Per chi ha una certa età e sente come sua la Storia del’900, i “fatti d’Ungheria”, la repressione sovietica di ciò che stava succedendo nel Paese ai tempi del Mondo diviso in blocchi, sono una pietra miliare. Era il 1956, e anche il Pci, tutto, si schierò per la repressione. Fu assai diverso nel 1968 per Praga dove Longo e il PCI difesero Dubcek. Ho partecipato a tanti dibattiti su quel ‘56. Che era in realtà abbastanza piu controverso did Praga nella natura di ciò che si muoveva. Come l’Ungheria, per Storia propria, era diversa dalla Cecoslovacchia dove il Partito Comunista era forte di suo e per lunga tradizione. Sta di fatto che reprimere, mi sono fatto convinto per usare una locuzione ingraiana, è sempre sbagliato. In particolare per chi vuole il Socialismo. E fu inopportuno anche in Ungheria anche perchè non si colse il malessere di un Sistema, il Socialismo Reale, e di un Assetto, Jalta, che, certo molti decenni dopo ma con crisi ricorrenti, sarebbe andato in pezzi. E il ritardo lo pagò il tentativo in extremis di Gorbaciov, fallito. Anche per l’occupazione totale del Mondo da parte del Capitalismo e della stessa UE che fu scelta affossando Gorbaciov. Direi un errore pari a quello del 1956 ungherese, fatto dall’altra parte della Cortina.
È un altro anno che finisce per 6, il nostro 2026, che, 70 anni dopo, un voto ungherese fa un po’ da spartiacque. Intendiamoci. Il tutto è assai meno drammatico, per l’Ungheria perché il Mondo ci sta nel dramma. I personaggi sono “minori”. Le conseguenze incerte. In analogia c’è un quadro della situazione politica ungherese confuso, allora era intorno e dentro al Partito Comunista, ora intorno all’Orbanismo e alle sue scissioni. Analoga è anche una forte spinta partecipativa popolare e giovanile. Forte e incerta.
Il voto è stato molto netto in Ungheria e moltissimi festeggiano, tantissimi giovani. Sono dati politici e emozionali reali e imprescindibili. Dalla realtà bisogna sempre partire. Nella realtà c’è anche il dato che in Parlamento ungherese non ci sarà nessuna sinistra ma tre destre tra cui una ancora più estrema con il 5%. Il Partito di Centrosinistra, Coalizione democratica, prende l’1,16% e non entra in Parlamento. Vedremo cosa farà il vincitore. Io però voglio fare una considerazione. Una politica tutta giocata tra le destre, e ci metto tra queste anche Von Der Leyen e il Partito popolare europeo, non credo possa essere una cosa buona per una prospettiva di sinistra. A me pare anche il frutto della guerra. E della rottura avvenuta nell’idea di Europa dall’Atlantico agli Urali che ha caratterizzato tutta la Sinistra da Brandt a Berlinguer, da Palme a Gorbaciov, ai movimenti pacifisti. Come noto la mia posizione è da sempre che la guerra va fermata con la diplomazia. E, naturalmente riconoscendo la natura complessa del conflitto sia nello specifico che nello scenario globale, mi sono espresso sia contro le scelte di Putin che di quelle della NATO e dell’UE. Non agire la diplomazia, appoggiare o alimentare o non contrastare lo scontro militare, cavalcare il riarmo, fare alleanze di destra con Trump sono tutte scelte che portano ad una situazione in cui semplicemente la sinistra non c’è. Intanto si spera che in Ungheria chi vuole un futuro migliore non sia deluso. Intanto la lotta contro la guerra e il riarmo continua.
È ce n’è bisogno. Perché la situazione mondiale è drammatica, dall’Iran, al Libano, alla Palestina, in prospettiva chissà la Turchia è con un Trump scatenato che attacca frontalmente il Papa USA (a proposito, Prevost mostra di essere diverso da Bergoglio, forse meno geopolitico ma più no kings e comunque tiene botta eccome). Ma c’è sempre più bisogno che si leghi o lotta per la Pace con le lotte per una società equa, giusta, libera. Il gioco della geopolitica appartiene da sempre ai dominanti. I Popoli, le Classi proletarie (naturalmente in senso contemporaneo) lottano per la Pace e fanno la lotta di classe. Per un altro Mondo che non è quello né di Trump né di Putin, né di Von Der Leyen né degli Ayatollah. Con tutte le tattiche necessarie ma partendo dall’essere altro.
di Roberto Musacchio

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Per la precisione, nel 56 qualcuno che contava disse no: il segretario della Cgil Di Vittorio