stesso PCI. L’unità di azione deve coinvolgere la nuova sinistra e settori riformisti. Nonostante il documento unitario, i congressi locali ripropongono le divisioni e le contese fra componenti.
Non è un caso che il congresso (Bologna, dal 29 gennaio) sia aperto da due relazioni contrapposte (Rossanda e Miniati).  Si evidenziano sempre più i punti di dissenso:  governo delle sinistre (le posizioni si sono rovesciate rispetto al primo dissenso Foa/Rossanda); presenza nel sindacato; rapporto con il PCI e l’area riformista. Magri ipotizza che nel PCI  sia in corso un processo di rigenerazione interna. È chiara la  matrice “togliattiana” e la convinzione di un possibile “recupero da sinistra” delle scelte di BerlinguerM rapporto con la nuova sinistra e la possibile unificazione con  Avanguardia operaia su cui Magri frena e l’ex PdUP insiste.
Fra le due posizioni si colloca Pintor.  L’alternativa non è dietro l’angolo. Vi è sproporzione tra l’urgenza di questa e gli strumenti politici disponibili. Occorre evitare divisioni insanabili. Non parteciperà alla conta e si asterrà.
Il congresso sancisce la fondazione di un partito che nasce diviso e frammentato. 47% al documento Magri- Rossanda, 44% a quello di Miniati, Foa, e Migone. 9% gli astenuti.
La segreteria risulta composta da Magri, Milani, Massimo Serafini, Miniati, Giovanni Russo Spena, Pintor, quindi con un rapporto 3/2/1. Lo stesso rapporto si ha nella redazione del quotidiano.
A Bologna si infrange il tentativo, forse più corposo , seguito al 68, di costruire una forza politica realmente nuova, per dimensioni e linea politica, nel panorama della sinistra. Un tentativo che lascia un vuoto, ma che sarebbe un errore disprezzare o limitare alla bagarre tra gruppi dirigenti20.
Si va a nuove elezioni anticipate. Il 27 marzo il Comitato centrale del PdUP si dichiara contrario ad un cartello elettorale con Lotta Continua che  dal suo quotidiano moltiplica gli appelli “unitari”.
Contrario Pintor che ricorda come LC fosse contro le elezioni, contro l’unità a sinistra, contro il PdUP. Aggiunge Ferraris  che l’unità di strategie diverse, di programmi diversi, di rapporti diversi con le forze politiche raccoglierebbe al massimo una adunata dei refrattari.
La proposta di LC produce, invece, qualche incrinatura in Avanguardia operaia  che, sul suo quotidiano, chiede apertura e disponibilità.
Al Comitato centrale PdUP, Miniati e Foa “svoltano”e chiedono l’apertura delle liste a LC. È in discussione l’unificazione con Avanguardia operaia, occorre rispondere alla pressione della base.
Sono contrari Rossanda, Pintor, Magri, come i  dirigenti della “sinistra sindacale” (Giovannini, Lettieri, Sclavi). A favore alcuni settori della CISL (Antoniazzi, Manghi).
La consultazione interna al PdUP dà una larga  maggioranza (70%) alla posizione contraria all’accordo. Pesano la scarsa fiducia in un cartello elettorale, le recenti polemiche con Lotta Continua,  la  sensazione che sia in corso un attacco al partito.
Al Comitato centrale successivo, però, la componente ex PdUP minaccia di andare autonomamente ad una lista elettorale con le altre forze di nuova sinistra. La maggioranza lo giudica un ricatto, ma si piega ad un compromesso: Magri viene eletto segretario (Miniati vice), le campagne elettorali saranno separate,  la presenza di candidat* di LC nelle liste sarà “visibile” (sono collocati, consensualmente, agli ultimi posti). Lo chiarisce Magri, in un fondo del “manifesto”21:  non si tratta di una alleanza politica, ma semplicemente di un apparentamento per evitare la dispersione.
Nettamente contrario è Pintor, autore anche di una polemica telefonata  alla romana Radio città futura, in contraddittorio con Adriano Sofri. Silverio Corvisieri giudica inammissibile il suo comportamento, il PCI la usa per attaccare gli “ultraparlamentari”.
La campagna elettorale è, quindi, debole e contraddittoria, con giornali, presenze televisive, iniziative che paiono scarsamente coordinate e unitarie, come se  le singole parti della lista non si parlassero. Pesa, ovviamente, la tendenza “bipolare” (DC/PCI) che si afferma sempre più chiaramente. Il PCI raggiunge il suo massimo storico (34%), ma la DC regge e recupera (38%), saccheggiando l’elettorato di destra. Entrano in parlamento i radicali (1,1%).
Democrazia Proletaria, sigla scelta dal cartello della nuova sinistra, ha un risultato modesto, non solamente lontano dei due milioni di voti che Lotta Continua ipotizzava, ma anche dai sondaggi e dalle aspettative più ragionevoli. Poco più di mezzo milione di consensi (1,5%), con quorum raggiunto a Milano e sei eletti: Magri, Castellina, Milani, Massimo Gorla e Foa22 in due circoscrizioni.
Crolla  una ipotesi politica, basata sulla certezza del governo delle sinistre e fondata sulla lettura della crisi sociale, istituzionale, politica: crisi di sistema, crisi strutturale del capitalismo che implica  la crescita di una forza alternativa. Due le previsioni errate: –  l’incapacità di recupero della DC e della classe dominante – la convinzione che le scelte del PCI non siano radicate e non abbiano  prodotto una trasformazione nello stesso corpo militante del partito.
Nasce il governo monocolore Andreotti, appoggiato esternamente da tutto il quadro politico (tranne MSI e DP). Per il PCI è lo storico superamento dell’ostracismo durato trent’anni. Si rivelerà, di fatto, uno scacco pesante.
Lotta Continua decide, di fatto, lo scioglimento. Al congresso di Rimini, Adriano Sofri chiede di vivere nel terremoto. Sopravvive il giornale  quotidiano23 che diviene la principale voce del  movimento ’77, prodotto anche dalla disillusione politica, dalla distanza fra istanze personali e pratiche delle formazioni politiche, dall’esaurirsi di una tensione internazionale che nella Cina (Mao, simbolicamente, muore a settembre) e nell’America latina aveva i suoi riferimenti privilegiati. Sia la deriva terroristica sia molte scelte autodistruttive individuali nascono dalla sfiducia verso la pratica politica dei “gruppi”.
Nel PdUP e in Avanguardia operaia si moltiplicano gli scontri tra opposte ipotesi. Milani è contrario all’elezione di Gorla a capogruppo. Silverio Corvisieri lascia il gruppo parlamentare, autonomizzandosi su una posizione di estrema sinistra, come deputato dei movimenti, prima di passare su posizioni magriane, anticamera per un ulteriore spostamento  verso il PCI24.
In AO, il segretario Campi è messo in minoranza. La maggioranza (Vinci, Calamida, Molinari) sembra propendere all’unificazione con la sola componente ex PdUP.
Si va ad una stabilizzazione del quadro politico  (accordo DC-PCI) o  i due maggiori partiti  non possono trovare  un incontro stabilizzante? Il risultato non confina tutta l’area politica dell’estrema sinistra ad un minoritarismo subalterno?

Il 31 ottobre, si riuniscono a Bellaria i comitati centrali di PdUP e AO.  Nonostante il tentativo di mediazione contenuto nella relazione di Rieser,  i dissensi (giudizio sulla fase, rapporto con il PCI,  unificazione o meno dell’area di nuova sinistra) permangono. Magri sostiene che si aprono spazi di una vera politica di unità- lotta con il PCI25.
In dibattito con Rieser e Miniati, Parlato lamenta posizioni che affermano l’estraneità del movimento alla crisi, negano l’ipotesi del governo delle sinistre e  ribadiscono la vecchia posizione dell’unità dei rivoluzionari contro tutti26.
È critica anche la componente femminile che si autonomizza sempre maggiormente.
A novembre, nuovo scontro al Comitato centrale, con mediazione della componente sindacale. A dicembre ristrutturazione della segreteria.
Nello stesso mese,  a Torino si svolge, con grande partecipazione, il convegno nazionale operaio. È forse l’ultimo tentativo unitario su un tema e su un soggetto sociale specifico.
La bufera, però si addensa. La maggioranza della redazione del Quotidiano dei lavoratori  si dimette in dissenso con la linea politica di AO. I redattori vengono immediatamente bollati dall’accusa di “magrismo”. L’8 gennaio, a Rocca di Papa (Roma), si riunisce la minoranza di AO, guidata da Aurelio Campi. Il documento finale sostiene la relazione Magri all’ultimo CC del PdUP e critica frontalmente l’estremismo della propria formazione politica. È la rottura di Avanguardia operaia, una delle più significative fra le realtà nate nel crogiolo del ’6827.
Unilateralmente, viene cambiato l’amministratore nazionale del PdUP (Serafini per Migone). A Milano, Capanna viene sospeso per sei mesi per questioni disciplinari.
Nonostante appelli unitari di alcune federazioni , la scissione è in atto. Il 20 febbraio, “il manifesto” pubblica  il documento dei 62, 32 del CC del PdUP, 30 di quello di AO. È la base della  nuova, ennesima divisione. Il 26 febbraio il Comitato centrale del PdUP vota con 31 voti la mozione di Magri (contro 29 a quella di Miniati).
Nascono, con rotture ed unificazioni incrociate, il PdUP (ex manifesto più minoranza di AO)  e Democrazia proletaria (ex PdUP più maggioranza AO). La componente sindacale farà parte di DP sino al 1979-1980.
Ovviamente opposti sono i giudizi, anche a posteriori.
Parlato ricorda l’asse del documento Magri (gennaio 1974), il rifiuto, nell’ex PdUP, del concetto di crisi, letta come  manovra del padrone e come fisiologia del capitalismo che cresce, distrugge, si ristruttura. Di qui l’idea di massimizzare la protesta, sommare tutte le rivendicazioni.
Ricordo che si fece l’elogio della irresponsabilità operaia: la crisi affare dei padroni e gli operai  dovevano essere sempre e solo opposizione, rifiuto28.
Era rifiutata una offensiva manovrata che comportasse specifici atteggiamenti sullo Stato, l’economia, le lotte29.
La fine del PdUP deriva da queste differenze di base, ma anche dal comportamento interno, dal ricatto sulla  scelta elettorale, dal continuo scontro interno. Migliore la scelta per la separazione consensuale rispetto ad una guerriglia prolungata.
Pintor richiama i vizi di origine,  l’esasperazione delle differenze (questioni elettorale e sindacale, eccesso anti- istituzionale): Nel PdUP pesava un forte residuo del massimalismo e anche del praticismo socialista, più il movimentismo sessantottesco. Il manifesto ha sempre risentito di un limite opposto:un’ansia sistematica, un eccesso di ideologismo, di rigidità30.
I movimenti di lotta avrebbero richiesto  una mediazione critica e organizzativa. Il ’68 ha sopravvalutato se stesso, i gruppi che ha prodotto si sono ritenuti autosufficienti, avanguardie separate, frammenti della sinistra, anziché componenti di una sua rifondazione… L’onda del ’68… ci ha travolto, spingendoci su una spiaggia circoscritta, esposta a tutti i rischi del settarismo e dell’estremismo31.
Foa cerca le cause dello scacco nel fatto che il PdUP sia nato su una comune sconfitta, sul trauma dei reciproci fallimenti nelle elezioni del 1972, con forze provate. Ha quindi rappresentato la fase conclusiva, a basso livello, delle esperienze precedenti, cioè delle lotte operaie tra il 1960 e il 1963 e del biennio 1968-1969.
Ciascuno di noi non aveva ripensato criticamente alla propria esperienza. Cercavamo di mettere insieme dei cocci senza domandarci perché questi cocci erano tali, perché eravamo falliti prima32.
È determinante, nella fine del PSIUP prima e del PdUP poi, l’intervento del PCI: Le nostre lotte interne erano in realtà un confronto con il PCI… puoi criticare il PCI, proporre idee diverse, sollecitarlo, offrirgli programmi e il PCI ti lascia fare, ma se puoi diventare un punto di riferimento alternativo, un punto di aggregazione di forze… allora devi sloggiare… Il processo di aggregazione poteva riuscire e bisognava fermarlo33.
Il fallimento è nato da  matrici e radici mai confrontate sino in fondo ed assimilate: La tesi della crisi catastrofica dispensava dall’azione… Si sentivano discorsi incomprensibili, oppure si tentava di leggere documenti- fiume in cui tutto entrava nella nebbia… Noi abbiamo avuto il torto di non bucare questi palloncini, chiarire che cosa c’era dietro questi discorsi34.

Negativo è il bilancio offerto da Zandegiacomi: Il gruppo del manifesto, nato con una diversa e più realistica analisi della fase,  finì per far propria la previsione ideologica del movimento, e senza un dibattito aperto. I dissensi rimasero  convinzione privata. Quando vennero allo scoperto, molto tempo dopo, al congresso del PdUP di Bologna (Pintor) ebbero il solo effetto di sconvolgere i compagni e di essere interpretati come un inatteso pessimismo che disarmava… Quel lungo e non unitario silenzio che fra il 1971 e il 1972 accompagnò i salti da un progetto all’altro, da alcune ipotesi ad altre, bruciò non solo e non tanto quello che ra nato dalla secessione del PCI…bruciò anche il progetto ambizioso di proporre un nuovo modo di essere politici… quella tensione a stabilire un diverso rapporto fra soggetto politico e movimento di classe35.

Fine della nuova sinistra?

Lo scacco del PdUP segna pesantemente la nuova sinistra in una fase difficile. Il movimento del ’77 comporta una rottura fra partiti e settori giovanili, una netta contrapposizione al PCI (Berlinguer   farà riferimento al diciannovismo), una ulteriore difficoltà per i gruppi, davanti al “nuovo modo di fare politica”, a nuovi e diversi bisogni, a scelte individuali e davanti alla crescita dei fenomeni di violenza sistematica sino alla lotta armata.
Il governo di unità nazionale e le scelte del PCI per l’austerità (gennaio 1977: convegno degli intellettuali e assemblea degli operai comunisti) accrescono le difficoltà nella base sociale della sinistra. Se DP  tenta un rapporto con “il movimento”, il PdUP svolta ulteriormente.
Il convegno di Rimini (2-3 aprile 1977) segna una netta rottura con la collocazione nella nuova sinistra di cui sembra decretare la fine.
Magri è netto: la fine dei gruppi (linea, cultura, organizzazione) produce un analfabetismo politico che, nel riflusso, rischia di portare a nichilismo e provocazione. Perché si è perso? Occorre ripensare a tutta l’impostazione strategica.  La rivoluzione cinese e le lotte nel terzo mondo  non sono oggi quelle sperate. Sono rifluite le lotte operaie e studentesche. I gruppi non hanno prodotto un progetto unificante, mentre il PCI non ha modificato la propria strategia. L’obiettivo non è più il governo delle sinistre, ma produrre incrinature nella DC, far maturare le scelte nel PCI, elaborare un programma di emergenza su cui la sinistra deve convergere. Il movimento giovanile deve qualificarsi con una lotta politica netta al suo interno e in rapporto con il movimento operaio. L’iniziativa politica deve essere rivolta soprattutto verso settori del PCI e della sinistra sindacale. È finita la prospettiva di aggregazione della nuova sinistra.
Molti i dubbi, molte le critiche. In particolare, è netta Rossanda: un programma di riforme non ha margini se non modificando linea politica. Con quella attuale,  la sinistra si indebolisce progressivamente, a tutto vantaggio delle forze moderate. Nel movimento giovanile vi è estremismo, ma  è errato non coglierne le radici sociali reali. Questo nuovo blocco sociale non può essere regalato al massimalismo.

Nuovo seminario in settembre, a Bellaria, esplicitamente sulla crisi della nuova sinistra.
Per Magri sono esaurite le premesse su cui è nato il manifesto: unificazione della nuova sinistra, mettendo le basi per un nuovo rapporto con il PCI. Oggi una nuova sinistra efficace non esiste più e non solamente in Italia. È errato reagire a questo scacco negando la forma partito o accentuando la radicalità anti istituzionale. La rottura del ’68 è stata sopravvalutata; non segnava un “ritorno a Marx”, ma dimostrava che la storia reale aveva da 50 anni preso una strada inattesa.
Magri usa la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”, per cui, dialetticamente, la classe operaia, con le proprie rivendicazioni, contribuisce ad innovare gli assetti sociali e la classe dominante recupera le innovazioni indotte dall’avversario. Anche i movimenti degli anni ’60 non hanno superato questa contraddizione.

Il PdUP non può essere  un gruppo intellettuale di pressione né una frazione esterna al PCI. È formazione limitata, provvisoria, che potrà sciogliersi in una “sintesi superiore”. La politica unitaria guarda al PCI come maggior interlocutore, ma richiede identità e definizione strategica.
Occorre rimettere in discussione il concetto stesso di nuova sinistra come motore di una nuova direzione rivoluzionaria. Non si tratta solo di costituire una nuova organizzazione, ma di rivoluzionare tutto il ventaglio  delle istituzioni e delle forme organizzative del movimento operaio e solo questo potrà considerarsi un partito nuovo.
È chiara la totale rottura con molti dei presupposti su cui il manifesto è nato e la fine della prospettiva su cui parte della nuova sinistra si è formata: costruzione di una alternativa alla sinistra storica e autonomia politico-organizzativa.
Tutte le vicende successive del PdUP (rottura Magri/Rossanda, autonomizzazione del quotidiano, progressivo avvicinamento al PCI, sino alla definitiva confluenza nell’autunno 1984), sono figlie di questa scelta, di questa riflessione, di questo progressivo spostamento, di questa contrapposizione non solamente al movimento del ’77, ma anche a quanto resterà della nuova sinistra (DP, altre formazioni ancor più piccole, qualche rivista, alcune riprese di movimenti).

È chiaro che, nelle vicende del manifesto, rivista, gruppo politico, quotidiano e del PdUP gli elementi di continuità e di rottura si intreccino continuamente. Zandegiacomi parla di doppia svolta già nel 1970. È indubbio che il trauma della sconfitta elettorale del 1972 comporti l’abbandono di alcuni dei temi iniziali e un oggettivo “spostamento a destra”. Il dissenso di Caprara e Natoli è evidente sin dai primi anni. Quello di Pintor emerge al congresso di Bologna e nelle convulse, successive, vicende del quotidiano. La rottura tra Magri e Rossanda, evidente nei due convegni del 1977, segna la definitiva fine di una componente significativa e la collocazione del PdUP e dello stesso quotidiano in un campo ben diverso da quello iniziale.

Sergio Dalmasso

  1. Rossana Rossanda, Un fatto di cronaca, in “il manifesto”, 16 ottobre 1984.[]
  2. Lucio Magri, in Il sarto di Ulm,una possibile storie del PCI (Milano, Il Saggiatore, 2009) attribuisce la “diversità” del comunismo italiano al “genoma Gramsci”.[]
  3. Rispetto alla lettura “ortodossa” del PCI, cfr. il lavoro di analisi e di inchiesta di “Mondo operaio”, nella breve gestione di Raniero Panzieri e dei “Quaderni rossi”.[]
  4. Giorgio Amendola, Annunziata e il neocapitalismo, in “Rinascita”, 9 giugno 1962. Cfr anche Rossana Rossanda, Valletta e il neocapitalismo, ivi, 30 giugno 1962.[]
  5. Lucio Magri, Il PCI degli anni ’60, in “il manifesto”, nn. 10-11, ottobre- novembre 1970.[]
  6. Alessandro Natta,  Relazione al C:C: del PCI, in “L’Unità”, 26 novembre 1969.[]
  7. Aldo Natoli, Intervento al C.C. Del PCI, in “L’Unità”, 27 novembre 1969.[]
  8. Franco Fortini, Lettera al manifesto, in “il manifesto”, n. 7, dicembre 1970.[]
  9. Lucio Magri, Una risposta a Ingrao, ivi.[]
  10. Può stupire, oggi, il fatto che, per un breve periodo, vi siano stati addirittura cinque giornali quotidiani dell’area della nuova sinistra (oltre al grande numero di riviste, periodici…).[]
  11. Ninetta Zandegiacomi, Sul manifesto, in Daniele Protti, Cronache di nuova sinistra, dal PSIUP a Democrazia Proletaria, Milano, Gammalibri, 1979.[]
  12. Luigi Pintor, Una battaglia perduta, una guerra da vincere, in “il manifesto”, 10 maggio 1971. Cfr. anche la tavola rotonda: Il milione dissipato, fra Lelio BASSO, Lucio MAGRI, Livio LABOR, in “ Panorama, 25 maggio 1972.[]
  13. Cfr., nel gennaio 1973, la polemica tra Miniati e il quotidiano. Al centro le diverse valutazioni su PCI e sindacato.[]
  14. Cfr. “Unità proletaria”, maggio 1974.[]
  15. Cfr. Lucio Magri, La fase attuale e i nostri compiti, in “il manifesto”, 3 dicembre 1974.[]
  16. Cfr. Francesco Indovina, 1966, 1968, 1969, in “il manifesto”, 3 gennaio 1975 e altro scritto del 21 marzo 1975.[]
  17. Il 23 maggio 1975, Luigi Pintor, in dibattito con il DC Bartolo Ciccardini.[]
  18. Rossana Rossanda, in Da Togliatti alla nuova sinistra, Roma, Alfani, 1976.[]
  19. È il titolo di un interessante testo, scritto a ridosso dei fatti, di Rocco Pellegrini e Guglielmo Pepe, Roma, Savelli, 1977. In appendice le interviste a Foa, Parlato, Zandegiacomi.[]
  20. Aldo Garzia, Da Natta a Natta. Storia del manifesto e del PdUP, Bari, Dedalo, 1985, p. 104.[]
  21. Lucio Magri, Una scelta di fondo, in “il manifesto”, 11 maggio 1976.[]
  22. Foa si dimette immediatamente, lasciando il seggio di Napoli a Mimmo Pinto e di Torino a Silverio Corvisieri.[]
  23. “Lotta Continua” settimanale nasce il 1 novembre 1969; nell’aprile 1972 si trasforma in quotidiano che viene sospeso a fine 1980. Rinato nell’autunno 1981, chiude definitivamente nel giugno 1982.[]
  24. Cfr. Silverio Corvisieri, I senzamao, Roma, Savelli, 1976 e Il mio viaggio nella sinistra, Roma, L’Espresso, 1979.[]
  25. Cfr. Lucio Magri, Relazione al Comitato centrale del PdUP, in “il manifesto”, 26 ottobre 1976.[]
  26. Cfr. Valentino Parlato, Convergenze parallele, in “il manifesto”, 7 novembre 1976.[]
  27. Cfr. Roberto Biorcio, Matteo Pucciarelli, Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia operaia, 1968- 1977, Milano, Mimesis, 2020.[]
  28. Valentino Parlato, Intervista, in Rocco Pellegrini, Guglielmo Pepe, cit. p. 160.[]
  29. Ivi, p. 161.[]
  30. Luigi Pintor, Intervista, ivi, p. 173.[]
  31. Ivi, p. 181. Cfr., nell’intervista, la riflessione autocritica sul fatto che non sia stata compresa la formula sulla maturità del comunismo, intesa come indicazione di uno sbocco rivoluzionario ravvicinato.[]
  32. Vittorio Foa, Intervista, ivi, p. 127.[]
  33. Ivi, p. 130.[]
  34. Ivi, p. 137.[]
  35. Ninetta Zandegiacomi, Sul “manifesto”, in Daniele PROTTI, Cronache di nuova sinistra, cit., pp. 189-190.[]
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