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Il “Manifesto” di Emanuele Felice: un altro contributo al dibattito

di Pier Giorgio
Ardeni

Il libro e i suoi temi

Il Manifesto per un’altra economia e un’altra politica, pubblicato da Feltrinelli nel maggio 2025, è un saggio di Emanuele Felice, uno storico dell’economia che insegna allo IULM di Milano ed è stato responsabile economico del Partito Democratico durante la segreteria Zingaretti. Ed è un libro che merita più di una riflessione, come abbiamo già fatto con Emiliano Brancaccio, perché anch’esso vuole proporre uno scenario di prospettiva. Come Brancaccio, infatti, anche Felice ha sentito il bisogno di scrivere il suo “manifesto”, dichiarandolo fin dal titolo.

Il volume parte da una domanda di fondo: come si costruisce davvero una società più giusta, e quali cambiamenti profondi sono indispensabili per realizzarla? Un programma vasto e ambizioso per un libro. Viviamo in un tempo segnato da crisi profonde e interconnesse: l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze, la crisi ambientale e climatica, l’instabilità politica e l’insicurezza sociale. Per Felice, tutto questo non è casuale: le logiche di mercato e la dominanza del capitalismo neoliberista hanno progressivamente accentuato le disuguaglianze, indebolito la coesione sociale e reso precario il nostro stesso futuro.

Il libro è organizzato in tre parti: una parte storica iniziale, una seconda economica, una terza politica. L’argomento centrale è che l’economia non è un sistema di leggi naturali, ma una costruzione storica che riflette sempre rapporti di potere: è fondamentale quindi che venga guidata da una politica democratica e da un’etica dei diritti; altrimenti verrà indirizzata dalle dominanti forze finanziarie e tecnologiche e da una politica autoritaria, come purtroppo sta accadendo oggi, ammette, un oggi in cui «è una lotta di potere tra la politica dei molti e un’economia dei pochi, che può portare alla politica dei pochi (già lo sta facendo)» (p. 14). Per questo, Felice propone di intervenire sull’economia in modo che questa sia orientata a ridurre le disuguaglianze, tutelare l’ambiente e favorire la diffusione di innovazione, conoscenza e istruzione universale di qualità, in un contesto globale che contrasti la speculazione finanziaria, e che sia strutturata in modo da avere come principi vivificanti la partecipazione e la cooperazione, accanto alla competizione. Il problema, come vedremo, è come fare tutto questo. La sua “stella polare” è quella della Costituzione della Terra promossa da Luigi Ferrajoli. Pertanto, questo è un testo che si colloca chiaramente nell’area progressista e di sinistra, come alternativa sia al neoliberismo che ai nazionalismi autoritari di destra.

Alcune osservazioni nel merito

Nella prima parte del libro viene presentata una storia dell’economia mondiale moderna e del capitalismo, arrivando alla conclusione che il capitalismo neoliberista ha fallito. Nella seconda parte, dedicata alla politica, si definiscono i principali temi su cui questa dovrebbe intervenire – conoscenza, disuguaglianze, ambiente, partecipazione e struttura del potere. Nella terza parte si guarda alle “forze in campo” – nella società, tra i partiti, nello Stato, a livello internazionale – con attenzione a cosa si prospetta nel futuro prossimo, a cominciare dalle guerre in corso.

Nella prima parte, dunque, Felice propone una descrizione della parabola del capitalismo e dello sviluppo da questo portato: una storia nota, come già proposta in vari studi, in cui l’obiettivo è quello di mostrare come l’involuzione recente del capitalismo – e l’abbandono del liberalismo a favore del neoliberismo – abbia postato ad un fallimento. Per Felice il capitalismo è passato dalla “oppressione” (cap.1) all’ “abisso” (cap. 2) fino alla “liberazione” (cap. 3), e poi dalla “illusione” (cap. 4) al “bivio” attuale (cap. 5). Il quadro è dipinto con parole e dati convincenti e, tuttavia, vi sono alcuni passaggi che meritano un appunto.

Il primo riguarda l’oppressione: non furono soltanto i lavoratori ad essere sfruttati, quelli che consentirono lo sviluppo tumultuoso del primo capitalismo. Ma lo sfruttamento e l’oppressione si espressero anche con l’imperialismo colonialista. Non si trattò solo di un “crimine”, come sottolinea Felice, ma di un vero e proprio sistema di dominio e di estrazione che fornì le basi economiche al prosperare del capitalismo – il cui motore fu, certo, l’innovazione tecnologica – e all’affermazione politica su scala globale dei Paesi capitalistici. E questo sistema fu connaturato al capitalismo stesso (la logica del profitto che prevale su qualsiasi considerazione etica), non un suo “sottoprodotto”. Se i Paesi del blocco capitalistico già dopo la Seconda guerra mondiale rappresentano il 60% del prodotto mondiale e ancora nel 1970 più della metà; se le ragioni di cambio dei loro manufatti con le materie prime estratte dai Paesi in via di sviluppo rimangono a loro favore così a lungo; se la loro supremazia economica e politica rimane indiscussa per così lungo tempo è anche in ragione di quell’imperialismo colonialista che ne ha sostenuto lo sviluppo.

Lo stesso appunto vale a proposito dell’abisso, in cui precipitò il mondo tra il 1914 e il 1945. Non fu soltanto il volto “demoniaco” del capitalismo a mostrarsi: le guerre mondiali furono (anche) guerre tra potenze economiche per l’affermazione della supremazia, tra la Gran Bretagna e la Francia (cui si unirono gli Stati Uniti potenza emergente), da un lato, e l’Impero tedesco e l’Austria, dall’altro. Dopo la fase del free trade che portò ad un enorme sviluppo degli scambi internazionali che fece da motore al capitalismo rampante della gilded age, subentrò la difesa protezionistica della supremazia economica ottenuta in questo o quel settore, innescando il conflitto per il predominio. In questo, i nazionalismi fomentati e adottati dalle élite capitaliste ebbero la loro parte (ma ve ne furono anche in chiave anti-imperiale, come nelle nazioni europee che poi sorsero dal crollo degli imperi austriaco e ottomano). Ma la guerra fu soprattutto uno scontro tra capitalismi e la loro tendenza espansionistica, per la supremazia. E il liberalismo politico, che per tutta questa lunga fase rimase il quadro in cui si affermò e consolidò il capitalismo, ebbe allora una curvatura, in Europa e in Giappone, verso modelli totalitari in cui la borghesia non volle “venire a patti” con la domanda crescente di maggiore rappresentanza delle classi popolari (diversamente da quanto accadde in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti).

Fu il lungo trentennio in cui l’instabilità del sistema capitalistico si manifestò nella sua ampiezza, dilaniato tra tendenze espansionistiche e difese protezionistiche, in cui lo Stato non aveva ancora “preso in mano” la guida dell’economia, tenendola a freno. La sconfitta del nazifascismo, poi, se sul piano militare occorse grazie all’alleanza tra il blocco anglo-americano e quello sovietico, avvenne anche grazie a quella parte del movimento operaio e democratico che non era stata annientata durante il Ventennio (ma su questo Felice non si esprime), grazie alla quale in Europa si affermarono, dopo la guerra, le democrazie liberali a base popolare. Nelle quali il liberalismo poté riemergere, accompagnandosi al socialismo democratico e ad un ruolo pro-attivo dello Stato.

Il trentennio post-bellico – che si configurerà come una “età dell’oro” del capitalismo democratico – fu capace di coniugare le tendenze dell’economia capitalistica e lo sviluppo dei diritti civili, grazie all’intervento dello Stato. Se questo fu possibile, però, non fu per la “generosità” dei capitalisti e degli imprenditori, ma anche grazie al movimento operaio, i suoi sindacati e i partiti di massa che lo rappresentavano, e a quell’economia “mista” che si affermò nei “trenta gloriosi”. Ma quei trent’anni furono “gloriosi” perché alla crescita economica e all’espansione del sistema capitalistico si accompagnò un allargamento dei diritti civili e dei servizi pubblici (Felice lo dovrebbe esprimere più esplicitamente).

L’economia capitalistica fu guidata dalla politica, come però ammette Felice. Dagli anni Settanta in avanti inizia l’offensiva neoliberista – che Felice giustamente distingue dal liberalismo – che «è un tarlo che rode da dentro la democrazie liberale e ne determina la crisi drammatica che sta attraversando» oggi (p. 59). Perché è un sistema che non ammette alternativa e che ci consegna un mondo di fallimenti – due su tutti: l’incapacità di creare benessere diffuso, anche a fronte di eccellenti innovazioni, e le crescenti disuguaglianze – tanto sul piano economico che politico.

Anche qui, però, Felice merita un appunto, quando afferma che «il neoliberalismo ha contribuito in modo decisivo alla crisi della democrazia liberale» perché avrebbe privato la politica democratica degli strumenti per contrastare i suoi fallimenti. Felice, in questo caso, tralascia di dire che ha questo risultato hanno contribuito le politiche stesse, portate avanti dai partiti al governo nel corso del tempo, inclusi quelli di centro-sinistra. Se è vero che è questo, in fondo, «il grande fallimento politico, epocale, del pensiero neoliberale: la crescita economica non porta automaticamente alla democrazia» (p. 83), si deve allora spiegare perché anche le forze politiche che vi si sarebbero dovute opporre ne hanno favorito l’affermarsi. Perché se si continua così si arriverà a quella che Felice chiama l’oppressione “definitiva”, quella dei ricchi (che hanno i mezzi) sui poveri (che non li hanno e a cui sono negati per nascita).

La mancanza di strategie operative

La prima e principale critica che si può muovere al libro è che manca di strategie operative, anche perché non individua completamente e chiaramente le responsabilità e non tiene troppo conto di quanto è cambiata, nel corso del tempo e soprattutto negli ultimi anni, la struttura sociale. Come in altri casi – un esempio recente è il libro di Emiliano Brancaccio Libercomunismo (Feltrinelli, 2026) – i “manifesti” sembrano essere più efficaci nel diagnosticare i problemi che nel prescrivere le cure operative. Felice si muove su un piano molto alto di astrazione — storia, filosofia politica, grandi tendenze economiche — e quando arriva alle proposte concrete tende a restare nel campo dei principi orientativi (equità, cooperazione, partecipazione) più che delle strategie politiche dettagliate per realizzarli.

Certo, propone alcuni grandi “temi” su cui investire: la conoscenza, ovvero l’istruzione, ma anche i brevetti; la riduzione delle disuguaglianze, agendo su tasse e diritti di accesso (molto articolato e condivisibile il suo ragionamento sulla tassazione progressiva); l’ambiente, in cui l’economia stessa può essere protagonista; la partecipazione e la cooperazione; l’agire sul potere e la sua configurazione. Un appunto riguarda il tema dell’istruzione. Felice afferma che, nella prima metà dell’Ottocento, «il divario di scolarizzazione fu un fattore chiave del decollo industriale degli Usa rispetto all’Europa e del divario di produttività» (p. 99). Non sono così sicuro che fu questo un fattore decisivo: nel 1840 manodopera impiegata nel settore minerario e dell’industria pesante e tessile non era necessariamente istruita (molte industrie importavano tecnologia dalla Gran Bretagna), come viene peraltro detto a p. 102. Anzi, l’affermazione del primo capitalismo avvenne grazie ad una forza lavoro poco istruita, analfabeta. Servivano braccia, non teste (e questo fu così ovunque). Il progresso tecnologico fu certamente dovuto (anche) ad un innalzamento dei livelli di istruzione, non tanto per quanto riguarda le “invenzioni” ma soprattutto per la loro applicazione ai processi di produzione. Se c’è una correlazione tra livello medio di istruzione e aumento e diffusione dei tassi di innovazione tecnologica, essa però indica, forse, una causalità nell’altro senso: migliori tecnologie fanno produrre di più e “meglio”, aumenta l’offerta di beni e servizi, aumenta il reddito e, di conseguenza, aumentano i livelli di istruzione.

Detto questo, comunque, è vero che una società più istruita è una società più consapevole, che può partecipare di più al processo produttivo (e quindi contribuire all’ambiente innovativo), che può avere più opportunità. Maggiori livelli di istruzione portano a maggiori livelli di retribuzione. Ma una società giusta ed equa deve fornire questa opportunità a tutti, ciò che non sta più accadendo. L’economia neoliberista accentua le disuguaglianze riducendo le opportunità per chi ha meno mezzi. Come afferma lo stesso Felice, oggi la scuola è tornata ad essere “classista”.

C’è poi da dire che è vero che il progresso tecnologico è stato il fondamentale motore dello sviluppo capitalistico e dell’aumento del reddito. Ma l’innovazione (e la strada che questa prende) non può essere lasciata al mercato, cioè alla ricerca del profitto. Prima di tutto perché non è neutra, ovvero non tutto ciò che è “nuovo” è “buono”, perché la sua finalità è ottenere “di più”, non qualcosa “di meglio”. In secondo luogo, perché, come lo stesso Felice dimostra, oggi siamo in una situazione in cui sono i giganti dell’economia quelli che hanno in mano l’innovazione (e «i brevetti sono un problema»), ovvero è la struttura stessa dell’economia che oggi frena l’innovazione “libera” e creativa.

Vi sono temi che il libro affronta con spirito operativo, a questo proposito: agire sui brevetti; finanziare l’istruzione pubblica, soprattutto quella terziaria; procedere ad una più equa tassazione tra lavoro e capitale, rendendola progressiva; politiche ambientali non solo impostate sui divieti ma sugli investimenti e gli incentivi, proporzionali al reddito. Felice afferma che «la crisi ecologica mostra forse nella maniera più chiara come il capitalismo di mercato da solo sia incapace di risolvere i problemi dell’umanità» (p. 151) e, anzi, come li peggiora. Invocando il ruolo dello Stato, che deve essere «programmatore, regolatore, investitore, innovatore» (p. 152).

Il libro di Felice, però, lascia aperte domande rilevanti: quale Stato (democratico) può fare questo? Dovrà essere uno Stato al cui governo vi sono forze che vogliono affermarne quel ruolo! Che è il contrario di quello che è adesso, controllato com’è da forze che vogliono che sia il mercato a guidare la politica. E, allora, come si costruisce una coalizione politica capace di sfidare i poteri economici dominanti, quando quegli stessi poteri condizionano i media, i partiti e le istituzioni? Come si riformano le istituzioni internazionali in un momento in cui il multilateralismo è sotto attacco? Chi sono i soggetti sociali che dovrebbero trainare questo cambiamento, ora che il movimento operaio tradizionale è frammentato?

Felice stesso, nelle interviste, ha ammesso di voler puntare su un “cambiamento culturale” come precondizione — il che è forse onesto intellettualmente, ma rischia di sembrare un rinvio del problema piuttosto che una risposta.

L’assenza di analisi della composizione sociale e il riconoscimento delle responsabilità

Una lacuna seria e non marginale del libro, a mio parere, è la mancanza di un’analisi approfondita di come è mutata la struttura sociale. Il problema, peraltro, non è nuovo nella tradizione della sinistra: non basta avere un programma economico giusto, bisogna capire chi lo porta avanti e attraverso quali meccanismi di rappresentanza. Senza questa analisi, il manifesto resta sospeso nel vuoto — un orizzonte normativo senza soggetto politico.

Nel contesto attuale la questione è particolarmente spinosa, per almeno tre ragioni. La prima è che la frammentazione del mondo del lavoro ha reso obsolete le categorie tradizionali. La vecchia classe operaia fordista era relativamente omogenea nei suoi interessi e facilmente organizzabile nei sindacati. Oggi coesistono lavoratori dipendenti garantiti, precari, autonomi, gig workers, disoccupati strutturali – con interessi spesso divergenti e difficilmente aggregabili in un’unica rappresentanza. Vi è stato un mutamento nella composizione sociale, negli ultimi quarant’anni, di cui dobbiamo tenere conto. Tale mutamento, però, non è avvenuto “per caso”. Sono stati i cambiamenti nella struttura dell’economia, in primo luogo, a causarlo. Nel modificarsi dei processi di produzione – un fatto tecnologico ma anche di organizzazione – e nelle dinamiche di cui ha goduto il capitale dall’avvio della fase neoliberista e con il favore della globalizzazione, vi è stata una precisa e deliberata azione dei capitalisti di disarticolare la classe operaia per far volgere il conflitto distributivo a suo favore. Esternalizzazioni, decentramento produttivo, outsourcing, delocalizzazioni hanno tutte avuto anche quello come obiettivo, con il risultato non secondario di frammentare la composizione della forza lavoro. Cui si è aggiunta un’azione sul piano legislativo – fortemente voluta dalle imprese e assecondata dai governi, di ogni colore, in nome della flessibilità e della competitività – atta ad introdurre una pletora di forme e figure contrattuali con tutele “variabili” che hanno portato alla precarizzazione e alla parcellizzazione del lavoro, con conseguente perdita di omogeneità sul piano dell’organizzazione sindacale e dispersione del movimento operaio. Il capitalismo neoliberista è quindi stato sì, post-fordista, ma ha anche approfittato della nuova libertà data al capitale il cui prezzo è stato pagato dal lavoro. Con il beneplacito, anche, della sinistra.

In secondo luogo, esiste un problema di disallineamento culturale tra la sinistra e le classi popolari. In molti Paesi occidentali, proprio i ceti che dovrebbero essere il bacino naturale di una politica progressista hanno trovato sempre meno rappresentanza e ascolto, finendo per votare a destra – per ragioni identitarie, di risentimento, di sfiducia nelle élite – o addirittura astenersi dal voto. La sinistra ha perso i ceti popolari nel momento in cui si è rivolta per lo più ai ceti medi, forse convinta dell’eclisse a venire della classe operaia. Che non è sparita ma è semplicemente mutata “traslocando” dalla grande fabbrica alla piccola, dalla manifattura ai servizi, nella diversa configurazione delle posizioni lavorative che è andata emergendo.

Infine, c’è il ruolo dei ceti medi istruiti, che sono urbani, garantiti, nelle classi medie impiegatizie e professionali: oggi sono diventati la base sociale principale dei partiti di centrosinistra, ma hanno interessi e sensibilità parzialmente diversi da quelli dei ceti più vulnerabili, il che crea tensioni interne difficili da gestire.

Tutti questi temi Felice li sfiora ma non li affronta davvero. Ed è questa una mancanza seria del libro. Il vuoto di rappresentanza dei ceti vulnerabili è forse il nodo più drammatico della situazione attuale, che però non traspare nell’analisi di Felice, se non tangenzialmente. Non è solo che manca un soggetto sociale coeso – manca anche chi si possa far carico politicamente di costruirlo o anche solo di rappresentarlo. Il paradosso è evidente: i ceti più vulnerabili esistono, sono numerosi, e i loro problemi sono oggettivamente enormi – precarietà, bassi salari, accesso alla casa, sanità, istruzione. Eppure, sono sostanzialmente orfani politici.

Le ragioni sono diverse e si intrecciano. I partiti di centrosinistra europei, incluso il PD italiano, si sono progressivamente “professionalizzati” e spostati verso un elettorato urbano, istruito, relativamente garantito. Non è stata solo una scelta ideologica, ma anche una conseguenza di chi finanzia i partiti, chi li dirige, chi li frequenta. La base sociale del partito ha finito per plasmare il partito stesso. Un certo ceto medio vi ha trovato rappresentanza e risposte ai suoi bisogni, lasciando però mettere ai margini i ceti popolari.

La destra populista ha parzialmente occupato questo spazio, ma in modo strumentale, intercettando il risentimento dei ceti meno abbienti lasciati “orfani”, senza tradurlo in politiche redistributive reali. Anzi, spesso governando contro gli interessi materiali degli stessi ceti vulnerabili che la votano.

E i movimenti? Anche lì il problema è strutturale: i movimenti più vitali degli ultimi anni – ambientalisti, femministi, per i diritti civili – hanno una base sociale prevalentemente giovanile e istruita, e faticano a connettersi con le preoccupazioni quotidiane (“materiali”) dei ceti popolari. Anzi, a volte entrano in conflitto simbolico con loro. Il risultato è un vuoto di rappresentanza che si autoalimenta: i vulnerabili non votano, o votano per protesta, per paura e risentimento, e questo riduce ulteriormente l’incentivo dei partiti a occuparsi di loro seriamente.

Felice questo lo sa, probabilmente. Ma forse evita di affrontarlo fino in fondo perché le conclusioni sarebbero scomode per l’ambiente politico in cui si muove.

Più a monte, però, c’è un aspetto di fondo che riguarda la corresponsabilità della sinistra nell’affermarsi del neoliberismo (una critica, questa, non solo fondata, ma storicamente documentata). Il che, in qualche modo, sminuisce la credibilità di un libro come quello di Felice.

Il punto cruciale è che il neoliberismo non si è affermato nonostante la sinistra, ma in parte attraverso di essa. I casi emblematici sono noti: Blair e il New Labour in Gran Bretagna, Clinton e i Democratici negli Stati Uniti, la Terza Via di Schröder in Germania con le riforme Hartz. In Italia, molte delle privatizzazioni degli anni Novanta avvennero sotto governi di centrosinistra. La de-strutturazione del mercato del lavoro è stata avviata da quei governi. Non si tratta di episodi marginali – sono le forze progressiste al governo che hanno deregolamentato i mercati finanziari, flessibilizzato e precarizzato il lavoro, ridotto il welfare e i servizi pubblici.

La giustificazione all’epoca era pragmatica: «il mercato ha vinto, bisogna adattarsi e governare il cambiamento». Ma il risultato è stato che la sinistra ha perso sia la bussola ideologica che il legame con la sua base sociale tradizionale, senza costruire nulla di alternativo.

Ciò dovrebbe creare un problema specifico per Felice. Se scrivi un manifesto che critica il neoliberismo senza fare i conti con la corresponsabilità della sinistra, stai facendo un’operazione parziale – e in qualche misura autoassolutoria. È come diagnosticare una malattia senza chiedersi come il medico abbia contribuito ad aggravarla.

La domanda scomoda che il libro evita è: perché dovremmo fidarci oggi delle stesse forze politiche che ieri hanno assecondato ciò che ora criticano? Senza rispondere a questa domanda, il manifesto rischia di essere un esercizio intellettuale onesto ma politicamente sterile.

La critica principale: il problema del soggetto storico del cambiamento

La critica principale che si può fare al libro è quella che potremmo chiamare il problema del soggetto storico del cambiamento. Felice propone un modello di sviluppo alternativo e indica una direzione, ma il libro implicitamente presuppone che il cambiamento possa venire dall’alto, da una classe politica illuminata e competente che “guidi lo sviluppo”. È una visione sostanzialmente “riformista dall’alto”, in cui il ruolo dei cittadini e dei ceti vulnerabili è più quello di essere beneficiari del cambiamento che protagonisti di esso.

Questo si collega alle lacune già dette, ma va ancora più in profondità. È una questione di teoria del cambiamento: come avviene storicamente una trasformazione sistemica? La risposta che la storia suggerisce è che quella non accade perché una buona élite convince un’altra élite cattiva, ma perché si formano pressioni dal basso sufficientemente forti da rendere il cambiamento inevitabile. Il New Deal non nacque dalla generosità di Roosevelt, ma dalla pressione enorme del movimento operaio americano degli anni Trenta. Il welfare europeo del dopoguerra non fu un regalo delle classi dirigenti. Le politiche di redistribuzione e sociali del dopoguerra italiano, l’aumento dei salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro avvennero grazie alle pressioni del movimento operaio e popolare.

Felice questo lo sa come storico, è il suo mestiere. Ma come intellettuale organico di un certo ambiente politico, sembra non voler trarre le conseguenze più radicali di questa consapevolezza. Il che rende il libro, alla fine, più un programma per convincere le élite esistenti che un progetto per costruire una forza politica nuova.

A chi ci si dovrebbe rivolgere, quindi? Chi sono i potenziali interlocutori del cambiamento? Questi esistono, ma sono dispersi e non connessi tra loro. Non possono essere solo le élite progressiste, sensibili ai temi dei diritti civili, ma devono coinvolgere le masse popolari degli “esclusi”, dei marginalizzati. Tutti i temi evidenziati da Felice sono centrati e utili e ben gioverebbero a questa prospettiva, purché “nasca dal basso”.

Ci sono alcune energie sociali che si manifestano e che in teoria potrebbero essere attivate. Il movimento sindacale, pur indebolito, mantiene una presenza territoriale reale – la CGIL in particolare conserva un radicamento nei ceti popolari che nessun partito oggi ha. E oggi ha un’articolazione maggiore che in passato, ma anche una disunità di azione più evidente. I movimenti per il clima, pur con una base sociale limitata, hanno dimostrato capacità di mobilitazione, soprattutto tra i giovani. Ci sono esperienze di economia sociale, cooperative, mutualismo urbano che rappresentano una cultura alternativa concreta. C’è il movimento contro la guerra e il riarmo, contro quanto Israele sta facendo in Palestina, contro il neo-imperialismo neo-coloniale. E c’è una massa enorme di persone che non votano più – più spesso proprio tra i ceti vulnerabili – non per pura apatia, ma per la frustrazione e la sfiducia accumulata di vedere che non c’è più nessuno che ne rappresenta gli interessi.

Il problema è che tutto questo è frammentato e senza connessione politica. Manca una forza capace di fare da collettore — di tradurre queste energie disperse in rappresentanza e pressione organizzata. I partiti esistenti non sembrano in grado di farlo. Il PD è strutturalmente incapace, per le ragioni che abbiamo detto. Il M5S ha intercettato il disagio popolare ma senza una visione coerente, e oggi è in una crisi d’identità profonda. Le forze alla sinistra del PD esistono ma restano marginali e spesso autoreferenziali.

In Italia, storicamente, i cambiamenti sono venuti più dalla pressione organizzata – sindacati, partiti di massa – che da movimenti spontanei. Quella capacità organizzativa oggi non c’è. E ricostruirla richiederebbe tempo, pazienza e una classe dirigente disposta a stare nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle periferie – cosa che l’attuale sinistra italiana fa pochissimo. Quindi: un potenziale grezzo c’è. Ma tra quel potenziale e una forza politica capace di attivarlo c’è un salto enorme che al momento non si vede chi lo possa compiere.

Il referendum e la traduzione in forza politica

Il risultato del referendum – al di là del merito specifico dei quesiti – ha mostrato che esiste una sensibilità diffusa per la tutela dei diritti, per un quadro istituzionale che protegga i più deboli, sia sul piano dei diritti civili che di quelli sociali. Non è poco, in un momento in cui sembrava che l’individualismo e il cinismo avessero vinto su tutto.

Ma esso pone il problema della traduzione di quel messaggio in forza politica, perché è esattamente lì che si inceppa sempre tutto, in Italia. Il referendum mobilita, ma è per definizione uno strumento difensivo ed episodico — dice “no” a qualcosa, non costruisce un progetto.  Il problema della traduzione ha due dimensioni. La prima è organizzativa. Chi vota ai referendum non si trasforma automaticamente in militante o anche solo in elettore fedele. Manca il tessuto connettivo – le sezioni, i circoli, le associazioni – che un tempo trasformava la partecipazione episodica in identità politica stabile. Quel tessuto la sinistra italiana lo ha smantellato negli ultimi trent’anni, convinta che fosse obsoleto. La seconda è narrativa. Il referendum unisce su ciò che si vuole difendere, ma non basta per costruire una visione di cosa si vuole costruire. E senza una narrazione positiva e credibile, la mobilitazione difensiva tende a esaurirsi.

Il nodo vero però è un altro: quella sensibilità diffusa nel paese è orizzontale e acefala. Non ha un centro, non ha interpreti riconosciuti. E in politica, senza qualcuno che sappia dare voce e forma a un’energia diffusa, quell’energia si disperde. Forse la strada più realistica, più che aspettare un partito nuovo, sarebbe costruire una rete di soggetti – sindacati, associazioni, movimenti, amministratori locali – capace di tenere viva quella sensibilità e di pressare dall’esterno le forze politiche esistenti. Non è la soluzione ideale, ma potrebbe essere quella possibile.

Ma non c’è da stare allegri, perché anche questo richiede una classe dirigente che oggi non si vede. E che Felice forse auspica e che può contribuire a formare.

 

Pier Giorgio Ardeni

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