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Gruppo dei 19: una proposta politica

Un po’ di storia

Siamo partiti oltre un anno fa da una considerazione: le attuali forze di governo non sono eredi dei partiti dell’arco costituzionale, non hanno radici nella Costituente e sono estranee al dibattito sui valori da cui nacque la Costituzione. Le radici di “Fratelli d’Italia”, il primo partito di maggioranza, conducono addirittura al Movimento Sociale Italiano, fondato alla fine del 1946 da ex esponenti del regime fascista quali Giorgio Almirante, redattore nel 1938 della rivista La difesa della razza, nata dopo la pubblicazione del Manifesto della razza e poi uomo di governo a Salò. Un partito così intimamente legato al regime fascista da avere ancora nel simbolo la fiamma tricolore che richiama esplicitamente il regime di Mussolini.
La nostra bussola, invece, anche quella del M5S, che ha storia recente ma è fortemente antifascista, è la Costituzione e la nostra stella polare è la giustizia sociale. Quando abbiamo preso a vederci non c’erano movimenti nati per unire le opposizioni parlamentari e le associazioni democratiche della società civile; navigavamo divisi in un mare in tempesta, ma condividevamo una visione della vita, un’idea di società, un sentire comune che segnalavano una vicinanza tra forze democratiche e meritavano una riflessione sul futuro e un confronto sulla maniera di costruirlo assieme.
Quella riflessione e quel dialogo sono poi iniziati, proseguono e oggi abbiamo una convinzione: il rapporto di forze presenti in Parlamento non è lo specchio della realtà politica e sociale del Paese. A questa certezza si accompagna però la percezione di un rischio mortale per la nostra democrazia: l’astensionismo, figlio della rabbia e della sfiducia di chi non si sente rappresentato potrebbe trasformarsi in consenso per le destre. È un rischio così incombente, che non si può più procedere in ordine sparso, sopravvalutare dissensi spesso marginali e ignorare le affinità e i valori che ci uniscono e che superano di gran lunga le divergenze. Occorre prenderne coscienza: nella situazione nazionale e internazionale che viviamo non c’è scelta: o ci si unisce sulla base dei valori condivisi, o si accelera la crisi della democrazia. Una crisi gravissima.
Non ci interessano tattiche e liste elettorali. Ci interessa fermare la svolta autoritaria che è già in atto, approfondire il confronto e la riflessione comune su ciò che ci unisce per costruire una risposta comune su tutti i temi che riguardano la democrazia. Questo è lo scopo del laboratorio che oggi creiamo. Un laboratorio per il quale la lezione della storia non riguarda solo il passato, ma è un testimone che ci consegna valori da difendere e chiavi di lettura del presente. Crediamo necessari incontri periodici dai quali nascano risposte forti e comuni alle scelte liberticide e guerrafondaie del governo.
Questo primo documento che sottoscriviamo è aperto a tutte le espressioni della vita democratica del Paese. È un primo passo, al quale faranno seguito prese di posizione e iniziative volte alla difesa dei diritti violati. Documenti e iniziative che non siano impegni presi semplicemente a fini elettorali di parte che – lo ripetiamo – non ci interessano, ma scelte che ci consentano di parlare alla gente disorientata, di restituire dignità alla politica, di riconquistare la credibilità che per decenni ci ha consentito di battere le forze della reazione e indurre i cittadini a non disertare le urne.

Documento del laboratorio politico unitario del “Gruppo19”

Premessa

Questo documento, a partire dalla riflessione critica sul c.d. DDL ‘Sicurezza’, intende aprire un positivo confronto con le forze politiche e i movimenti sociali che si oppongono ad una visione autoritaria e profondamente anti-costituzionale delle dinamiche sociali. Esso quindi, tenendo conto degli esiti positivi di quanto è stato già attuato a livello istituzionale e di mobilitazione popolare per contrastare tali derive, intende essere uno stimolo all’apertura di un laboratorio politico, aperto e pluralista. Nella naturale dinamica tra posizioni diverse, infatti, pone l’accento sul rispetto dei valori fondanti della nostra Costituzione e dunque sulla difesa dell’ineludibile dialettica democratica da essa sancita.

La sicurezza che vuole Meloni

In linea con lo spirito e la lettera della Costituzione, Carlo Nordio, ministro della Giustizia, si è detto più volte contrario all’introduzione di nuovi reati. Quando, però, dalle parole è passato ai fatti, i buoni propositi sono spariti. Il disegno di legge recante: “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, infatti, dà alla parola “sicurezza” un significato in aperto conflitto con la Costituzione per la quale il contrato alla legalità non si riduce alla repressione ma è anzitutto garanzia di diritti; primo fra tutti quello che riguarda il dissenso politico e sociale. Purtroppo il decreto del governo Meloni trasforma l’esercizio di quel diritto in un reato, fingendo così di ignorare che la protesta, anzitutto quella sociale, è per lo più conseguenza del malgoverno, del rifiuto di un’ingiustizia, di una iniqua divisione della ricchezza e di un imbarbarimento dei rapporti tra le classi sociali.
Non contento di aver creato in nome della sicurezza numerosi nuovi reati, spesso peraltro di dubbia costituzionalità, in linea con un’idea di legalità fortemente legata alla capacità punitiva e afflittiva della legge, per numerosi reati già esistenti, il decreto moltiplica gli anni di carcere. Invece di rendere l’intollerabile condizione dei detenuti più umana e più rispondente ai principi della Costituzione, il decreto crea così i presupposti per un aumento della sofferenza dei detenuti e li spingerà inevitabilmente a ribellarsi. La conseguenza è paradossale: lo Stato che spinge i carcerati alla protesta li punisce, aumentando in misura disumana la pena per i carcerati che protestano.
Quanto distorta e feroce sia l’idea di sicurezza che ispira il governo è dimostrato da una incredibile “dimenticanza”. Si parla ogni giorno della necessità di affrontare il problema delle “morti bianche” ma il Decreto sulla Sicurezza non si occupa dell’imprenditore che, per risparmiare sulla sicurezza, uccide lavoratrici e lavoratori e paga la vita che ha stroncato con una pena che va da uno a cinque anni di carcere. Una condanna mite, che non prevede la volontarietà e che nei fatti non va mai oltre un anno con i benefici di legge. Di questa vergogna il decreto non si occupa, sicché l’Italia sembra ancora quella del fascista Rocco e del suo Codice: manda in galera per 14 anni un ragazzo che rompe un bancomat durante una manifestazione e lascia a casa invece, impuniti, gli assassini che ogni anno fanno centinaia di vittime sui posti di lavoro. Ci sarebbe da ridere, se non si trattasse proprio della conseguenza atroce di un problema di sicurezza.
Prima del Decreto del governo, il blocco stradale e ferroviario, realizzato da un cittadino con il proprio corpo, si riteneva infrazione amministrativa per un comportamento non aggressivo; ora è un reato penale punito con la galera. Trasformata in resistenza, violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o a un corpo dello Stato, è diventata un’aggravante micidiale, rispetto a una pena già dura. Colpendo così violentemente un’opinione diversa da quella del governo, si è di fatto imbavagliato il dissenso politico. Giace intanto in Parlamento, ormai dimenticata, la sacrosanta richiesta di rendere identificabile un agente in servizio d’ordine pubblico, per evitare che non sia punito, qualora abusi del suo potere. Anche in questo caso il decreto governativo riesce a garantire la sicurezza di una ingiustizia: mentre la violenza di un manifestante è infatti subito giustamente punita, solo di rado e per caso accade lo stesso, quando a una ingiustificata violenza è commessa d chi indossa una divisa.
Quando la Costituente iniziò i suoi lavori, l’Italia usciva da una guerra disastrosa, che aveva distrutto una parte cospicua del suo patrimonio immobiliare e il problema della casa era tra quelli più urgenti da affrontare. A leggere oggi in modo superficiale gli atti della Costituente, potrebbe sembrare che di quel grave problema l’Assemblea non si sia occupata, ma non è così. È vero, il diritto ad abitare non fa parte di quelli riconosciuti in maniera esplicita e diretta dalla Costituzione. Altrettanto vero, però, è che l’articolo 47 sottolinea esplicitamente l’obbligo della Repubblica di favorire «l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione».
In un momento di crisi come quello che viviamo, il problema della casa è tra quelli che rendono più dura la vita di un numero crescente di cittadini. Il governo Meloni, che sulla Costituzione ha giurato ma tende a ignorarla, ha affrontato la questione solo dal punto di vista di chi la casa ce l’ha, creando un nuovo reato che punisce l’occupazione abusiva di immobili. Ha così risposto con inutili misure punitive alla disperazione di chi, in numero dolorosamente crescente, finisce per strada. Misure che, si badi bene, non riguardano la sparuta minoranza che sulle difficoltà di trovare casa organizza attività illecite. Per i delinquenti esistevano già leggi e pene. Il reato creato colpisce ora chi occupa una casa perché, non potendo pagare l’affitto, è finito per strada dopo uno sfratto esecutivo. Quando e come il governo sia mai accorso in aiuto dei cittadini che aggredisce con la sua legge feroce – da 2 a 7 anni di carcere – è un mistero glorioso. Benché la Costituzione sulla quale ha giurato gli imponga di farlo, Meloni, che non ha una politica abitativa, si limita a tutelare i più fortunati e colpisce invece i più deboli e sfortunati.
Per il governo, il problema della casa non esiste, sicché, avendo bisogno di soldi per quadrare il bilancio, invece di far pagare le tasse a chi i soldi li ha, li sottrae ai senzatetto prendendoli dal fondo per il sostegno all’affitto e da quello per le morosità incolpevoli. E coloro che non hanno casa? Vadano a vivere per strada e non si azzardino a occupare le case sfitte di chi di case ne ha tante e gioca al rialzo con gli affitti!
In realtà, la sicurezza che sta a cuore al governo non è quella garantita dalla Costituzione, che per Meloni è solo un ostacolo alla realizzazione dello Stato classista e autoritario che intende creare. Si spiega così perché alla gente che chiede una Sanità in grado di tutelare la salute di tutti, soprattutto di chi non può ricorrere al privato, e una scuola che torni a essere fucina d’intelligenza critica e ascensore sociale, il governo risponde attaccando i diritti. In attesa di fare dell’Italia una nuova Ungheria, Meloni provoca la protesta e si prepara ad affrontarla restringendo gli spazi di dissenso e aumentando la repressione.

Giuseppe Aragno per la “Rete per la Costituzione e l’antifascismo”
Giuseppe Annunziata per il Partito Democratico
on. Gilda Sportiello per il Movimento 5 Stelle
Stefano Ioffredo per Sinistra Italiana
Andrea Balia per il Partito del Sud
Ermete Ferraro per il Movimento Internazionale Riconciliazione

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2 Commenti. Nuovo commento

  • […] è la Costituzione…Se ti interessa e vuoi continuare a leggere, puoi cliccare sulla parola link. Noi ti aspettiamo […]

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  • Giovanni Levi
    21/05/2025 19:14

    Sono d’accordo. Penso che ci sian 2 problemi importanti: 1. portare i cittadini a votare, a cominciare dai referendum, organizzando una presenza più territorializzata 2.che la sinistra frammentata organizzi un programma sui punti che voi indicate e su altro organizzandosi intorno a quello che ci unisce e lasciando poi ogni idea non accettata da tutti a ogni persona o gruppo di votare come vuole ma lavorando a formulare un programma condiviso da tutti sui problemi su cui si è d’accordo.

    Rispondi

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