La parlamentare Ouidad Bakkalì, ravennate di origini marocchine, dopo un appassionato intervento alla Camera in cui raccontava e descriveva i 13.500 insulti ricevuti sotto una foto che la riprendeva al corteo di sabato scorso contro la remigrazione, in gran parte irripetibili e degni di denuncia, si è rivolta ad alcuni “colleghi” definendoli “soldati di pezza di un generale che è accecato dal suo testosterone e dal suo ego”.
Ci sarebbe molto da indagare sulla potenza mediatica messa a disposizione del suddetto generale, la cui carriera è piena di ambiguità, sembra in parte il replay di prodotti immessi sul mercato per divenire catalizzatori di consenso, ma lui è certamente l’epifenomeno. Se il prodotto con le stellette vende bene e attira, mentre l’offerta è stantia e logorata, lo si deve anche al fatto che in Italia, come in gran parte del pianeta, di fronte alle necessità imposte dall’economia di guerra, servono simili sedicenti capi a rappresentare il malcontento e temi comodi a non turbare i mercati.
La ricetta è sempre la stessa: si mescolano forme di suprematismo coloniale, nostalgia da regime per un’età dell’oro mai esistita, un po’ di “sano” autoritarismo e il classico maschio alfa a ergersi come degno rappresentante. Difficile prevedere se si tratti di una parabola di breve durata o di un fenomeno destinato a radicarsi, ma i concetti di cui è portatore, beh con questi dovremo fare il conto per molto tempo. Fanno parte di un progetto egemonico che è penetrato nel pensiero comune, nelle periferie prive di speranza in cui la ricerca del capro espiatorio da poter eliminare impunemente si rivolge verso il basso e mai verso chi determina le reali condizioni di disagio. Il 10 maggio scorso un uomo che andava al lavoro, Bakary Sako, a Taranto, è stato pestato a sangue da alcuni ragazzi e poi ucciso a coltellate. La ragione: era un “nero” e gli assassini non sopportavano quelli come lui. Il fatto ha scosso per poco l’opinione pubblica e poi è sparito nel dimenticatoio, intanto si parla di remigrazione e si incita all’odio, come a dire “se non se ne vanno da soli…”.
Pochi giorni fa, Termometro Politico ha pubblicato un sondaggio, come fa spesso su diversi temi. L’ampiezza del campione interpellato è minima (non supera i 2.500 soggetti maggiorenni), i cui pareri sono registrati mediante interviste online, a volte anche telefoniche per raggiungere anche chi utilizza poco gli strumenti informatici. I dati raccolti, grezzi, vengono anche bilanciati statisticamente in base ai parametri demografici ISTAT. Il margine di errore dichiarato si aggira fra il 3 e il 4%. Il titolo con cui apre il sondaggio di cui parliamo e su cui torneremo presto è che per oltre un italiano su due c’è un nesso tra immigrazione e delinquenza. Due parole dal significato ampio che sono utili a semplificare, molto meno a comprendere. Il sondaggio è un pretesto per iniziare ad analizzare meglio alcune tematiche. Secondo i risultati, il 10,9% degli intervistati afferma che ogni popolo deve stare a casa sua e mostra di aspirare ad un’Italia “bianca” e omogenea. Un ulteriore 37,6% aspira ad un Paese bianco “ma sposta immediatamente il piano dal colore della pelle alla cultura: più che un’Italia bianca, si chiede che chi arriva si adegui alla cultura italiana. È la risposta più scelta e, nella sua formulazione, converte un’istanza etnica in una rivendicazione identitaria e culturale – una distinzione che nella retorica politica contemporanea è spesso usata per rendere accettabile una posizione che altrimenti sarebbe più esposta a critiche”. Vai poi a comprendere cosa significhi adeguarsi alla cultura italiana.
Un caro amico nato in Togo e ora medico in pensione in Italia, scrittore dotato di un altissimo livello di ironia, oltre che di cultura – quella vera – risponde spesso alle provocazioni dicendo “guarda che nella mia vita ho mangiato molte più lasagne di te”. Ma poi raccontava anche con amarezza di quanti avevano paura all’inizio a farsi curare da lui in nome del colore della pelle. E all’epoca il generale era ancora un bambino che al massimo giocava con i soldatini. Le 2 risposte ad un quesito in cui si proponeva il ritorno – che non c’è mai stato – ad un “paese bianco e puro”, sommando i risultati porta ad un 48,5% che di fatto si dichiara in maniera più o meno netta suprematista, anche se la maggioranza di questi atterrebbero a quella terribile zona grigia della categoria “io non sono razzista ma…”. E, sempre seguendo i risultati del sondaggio, sembra che questa zona grigia – interpretazione personale – sia molto più estesa. Anche fra chi considera improponibile auspicare il ritorno ad un paese monocromatico, i pareri sono discordi. Il 25,5% degli interpellati definisce tale aspirazione razzista e contraria ai diritti umani, dimostrando di conoscere che il concetto stesso di “razza” è un costrutto sociale, smentito dalla scienza che nega l’esistenza di blocchi biologici separati, ma che si tratta di un’invenzione culturale e storica, sviluppatasi fra Settecento e Ottocento per giustificare schiavitù, tratta, dominazione, ovvero il colonialismo. Il 24,5% invece (zona grigia), rifugge dal razzismo ma parla di meritocrazia e, ad avviso di chi scrive, di funzionalismo. Conta l’individuo e non l’etnia e l’Italia dovrebbe attrarre talenti a prescindere dalla provenienza. Per chi non rientra in tali qualifiche, evidentemente non c’è spazio. Per Termometro Politico, che analizza senza interpretare, si individuano due fronti quasi appaiati, i fautori della “razza” o della “cultura”, intorno al 48,5%, i non razzisti, il 50,5%. Il margine di errore rende anche questa sommatoria di fatto appaiata. Interpretando diversamente, ma poi servirebbero domande più esplicite per definire meglio lo scenario, su questa base, oltre il 63% delle/gli intervistati, va considerato nella zona grigia, sempre più tendente al nero.
Partiamo da queste percentuali per tornare alla domanda iniziale sul nesso fra immigrazione e criminalità. Ad un primo sguardo la risposta sembra positiva, per il 36,7% non c’è nesso fra i due fenomeni e tale collegamento va bollato come razzista. Si arriva a dire che a commettere crimini, “per indole o per povertà” (interessante segnalazione), sono sia italiani che “stranieri”. Per il 33,8% invece la correlazione è inequivocabile, al punto da trarne una conseguenza politica netta: fermare ogni ingresso e avviare la tanto osannata remigrazione. Un bel bacino per il generale e per il suo esercito, nonché per i sodali solo apparentemente meno impresentabili. Per il 22,5% la risposta è più complessa, “gli immigrati portano criminalità” ma poi vince il pragmatismo secondo cui molti sono necessari all’economia. Quindi no alle espulsioni di massa ma sì aper chi delinque e maggior securitarismo nelle città.
Soltanto il 5,5% si azzarda ad una lettura minimamente più complessa secondo cui “i delinquenti stranieri sostituiscono quelli italiani, ma il volume complessivo di reati non è aumentato. Questa posizione, pur minoritaria, è l’unica che separa esplicitamente la composizione della criminalità dal suo livello aggregato”. Con tutti i distinguo viene da pensare che si tratti della fascia di popolazione più immunizzata dai messaggi mediatici di caccia allo “straniero”. Alla fine, però, sempre prendendo per buono il sondaggio, per il 56,3% esiste un nesso fra immigrazione e criminalità. Insomma, la maggioranza. Ovviamente è del tutto assente una base fondamentale, la differenza di status fra chi ha un permesso regolare per restare nel Paese e chi, non per scelta, ne è sprovvisto. Fra i primi la percentuale di reati di cui si è accusati è pari o inferiore a quella degli italiani doc, fra i secondi, spesso costretti a vivere anche di espedienti, ovviamente tanto i reati realmente commessi, quanto la quantità di quelli di cui si è accusati grazie alla profilazione razziale con cui normalmente si procede alle indagini, aumentano. E se la soluzione consistesse in facilitare la regolarizzazione di chi è presente nel Paese? In Spagna, il governo Sanchez lo sta attuando per 600mila persone. La sua scelta è stata considerata a destra in contrasto con il Patto immigrazione e asilo entrato in vigore il 12 giugno. E se vedessimo che funziona?
Un ultimo appunto che parte sempre dal sondaggio in questione ma che muove da una premessa. La settimana scorsa, nel silenzio, è trascorso un anno dal referendum con cui si è provato a rendere meno difficile, nei tempi, l’accesso alla cittadinanza. Il risultato è stato anche frutto di un disimpegno di forze sedicenti progressiste, poco disponibili a toccare, come i fili dell’alta tensione, questo tema. Dopo la conferma a Venezia della vittoria del centrodestra, c’è stato chi ha considerato un grave errore candidare, nelle liste del centrosinistra cittadini italiani di origini bengalesi. Pier Luigi Bersani ha risposto a tale critica dicendo: “La prossima volta la loro presenza sarà digerita”. Il 37,1% gli ha dato ragione, affermando che persone presenti da decenni nella città hanno diritto ad essere rappresentati. Per il 35% invece la “sinistra ha tradito gli italiani spingendoli ad accettare la sottomissione agli extracomunitari”. Per l’11,4% Bersani è stato ingenuo al punto da credere che non ci sia differenza fra un italiano e un cittadino di origine “straniera” mentre, il 14,4% ha considerato tale scelta affrettata e ha affermato che serve maggiore “gradualità”. In questo caso, nero e grigio si mescolano ben bene e hanno un significato ancor più inquietante. Non aver, quando era ancora attuabile, esteso l’accesso alla cittadinanza ha aumentato la distanza fra chi è italiano a pieno titolo e chi no. Il colore della pelle, poi, indipendentemente da quanto scritto su un documento di identità, rafforza il sentimento di alterità, di rifiuto e di paura che viene da lontano e che non è mai stato affrontato.
E queste sono le considerazioni di fondo. A differenza che in altri Paesi, che continuano ad avere proprie contraddizioni, in Italia non si è mai fatto il conto con il passato coloniale, sia nella sua fase liberale che in quella fascista e l’idea che i tratti somatici e il colore della pelle diverso sembra poter ricevere consenso solo se legata a meriti speciali ed individuali, in particolare nello sport. Si aggiunga quello che è cresciuto negli ultimi decenni. L’odio e la guerra a prescindere contro chi è povero, in un conflitto di classe parcellizzato combattuto quasi esclusivamente dai penultimi contro gli ultimi. Non fra poveri ma contro i poveri. Il combinato disposto di questi fenomeni ci ha dato come prodotti da vendere in tv sedicenti antisistema che si sono succeduti: Bossi, Grillo, Salvini, Meloni e ora il generale, in attesa del prossimo, con tutti i loro elementi in comune e con tutte le loro diversità da non negare. Ma il concetto li ha accomunati al punto da creare un sentimento diffuso che potrà essere contrastato solo con una reale ricomposizione di classe ed un altrettanto profonda decolonizzazione delle nostre sinistre. Gli anticorpi ci sono e si espongono in piazza mescolandosi. Ma non sono ammesse aree intermedie.
Stefano Galieni