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“Guardiano, a che punto è la notte?” (prima parte)

di Franco
Ferrari

La guerra in Ucraina continua e, mentre faticosamente procedono anche le trattative, sembra difficile vederne una conclusione a tempi brevi. L’eventualità di un’escalation militare che allarghi i Paesi belligeranti trasformando un conflitto locale in uno scontro di dimensioni mondiali non può essere esclusa. Si è parlato da più parti, e con molta leggerezza, di una possibile terza guerra mondiale, dimenticando che questa oltre ad essere la terza potrebbe essere anche l’ultima e non certo perché aprirebbe all’umanità una prospettiva di pace duratura, ma al contrario perché ne determinerebbe la fine.

In questo passaggio difficile occorre guardare al di là del conflitto e della sua evoluzione militare per collocarlo in un contesto più ampio, al fine di capire quali sono le contraddizioni dal quale è maturato e i possibili scenari che si aprono nel prossimo futuro. Ovviamente questo dipenderà anche dal suo esito, sia esso una soluzione frutto di una trattativa (il finale più desiderabile da tutti i punti di vista), sia che esso produca il successo militare di una delle due parti. O ancora che la guerra si prolunghi nel tempo e si incancrenisca portando all’indebolimento di uno o di entrambi gli Stati impegnati sul terreno militare.

Dalla “fine della storia” al “conflitto delle civiltà”

L’invasione russa dell’Ucraina non nasce dal nulla, ma è ovviamente frutto di un processo che deve essere fatto risalire al crollo dell’Urss e del blocco socialista in Europa. In quel momento si è affermato il predominio del capitalismo liberale (e liberista), la cui espansione nel mondo sembrava inarrestabile e i cui elementi fondamentali erano i seguenti: 1) il liberismo inteso non solo come strumento di politica economica ma come modo di regolazione di tutte le relazioni sociali con un forte arretramento dell’azione diretta dello Stato nell’economia; 2) l’espansione dell’economia capitalista a livello mondiale attraverso l’inglobamento di quelle aree geografiche che ne erano rimaste escluse (non solo l’ex Unione Sovietica, ma anche la Cina); 3) la diffusione di assetti politici basati sulla democrazia come meccanismo di regolazione nella scelta competitiva delle élite politiche; 3) il primato assoluto degli Stati Uniti sul piano finanziario, economico, militare ed anche ideologico come potenza egemone e di fatto regolatrice dell’ordine mondiale.

Questa fase è stata ben rappresentata, in termini di narrazione, dal testo di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”. Il capitalismo liberale aveva sconfitto il suo grande antagonista, il “comunismo” (ovvero il socialismo di Stato nella forma assunta originariamente in Unione Sovietica) e, quasi sicuramente, essendo la il sistema economico-sociale rivelatosi storicamente migliore, non avrebbe più avuto competitori sulla scena globale.

In questo contesto, il ruolo degli Stati Uniti è stato diversamente modulato, a seconda delle tendenze politiche prevalenti, pur avendo punti fondamentali comuni. Dal lato repubblicano hanno prevalso i “neoconservatori”, almeno fino alla vittoria di Trump, mentre dal lato democratico i centristi con una visione “liberal-imperialista” (secondo la definizione di Mearsheimer). Vi sono differenze tra queste due correnti ideologiche. I neoconservatori ritengono che gli Stati Uniti debbano affermare il proprio primato senza farsi vincolare da schieramenti ideologici precostituiti né dalle sedi istituzionali sovranazionali. I “liberal-imperialisti” sono maggiormente favorevoli a creare un fronte politico-ideologico a cui porsi alla guida, accettando, in misura limitata, i vincoli che da esso derivano.

Questa fase unipolare è entrata progressivamente in crisi. Un passaggio importante è stato evidentemente l’attentato alle torri gemelle di New York. In quel momento si è percepito che il potere unipolare poteva essere messo in crisi da forme di guerra asimmetrica, ma soprattutto dall’emergere di un soggetto che si basava sulla identificazione con una religione (interpretata secondo una logica fondamentalusta) e non direttamente statuale. Si trattava per altro di un pericolo assai relativo dal punto di vista militare, ma che veniva percepito come la prova che in realtà non tutto il mondo era così pronto ad accogliere a braccia aperte il nuovo assetto determinato da una potenza egemone che si voleva “benigna” e benvoluta da tutti.

Il cambio di narrazione ideologico ha portato al passaggio dalla “fine della storia” di Fukuyama al “conflitto delle civiltà” di Samuel Huntington (da un neoconservatore moderato e ottimista ad un conservatore reazionario e pessimista). Questa visione ha introdotto nell’analisi una visione “essenzialista” (ovvero in cui si confrontano modi di essere irriducibili tra loro e che tali sono destinati a restare per sempre) delle varie aree del mondo. Queste differenze non sarebbero riassorbibili nella diffusione progressiva e inarrestabile del capitalismo liberale, come riteneva Fukuyama, ma aprono la strada a nuovi conflitti, il che richiede evidentemente che il “nostro” modello di civilizzazione debba necessariamente essere pronto a difendersi e a presidiare i propri punti di forza.

Anche se la lettura del conflitto di civiltà non è stata fatta propria da tutto l’establishment statunitense e occidentale ha avuto un notevole importanza nel rendere meno ottimiste le classi dominanti sulla propria capacità di governare il mondo a tutela dei propri interessi (ovviamente identificati con quelli dell’intera umanità).

La crisi dell’ordine imperiale liberale

Su quali versanti è andato in crisi l’”ordine imperiale liberale”? Direi fondamentalmente su tutti.

Il liberismo ha prodotto un’accentuazione delle differenze sociali anche nella parte ricca del mondo e ha logorato le relazioni sociali essendo basato su una visione fortemente individualista e competitiva dei rapporti umani, individuando nel “mercato” l’unico principio regolatore. La stessa globalizzazione, essendone in buona parte la sua proiezione nella dimensione mondiale, se ha consentito il progresso economico diffuso in alcune aree geografiche, dove però si è mantenuto saldo il ruolo di direzione dello Stato seppure in forme autoritarie, come in Cina, ha indebolito e precarizzato una buona parte dei ceti medi e di quella che, con formula comunque discutibile, si sarebbe un tempo chiamata “aristocrazia operaia”. La globalizzazione, come è stato detto, ha prodotto vincenti e perdenti.

Oltre a questo la globalizzazione ha avuto un altro effetto non del tutto previsto in Occidente, l’ascesa economica di alcuni Paesi (anche qui soprattutto la Cina) in misura tale da trasformarli in competitori e non più solo in soggetti periferici e subordinati rispetto alla produzione mondiale di ricchezza. E qui soprattutto gli Stati Uniti hanno cominciato a ripensare la propria visione del mondo, ben consapevoli che il proprio ruolo di potenza egemone è uno degli elementi chiave della propria condizione di vita interna e del mantenimento delle sue élite economiche.

Anche sul piano degli assetti politico-istituzionali si è cominciato a parlare, correttamente, di “post-democrazia” (Colin Crouch). Non solo la forma liberale del capitalismo è andata restringendosi a livello globale, invertendo quel processo di diffusione che sembrava inarrestabile, ma è andata anche svuotandosi dall’interno. Decisivo in questo è stato lo sviluppo complessivo del capitalismo (liberismo e globalizzazione) che ha sottratto alla “politica”, o almeno a quella espressa dai poteri elettivi (governi, parlamenti, amministrazioni locali) la possibilità di decidere su scelte fondamentali per la vita dei cittadini, essendo queste sempre più spostate in sedi intergovernative, tecnocratiche, delle grandi corporations multinazionali o nei poteri finanziari che si esprimono attraverso quel soggetto imperscrutabile che viene identificato nei “mercati”. Restrizione dell’area decisionale unitamente ad accrescimento delle ingiustizie sociali rappresentano una miscela per qualsiasi forma di democrazia che non si trasformi in pura rappresentazione teatrale della democrazia stessa.

Altro elemento di cui si è ampiamente parlato (con opinioni diverse) è il declino del primato americano come risultato di questi processi. Sulla portata effettiva di questo declino esistono valutazioni diverse. Certamente si riscontra una consapevolezza collettiva nelle classi dominanti degli Stati Uniti seppure espressa sul terreno politico in modi diversi. Per Trump la parola d’ordine che indica una reazione alla tendenza è sintetizzata nell’acronimo MAGA (Make America Great Again), rifare grande l’America, a cui Biden risponde con “l’America è tornata”. E si tratta nel primo caso di un “isolazionismo aggressivo” nell’altro di un tentativo di rilancio dell’ordine imperiale liberale, a direzione americana, ma con basi strutturali molto più fragili. In questo senso l’affermazione meno vera contenuta nell’intervento di Draghi in Parlamento in coda all’intervento di Zelensky è quella secondo la quale in Ucraina si starebbe difendendo “un ordine multilaterale”, quando è del tutto evidente che è il rifiuto della leadership americana di accettare l’affermarsi di un ordine multilaterale a costituire una delle ragioni del conflitto.

Ora per proseguire questo tentativo di analisi dovremo esaminare altri aspetti. Il primo è come una serie di Stati hanno reagito all’egemonia americana e come hanno contribuito a metterla in crisi. Collegato a questo vi è un secondo elemento importante: quali reazioni si sono prodotte all’affermarsi del nuovo assetto globale post-sovietico? A grandi linee abbiamo avuto due momenti di segno molto diverso. Il primo è stato quello cosiddetto “no global” (o più correttamente “altermondialista) che si è affiancato al movimento contro la guerra (la “seconda potenza mondiale”). Il secondo più duraturo è dato dalla ripresa del nazionalismo a base etnica, quindi un nazionalismo regressivo e non progressivo. In questo processo trentennale, e nelle sue evoluzioni e contraddizioni, si dovrà anche capire qual è stato il ruolo specifico della guerra come strumento regolatore degli equilibri egemonici tra Stati e perché non sia mai sparita dalla scena ed addirittura rischi di assumere ancora più rilevanza.

Su questo proveremo ad avanzare qualche ipotesi nella seconda parte dell’articolo.

Franco Ferrari

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