Il carcere prima e durante il virus

Il 22 maggio l’Associazione Antigone ha presentato il suo XVI rapporto sulle condizioni di detenzione (Il carcere al tempo del coronavirus) in una diretta Facebook e YouTube alla quale hanno partecipato Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (rispettivamente presidente e coordinatrice nazionale di Antigone), Alessio Scandurra e Michele Miravalle (coordinatori dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione e curatori del rapporto), Bernardo Petralia (nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Mauro Palma (garante nazionale persone private della libertà personale), Lucia Castellano (direttore generale per l’esecuzione penale esterna e di messa alla prova) e Andrea Giorgis (sottosegretario Ministero della giustizia).

L’esauriente rapporto, scaricabile dal sito di Antigone, include le problematicità relative alla pandemia da Sars-Cov2, inserendole in un contesto già molto complesso caratterizzato da sovraffollamento, lunghezza delle pene inflitte, elevato numero di tossicodipendenti e cattive condizioni di salute dei detenuti.

Nel corso della presentazione sono stati forniti molti dati, a partire da quelli relativi alla situazione prima della pandemia, per arrivare ai dati aggiornati sugli insufficienti effetti deflattivi sulla popolazione carceraria dei provvedimenti governativi in materia di contrasto alla diffusione della pandemia in carcere e sul numero di contagiati.

A fine febbraio 2020 i detenuti erano 61.230 (2.702 donne, 19.899 stranieri) a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti, con un tasso effettivo di affollamento del 130,4% su base nazionale e più elevati in alcune regioni (140,7% in Lombardia, 135,8% in Veneto, 153,5% in Puglia).

“A questi numeri – si legge nel rapporto – si è arrivati dopo la crescita ininterrotta della popolazione detenuta che si registra dal 2015 in poi, avvenuta in totale assenza di una parallela crescita della criminalità” (i relativi dati sono presentati alle pp. 50-52). Alla crescita del numero di detenuti ha contribuito l’aumento della lunghezza delle pene registrato negli ultimi 10 anni (2009-2019) che, in Italia, ha una media superiore a quella europea: nel 2019 i condannati in Italia a una pena superiore ai 20 anni erano il 5,9% (media europea 1,8%), il 6% doveva scontare più di 20 anni (media europea del 2,5%), gli ergastolani erano il 4,4% del totale, a fronte di una media del 3. Solo il 4,4% dei detenuti italiani a inizio 2019 aveva un residuo pena inferiore all’anno a fronte di una media europea dell’8,5. I detenuti in attesa di giudizio nello stesso periodo erano il 33%, 10 punti sopra la media europea.

I provvedimenti governativi dell’8 e del 17 marzo hanno contribuito (direttamente e indirettamente) alla diminuzione delle presenze che, al 15 maggio, erano 52.679 (8.551 detenuti in meno rispetto alla fine di febbraio), con un tasso di affollamento del 112,2%. Tra la fine di febbraio e il 19 marzo, ha sottolineato Alessio Scandurra durante la presentazione del rapporto, le presenze sono diminuite di 95 unità al giorno (uscite e minori entrate), dal 19 marzo al 16 aprile la popolazione detenuta è diminuita di 158 persone al giorno, mentre nel mese successivo, dopo la polemica sulle scarcerazioni dei “boss mafiosi” che è costata (per le ragioni sbagliate) il posto al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Basentini, le presenze in carcere sono diminuite al ritmo giornaliero di 77,3. Nel complesso, tra la fine di febbraio e il 15 maggio, i detenuti sono diminuiti del 12% a livello nazionale. Il decremento ha riguardato più i detenuti in attesa di giudizio (13,2) che i condannati (11,4), per i quali i DPCM hanno previsto misure di deflazione; più le donne (17,7) e meno gli stranieri (10,2). Differenze a livello regionale sono osservabili anche da questo punto di vista: la popolazione carceraria è diminuita più della media in Emilia Romagna, Lombardia e Basilicata, molto meno in Calabria e Marche.

Particolarmente gravi restano le situazioni delle carceri di Latina, Taranto, Larino, Como e Pordenone, i cui tassi di affollamento superano il 150%.

I dati sulla diffusione del Sars-Cov2, forniti dal garante nazionale dei diritti dei detenuti e dei privati della libertà, al 15 maggio registrano 162 operatori penitenziari e 119 detenuti contagiati. Nel complesso sono stati contagiati circa 300 detenuti, un numero che, rapportato alla popolazione carceraria, fissa il tasso di contagio tra la popolazione detenuta molto al di sopra della media nazionale.

A causa della pandemia sono morti 4 detenuti, 2 agenti di polizia penitenziari e 2 medici, ma il numero delle morti in carcere durante lo stesso periodo è stato molto più elevato: da fine febbraio alla metà di maggio si sono registrati 14 suicidi (sono stati 53 nel 2019). Il tasso di suicidi in Italia è tra i più alti (7,2 suicidi ogni 10.000 ristretti) di tutta la UE nonostante l’Italia sia tra i Paesi in Europa in cui il suicidio è meno diffuso tra la popolazione libera.

Durante le proteste dell’8 e 9 marzo, quando sono state annunciate le specifiche misure di lockdown (sospensione dei colloqui in presenza e delle attività con la partecipazione di volontari) sono morti, in circostanze non ancora chiarite, 13 detenuti: Salvatore Piscitelli Cuono (40 anni), Hafedh Chouchane (36 anni), Slim Agrebi (41 anni), Alis Bakili (53 anni), Ben Masmia Lofti (40 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Arthur Isuzu (30 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Hadidi Ghazi (36 anni), Marco Boattini (35 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni).

Il rapporto di Antigone racconta sia le proteste sia la feroce repressione che è seguita nelle carceri di Milano Opera, Melfi, Santa Maria Capua Vetere[1] e Pavia, in alcuni casi a molti giorni di distanza dalle proteste.

Per affrontare l’ordinaria emergenza del carcere, il rapporto include 10 proposte, tutte condivisibili:

  1. ripensare il codice penale italiano, togliendo ogni reazione penale a comportamenti legati esclusivamente a condizioni di marginalità economica, culturale, sociale;
  2. ampliare il ricorso alle alternative al carcere nel loro complesso, sradicando quell’idea carcerocentrica che vede nella detenzione il solo modello di espiazione della pena;
  3. ripensare la normativa sulla droga, sostituendo la repressione penale con un approccio integrato di politiche sociali, anche attraverso il potenziamento dei servizi socio-sanitari dedicati alle dipendenze;
  4. continuare a utilizzare gli smartphone per connettere il carcere l’esterno anche dopo la fase emergenziale;
  5. prevedere l’utilizzo delle tecnologie da parte dei detenuti (e-mail, strumenti di informazione, Skype ecc.);
  6. rendere il carcere trasparente verso l’esterno, permettendo a chiunque, e in particolare a coloro che hanno persone care detenute, di conoscere in ogni circostanza la situazione interna all’istituto e le procedure messe in atto per affrontarla;
  7. rendere il carcere trasparente all’interno, perché le persone detenute hanno il diritto di conoscere quel che riguarda la vita dell’istituto e il loro coinvolgimento sarà essenziale nell’ottica della responsabilizzazione;
  8. mettere in rete le buone pratiche sanitarie così da massimizzare e uniformare, anche nella gestione ordinaria delle carceri, le garanzie del diritto alla salute;
  9. istituire un coordinamento tra istituzione e mondo del volontariato, da effettuarsi pure attraverso la previsione di momenti periodici di incontro;
  10. assumere almeno 300 direttori penitenziari, poiché il numero dei direttori non riesce a coprire tutti gli istituti italiani e molti si trovano a gestire più di un carcere.

[1] Per quanto riguarda questo istituto si veda il testo dell’interrogazione al Ministro della Giustizia della senatrice Paola Nugnes, che abbiamo riportato su questo sito.

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