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Il culto di Weber

Riprendiamo da leparoleelecose.it l’articolo di Paolo Costa (il cui titolo completo è Il culto di Weber. Vocazione e maturità intellettuale) –

Maggiorenni

Non ho un ricordo episodico della prima volta che sono incappato in quel brano in cui Kant spiega con parole divenute giustamente celebri che cosa significa essere intellettualmente adulti. Tenuto conto di come si insegna la filosofia in Italia, suppongo che avessi diciassette o diciotto anni.
Provo a immaginare che effetto deve aver fatto su un volenteroso adolescente scoprire che per Kant coltivare una mente aperta (l’illuminismo) vuol dire fuoriuscire da una condizione di immaturità per la quale si può incolpare solo la propria mancanza di decisione e coraggio. Kant, in effetti, biasima senza pietà la “pigrizia” e la “viltà” di chi, pur essendo stato dotato dalla natura delle condizioni abilitanti necessarie per condurre una vita in piena autonomia, sceglie di restare eternamente minorenne solo perché è più comodo vivere sotto la sorveglianza di un direttore spirituale, anche quando ciò implica rassegnarsi alla condizione servile degli animali domestici, dei bambini che non muovono un passo senza il girello o, come Kant allude in una parentesi imbarazzante, dell’“intero bel sesso”: das ganze schöne Geschlecht1.
Quando l’infantilizzazione diventa una seconda natura, liberarsi dai ceppi di un’“eterna minorità” è un’impresa alla portata solo di pochi eroici apostoli della Ragione. Meglio, perciò, garantire e incentivare “la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi”2. A questo punto il ragionamento di Kant si fa più contorto. Si intuisce, comunque, che erano altri tempi e con questo spirito indulgente si sorvola sull’epilogo in cui campeggia un “venerato monarca”, il cui “splendido esempio” giustifica persino un’assimilazione spericolata tra l’età dell’illuminismo e “il secolo di Federico3. Devo ammettere, per altro, che questi passi non hanno lasciato alcuna traccia nella mia memoria semantica. Il dettaglio che mi si è impiantato nel cervello è che essere intellettualmente adulti è una qualità umana fondamentale: ne va della tua stessa dignità. Chi rinuncia alla maturità intellettuale, insomma, è un pigro e un codardo. Manca di integrità. Dovrebbe vergognarsi.
In quella fase della mia vita, evidentemente, della adultità non avevo ancora fatto esperienza diretta. È comprensibile, perciò che un ritratto così polarizzato della Mündigkeit e della Unmündigkeit, della maggiore e minore età, non mi destasse alcun sospetto. Fino a qualche decennio fa gli adulti ci tenevano ad apparire adulti e questo finiva per amplificare nei “minori” il desiderio di valicare il prima possibile la voragine che separa la dipendenza dall’indipendenza, l’eteronomia dall’autonomia, la fanciullezza dalla maturità.
Malgrado lo sconcertante elogio finale di Federico II di Prussia, non mi aveva nemmeno sfiorato l’idea che Kant stesse almeno in parte bluffando. Sulla carta, pensare da sé, non delegare mai ad altri il proprio punto di vista sul mondo, assumendosi la piena responsabilità delle proprie opinioni, sembra la cosa giusta da fare. Nella vita di ogni giorno, però, la confusione è tale che la nostra stessa presa sul reale spesso vacilla e, al dunque, può spingerci a balbettare qualche frase di circostanza, ripetendo pedestremente i cliché che proliferano nei consorzi umani. Reticenza, ellissi, sistematica sospensione del giudizio, minimalismo doxastico potrebbero essere, allora, l’abito epistemico più ragionevole di fronte alla mancanza di controllo su eventi storici che travalicano di gran lunga l’agency individuale. Un esempio letterario recente è István, il laconico protagonista di Nella carne di David Szalay, il cui io prende posizione nel mondo solo quando la mente collassa nel corpo, abbandonando intelletto e linguaggio al loro ruolo socialmente decorativo4.
Siccome non si è mai abbastanza adulti, indipendenti, onesti intellettualmente, la condizione più nobile per chi ha casa nel mondo della cultura sembrerebbe essere, quindi, quella dello sforzo, della “lotta”, del Kampf ums Dasein: lotta con sé stessi (“vediamo quanta verità sono in grado di sopportare oggi!”); lotta con i nemici della conoscenza (“gli unici sacrifici accettabili sono quelli per l’intelletto, mai dell’intelletto!”); lotta per distinguersi (“alla fine chi si ricorderà di questa massa di travet della conoscenza? La scienza premia solo chi osa!”). Ma lottare senza tregua è debilitante. Dove c’è lotta, c’è sempre defezione. D’altro canto, perfezionismo e opportunismo sono parenti stretti. Quanto più si alza lo standard di una pratica quotidiana, tanto più si favorisce il cinismo di chi non ha scrupoli a fare un omaggio di facciata alla norma sociale approfittando dell’ingenuità di quanti la prendono invece seriamente e sono destinati prima o poi a cadere preda della paralizzante sindrome dell’impostore. Il disincanto, in fondo, è un altro modo di essere adulti. Di conseguenza, lo sforzo va raddoppiato volontaristicamente. Non può darsi conoscenza degna di questo nome senza una strenua Wille zur Wahrheit – senza una ferrea volontà di stare nel vero.
Sorprendentemente, Kant e Nietzsche si scoprono così alleati in una visione implacabile della missione del dotto. Dal ritratto kantiano del Selbstdenker trasuda un tale senso di nobiltà, valore, dignità, che un’associazione con il superuomo non appare poi stravagante. Questo libero pensatore, un “uomo che ormai è più che una macchina5, ha qualcosa di titanico, quantomeno nel suo rifiuto di qualsiasi consolazione a buon mercato, di ogni pur minimo cedimento davanti all’esorbitanza della verità. L’audacia del sapere reclama una forma di temerarietà senza la quale sarebbe impossibile aspirare al premio supremo della piena sovranità sulla propria vita mentale: la maestosa autodeterminazione intellettuale.

Der Weber-Kultus

Nella nostra tradizione intellettuale Max Weber è stato forse l’ultimo a personificare senza affettazione questa visione titanica del fardello della ragione, esposta con tono marziale nelle trentacinque memorabili pagine della sua conferenza sulla “Wissenschaft als Beruf”: la scienza in bilico tra vocazione e professione6. Non tutti saranno d’accordo con questo giudizio, ne sono consapevole. Weber stesso, probabilmente, avrebbe sobbalzato di fronte a un simile ritratto a tinte forti. Chi se lo rappresenta come il nemico del dilettantismo di quanti si atteggiano a profeti predicando dalla cattedra o come il paladino della apatica avalutatività scientifica faticherà a far tornare i conti. Nel suo recente originale studio sull’inventore della matrice protestante dello spirito del capitalismo, Massimo Palma ha, però, una storia diversa da raccontare per chi vuole ascoltare7.
Il libro di Palma è interessante da più punti di vista. Per cominciare, è una biografia intellettuale organizzata non secondo un classico ordine cronologico, ma per nuclei tematici isolati e reiterati entro il racconto minuzioso di un’esistenza mediamente tribolata. Questa scelta è resa possibile dalla recente Weber Renaissance che ha messo a disposizione degli studiosi i materiali necessari per farsi un’immagine della parabola esistenziale del “mito di Heidelberg” più realistica di quella monumentalizzata nella fulminea biografia della moglie Marianne8. La Gesamtausgabe (quarantatre volumi!), più le monografie di M. Sukale, J. Radkau, D. Kaesler, J. Kaube, F. Bafoil, H.-P. Müller, L. Scaff, e altri, fanno da sfondo alla narrazione filosofica di Palma che, sgravato dal compito di illuminare pedantemente ogni dettaglio della vita di Weber, può dedicarsi a un sorvolo delle zone di penombra teoreticamente più interessanti9.
Per farlo senza cedere al carisma tirannico di Weber (“mirabile e arrogante, brillante e metodico”, ma pure “spaccone”, “vulcanico”, addirittura “bullo”)10, Palma evita accuratamente un approccio mimetico, adottando uno stile espositivo originale, caratterizzato da una scansione serrata e un brio teorico più benjaminiano che neokantiano. Il Geistesleben weberiano viene raccontato, cioè, in maniera discontinua e ricorsiva, disegnando quadretti o vignette, che provocano in chi legge un effetto di ridondante rifrazione interpretativa, e orchestrando un dialogo polifonico “con figure senz’altro importanti, ma talvolta apparentemente lontane dalla centralità di altre, ben più ingombranti nel percorso weberiano”11. Tra le altre: Aby Warburg, Emil Lask, Eduard Meyer, W.E.B. Du Bois, Otto Gross, Stefan George, Else Richthofen, Robert Michels, Carl Schmitt, György Lukács. L’assunto su cui poggia il lavoro esegetico di Palma è che “è nei rapporti che nascono le domande, le questioni che Weber affronta studiando”12.
La costellazione interpretativa adottata dall’autore per raggiungere i propri scopi ha quattro stelle fisse – Nazione, Lavoro, Irrazionale, Dominio – dodici pianeti di diversa densità – Patria/Patrimonio/Patriarcato; Ascesi/Tipo/Schiavitù; Razza/Erotica/Carisma; Élite/Lotta/Classe – e una moltitudine di Plätze più o meno esotici: dall’infanzia berlinese all’affetto antipolacco; da Sympathy for the Devil all’ungherese; dal capitale umano e la caserma a un Führer vicino di casa. La materia è talmente rovente e l’andatura così incalzante che il lettore motivato non corre mai il rischio di annoiarsi. Caso mai il pericolo è di perdere ogni tanto la bussola, mentre si assiste sgomenti allo sgretolarsi della propria venerabile icona weberiana. Quest’ultimo, però, è un effetto salutare perché l’obiettivo principale della narrazione di Palma, se non sbaglio, è proprio quello di farti toccare con mano la stranezza di un uomo singolarissimo a cui è toccato in sorte di incarnare un idealtipo.
Anche di questa dissonanza latente si è nutrito, d’altronde, il culto di Weber: la sua elevazione, cioè, a prototipo dell’intellettuale carismatico nell’età del disincanto. Il rompicapo è noto: in che cosa potrà mai consistere, infatti, il carisma intellettuale nell’epoca della professionalizzazione della scienza, quando cioè il sogno humboldtiano della creazione di un sapere integrale è costretto a fare i conti con una realtà in cui la conoscenza viene prodotta in contesti che seguono la stessa logica parcellizzante e spersonalizzante che governa lo stato moderno e il mercato capitalistico? Una volta raccolti e messi in fila i dettagli, il dramma inscenato da Weber nei tre decenni a cavallo tra XIX e XX secolo assume l’aspetto ambiguo di una tragedia scespiriana. Che tipo di Selbstdenker è stato l’autore di opere metodologicamente esemplari, e proprio per questo interminabili, come i Gesammelte Aufsätze zur Religionssoziologie o Economia e società13? Di che stoffa è fatta la sua Mündigkeit? Cosa ci insegnano le sue luci e le sue ombre, la sua inflessibilità e le sue stravaganze?
La parabola esistenziale di Weber, com’è noto, è troncata da una misteriosa e dolorosa crisi di mezza età da cui il giovanissimo professore di Nationalökonomie esce, a fatica, maturando un senso vivido della centralità della lotta nella ricerca del sapere e una visione progressivamente sempre più chiara delle armi (in primis metodologiche) indispensabili per vincerla. Weber si guadagna lo status di intellettuale “combattente” con un gesto paranicciano di autoaffermazione volontaristica: di ascesi (scientifica) intramondana14. Ciò che Weber ottiene duellando con i propri fantasmi è “una personalità che tiene, nonostante tutto”, malgrado, cioè, “l’irrazionalità dell’accadere”, ovvero lo “hiatus irrationalis” tra mente e mondo, tra “concetto e realtà”, e a prezzo di un congedo definitivo dal “paradiso perduto” di una esistenza che incorpori una qualsivoglia forma di senso15. Il superamento allo stesso tempo pratico e teorico della paralisi nevrotica avviene, a conti fatti, attraverso un’illuminazione che disinnesca in maniera parossistica il potenziale nichilistico delle scissioni moderne: “Il mondo non ha senso: bene, diamoci da fare!” – Work and despair not16! Detto altrimenti, un attivismo maniacale, ipercoerente pur nella totale assenza di garanzie o assicurazioni ultime, gli appare come la risposta più razionale alla desolazione causata dalla tensione polarizzante che plasma da cima a fondo la condizione umana in un orizzonte postkantiano.
La scrupolosa Wissenschaftslehre messa a punto da Weber nell’arco di un decennio (1903-1913) funziona nel suo caso come una cura omeopatica (“autoterapia”, la definisce a un certo punto Palma)17 contro gli attacchi di panico epistemologici causati dal sadismo del Super-Io teorico. La sua ascesi scientifica intramondana è un rifiuto speculare dell’escapismo idealistico e della diabolica sciatteria degli empiristi. Il punto è attestare, dare prova di sé, dimostrando nei fatti che il modo più adeguato di inscenare il duello tra realtà e valore, fatticità e validità, consiste in una forma di stoicismo intellettuale senza retribuzione diretta, ma con un effetto salvifico atmosferico, indeterminato. Quest’ultimo ha il suo apice nel transito graduale dalla depressione debilitante del giovane Max, tormentato dallo spettro del sonno dogmatico, all’agonismo senza acrimonia del Weber maturo: la sua tipica “ricettività polemica”, che ha come principali referenti, non a caso, gli specialisti senza spirito e i “letterati” (cioè, i dilettanti ben intenzionati)18.
Da questo punto di vista, i poli della vocazione professionale weberiana, scienza e politica, sono accomunati dal fatto di essere due modalità diverse di esercizio razionale del potere. In ambedue i casi la meta è esercitare, cioè, un comando non arbitrario, in cui la coerenza e l’efficacia fungono da vincoli interni nel piegare la volontà altrui a un’autorità superiore. La conoscenza specialistica, in fondo, equivale a un “dominio razionale attraverso calcoli”19. La sua molla è la ricerca del knock-down argument: vincere il duello scientifico brutalmente, ma elegantemente; spietatamente, ma rispettando le forme. Per quanto paradossale possa suonare, la “furia” argomentativa di Weber è un corollario dell’avalutatività in quanto gesto supremo di sovranità epistemica. È la Wertfreiheit, infatti, a prescrivere un controllo maniacale dei fattori soggettivi che potrebbero interferire con una visione disincantata e metodicamente ineccepibile delle cose20.
La relazione ai valori, detto altrimenti, è un rapporto di forza. Non sono però i valori a essere di per sé “forti”, ma è la Wertbindung, l’adesione soggettiva al valore che viene concepita come un banco di prova. In questo senso, il disincanto prodotto dal processo moderno di intellettualizzazione è interpretabile anche come un raffreddamento della potestà di comando, che resta, però, “nel suo ultimo fondamento, violenta”21. In una visione confrontational della genesi della razionalità, la contesa scientifica subentra all’angoscia della stasi, della paralisi intellettuale, quantunque la razionalizzazione sia un “processo mai integralmente compiuto e strutturalmente opaco, dove gli strumenti per percorrere quella strada si confondono, a volte, con una rete complicata di ossessioni”22.
Volendo condurre all’estremo il ragionamento di Palma, si potrebbero ravvisare i germi di questa Lebensanschauung persino nella giovanile dichiarazione d’amore di Max a Marianne che, col senno di poi, suona singolarmente profetica: “La tempesta delle passioni infuria e intorno a noi è buio – vieni con me, mia generosa compagna, fuori dal tranquillo porto della rassegnazione, verso il mare aperto, dove nella lotta delle anime gli uomini crescono e ciò che vi è in loro di effimero svapora. Ma ricorda: nella mente e nel cuore del marinaio deve esserci chiarezza quando sotto di lui infuria la tempesta. Non dobbiamo tollerare in noi una fantasiosa dedizione a stati d’animo oscuri e mistici. Perché quando l’emozione ti travolge, devi domarla per poter navigare con lucidità”23.

La scienza tra professione e vocazione oggi

Se il lavoro intellettuale non è solo sforzo, ma un vero e proprio Kampf, devono esistere eroi, una qualche forma di nobiltà e, con essa, un’aristocrazia spirituale24. Le aristocrazie spirituali, tuttavia, non sono meno problematiche delle aristocrazie politiche o sociali, anche quando sono elettive e genuinamente meritocratiche. Possiamo anche fantasticare su una società ideale in cui l’autorità e le varie potestà di comando siano distribuite secondo il grado di maturità e autonomia intellettuale delle persone, ma basta il buon senso per capire che tutto ciò ha ben poco a che fare con la realtà della condizione umana su questo pianeta. E se non bastasse il buon senso, da uno studio scrupoloso e, quando serve, giustamente sfrontato come quello di Massimo Palma si può ricavare un esempio moderno di carisma intellettuale, il cui ritratto fantasmagorico, senza negarne l’idealtipicità, lo rende, volendo azzardare un giudizio di merito, più verosimile e più utile per capire il presente.
L’esemplarità di Weber è tornata di attualità nell’ultimo periodo. Non da ultimo per alcune sconcertanti analogie tra i decenni in cui ha preso forma la sua concezione della missione del dotto nell’età del disincanto e i tempi difficili che stiamo vivendo. È da qualche anno, ormai, che i conoscitori della storia americana insistono sul parallelismo tra la Gilded Age e l’era di Trump. Ad accomunarle sarebbero, tra l’altro, il ritorno dei Robber barons e, con loro, del darwinismo sociale, l’alleanza internazionale dei suprematisti nella difesa spudorata di privilegi che gridano vendetta al cielo, la fascinazione popolare per la potenza semplificatrice della forza, lo smarrimento delle Humanities, la diffusione ramificata dell’esoterismo in una sorta di effetto nova della riconfigurazione postsecolare della laicizzazione della società.
Al di là dell’analogia, bisogna riconoscere, tuttavia, che di fronte a simili ondate di revanscismo culturale e politico qualsiasi appello al politeismo dei valori appare francamente controintuitivo. Non è un caso, credo, che i riferimenti precauzionali alle “aree culturali” o alle “visioni del mondo”, così diffusi nei canali di comunicazione mainstream ai nostri giorni, proliferano in genere sulla bocca di persone intelligenti che, astutamente, preferiscono non fare i conti con la debolezza delle ragioni e, il più delle volte, la totale assenza di scrupoli di chi asseconda il proprio “demone” facendo leva sull’antipatia, se non l’odio manifesto, per il demone contrario nel pantheon ideologico che l’opinione pubblica mondiale ha ereditato dal secolo breve.
Lo stoicismo assiologico sposato da Weber non rende insomma giustizia alla natura non arbitraria della Wertbindung, dell’adesione, cioè, a valori essenziali, che oggi sono minacciati meno dalla rivendicazione sfacciata della legge del più forte da parte di un’oligarchia economica ormai fuori controllo, che non dagli argomenti raffinati a sostegno di un adulto disincanto da parte di chi avrebbe i mezzi materiali e spirituali per coltivare la speranza nel futuro, la fiducia nell’umanità e l’amore per il mondo.
Giunti all’ultima pagina del libro di Palma, ripercorrendo mentalmente la tortuosa traiettoria esistenziale del “mito di Heidelberg”, viene spontaneo pensare che a Weber sarebbe bastato, in fondo, sposare un’idea diversa del Kampf ums Dasein, più centrata sull’idea di sforzo altruistico, di abnegazione, anziché sulla lotta, “rossa in zanne e artigli”, per la sopravvivenza, per riconoscere i pregi di un’idea meno tetragona di maturità o autonomia intellettuale. In effetti, una volta che i giudizi di valore sono sganciati dallo spazio delle ragioni-per-credere sotto la spinta di una visione rigorosa ma angusta della conoscenza e dei compiti della scienza, l’unico modo in cui si può pensare la forza dei propri impegni valoriali è in senso contrastivo. Psicologicamente può sembrare plausibile che la mia preferenza per l’uguaglianza rispetto alla tua predilezione per la competizione meritocratica assomigli alla scelta tra mare e montagna e che, venuto meno il contrasto, saremmo condannati all’inerzia assiologica, all’apatia, alla paralisi motivazionale. Ma una conclusione del genere paga un prezzo insostenibile dal punto di vista di una plausibile fenomenologia morale. Impedisce, per esempio, di avere accesso a quell’interspazio realissimo dove si incontrano ordinariamente fatti normativi come i beni-in-sé-per-me. Questa espressione, coniata da Max Scheler, ha il pregio di dare un nome all’esperienza del tutto ordinaria di contatto con quei valori che reclamano il nostro impegno non perché li riteniamo tali e ci imponiamo di difenderli vigorosamente malgrado tutto, ma perché trasformano significativamente i nostri desideri prima facie. Certo, se non fossimo creature che sono sballottate da desideri contrastivi non sentiremmo la forza motivazionale di beni a cui abbiamo pur sempre accesso solo dalla nostra postazione soggettiva. Tale urgenza, tuttavia, non scaturisce dal “senso” impresso dal peso differenziale dei nostri desideri impulsivi o mimetici, ma da ragioni che vale la pena articolare e discutere pubblicamente.
In ballo, come si può facilmente capire, c’è un modello alternativo di adultità e autonomia intellettuale, basato più sulla risonanza trasformativa che sulla lotta. In questa ottica la non sovranità del valore, la sua relativa indisponibilità, non produce polarizzazione (la schmittiana “tirannia dei valori”), ma risonanza, e ciò non a dispetto, ma in virtù dello sforzo supererogatorio prodigato di fronte a qualcosa che resiste al nostro capriccio25. Chi per mestiere ha il compito di produrre professionalmente conoscenza in tempi che sembrano reclamare una qualche forma di profezia – nel senso etimologico di una presa di parola nel nome di qualcosa che ci sta a cuore incondizionatamente – ha molto da guadagnare da un confronto senza remore con concezioni esemplari del carisma intellettuale quali quelle di Kant o Weber, dove dedizione e avalutatività, responsabilità e convinzione, finzione normativa e contingenza esistenziale, passione e carriera, idolatria e puritanesimo, arroganza e umiltà epistemica, si danno battaglia senza esclusione di colpi. La personalità caleidoscopica di Weber, in particolare, è un banco di prova istruttivo per chi sente il bisogno di contemperare la professionalità con quell’urgenza da cui le scienze umane, in particolare, non possono prescindere, pena la futilità dei loro sforzi. Il mio auspicio finale, se mi è consentito esprimerne uno, è che sia possibile maturare una consapevolezza del genere senza il retrogusto wagneriano che resta in bocca dopo la lettura del libro di Massimo Palma. Deve pur esserci un’alternativa al culto della virilità intellettuale come Pflichtgefühl (sentimento del dovere), ossia all’ascesi intramondana di chi, controintuitivamente, decide di dedicarsi stoicamente alla scienza in un mondo dominato dalla forza. Forse, con buona pace di Weber, abbiamo qualcosa da imparare dai tanto denigrati Literaten, fosse pure solo la loro capacità di difendersi dagli spiacevoli effetti collaterali del Beruf inoculando dosi significative di dépense e sano (dilettantesco) divertimento nel lavoro intellettuale che, come sotto sotto sa chiunque lo pratichi, resta pur sempre un raffinatissimo gioco senza età.

  1. I brani citati nel testo sono tratti dalla traduzione di Gioele Solari di Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung? contenuta in I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, UTET, Torino 1995, pp. 141-149.[]
  2. I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, cit., p. 143.[]
  3. Ivi, pp. 147-148.[]
  4. D. Szalay, Nella carne, trad. it. di A. Rusconi, Adelphi, Milano 2025.[]
  5. I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, cit., p. 149.[]
  6. M. Weber, La scienza come professione [1917-1919] in Id., La scienza come professione. La politica come professione, a cura di P. Rossi, Edizioni di Comunità, Torino 2001, pp. 5-40.[]
  7. M. Palma, Max Weber. Una vita politica (1864-1920), Carocci, Roma 2025.[]
  8. M. Weber [Schnitger], Max Weber. Una biografia, trad. it., il Mulino, Bologna 1995.[]
  9. M. Weber, Gesamtausgabe, diretta da H. Baier, G. Hübinger, M. Rainer Lepsius, W.J. Mommsen, W. Schluchter, J. Winckelmann, 3 sezioni (Scritti e discorsi; Epistolario; Lezioni), 43 voll., Mohr Siebeck, Tübingen 1984-2020. M. Sukale, Max Weber. Leidenschaft und Disziplin. Leben, Werk, Zeitgenossen, Mohr Siebeck, Tübingen 2002; J. Radkau, Max Weber. Die Leidenschaft des Denkens, Hanser, München 2005; D. Kaesler, Max Weber. Preuße, Denker, Muttersohn. Eine Biographie, C.H. Beck, München 2014; J. Kaube, Max Weber. Ein Leben zwischen den Epochen, Rowohlt, Berlin 2014; F. Bafoil, Max Weber. Réalisme, rêverie et désir de puissance, Hermann, Paris 2018; H.-P. Müller, Sulle tracce di Max Weber, trad. it., Egea, Milano 2022; L. Scaff, Max Weber in America, Princeton University Press, Princeton (NJ) 2011.[]
  10. Cfr. M. Palma, Max Weber, cit., pp. 179, 292 (nota 2), 293, 15.[]
  11. Ivi, p. 18.[]
  12. Ivi, p. 19.[]
  13. M. Weber, Sociologia della religione, a cura di P. Rossi, 4 voll., Edizioni di Comunità, Torino 2002; Id., Economia e società. L’economia, gli ordinamenti e i poteri sociali. Lascito, a cura di M. Palma, 5 voll., Donzelli, Roma 2003-2018.[]
  14. Cfr. M. Palma, Max Weber, cit., pp. 16 e 304 (nota 32). Di “ascesi scientifica” si parla esplicitamente a p. 323 (nota 15).[]
  15. Ivi, pp. 116, 129, 132, 138-139.[]
  16. Ivi, pp. 113, 120. La logica della mossa weberiana è esplicitata da Fredric Jameson in The Vanishing Mediator. Narrative Structure in Max Weber, in “New German Critique”, 1, 1973, pp. 52-89. Cfr. M. Palma, Max Weber, cit., pp. 17-18.[]
  17. Cfr. M. Palma, Max Weber, cit., p. 134.[]
  18. Ivi, p. 22.[]
  19. Ivi, p. 117.[]
  20. Ivi, p. 121.[]
  21. Ivi, p. 311.[]
  22. Ivi, p. 122.[]
  23. “Hoch geht die Sturmflut der Leidenschaften und es ist dunkel um uns, – komm mit mir, mein hochherziger Kamerad, aus dem stillen Hafen der Resignation, hinaus auf die hohe See, wo im Ringen der Seelen die Menschen wachsen und das Vergängliche von ihnen fällt. Aber bedenke: im Kopf und Busen des Seemanns muß es klar sein, wenn es unter ihm brandet. Keine phantasievolle Hingabe an unklare und mystische Seelenstimmungen dürfen wir in uns dulden. Denn wenn die Empfindung Dir hoch geht, mußt Du sie bändigen, um mit nüchternem Sinn Dich steuern zu können”. La Werbungschrift weberiana è citata in H.-P. Müller e S. Sigmund, Das Geheimnis von Max Webers Größe. Einblicke in Paradoxien der Person und des Werkes 150 Jahre nach seiner Geburt, 2014, consultabile all’indirizzo web: https://literaturkritik.de/id/19302 (è uno stralcio dell’introduzione dei curatori al Max Weber Handbuch. Leben – Werk – Wirkung, J.B. Metzler, Stuttgart 2014).[]
  24. È Weber stesso a utilizzare, en passant, l’espressione nicciana Geistesaristokratie in La scienza come professione, cit., p. 14.[]
  25. Sul nesso tra desiderio, indisponibilità e risonanza cfr. H. Rosa, Indisponibilità. All’origine della risonanza, trad. it., Queriniana, Brescia 2024.[]
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