Sono stato a una manifestazione culturale, un contenitore per argomenti, tendenze, concepita e attuata in Italia. Si chiama Popsophia, per ora tenuta nelle Marche come Kum, Adriatico Mediterraneo, Corto Dorico, tutte concepite fra queste colline e questo mare, raggiungendo come ospiti e pubblico l’Italia. Corto Dorico raggiunge gran parte del mondo con particolare attenzione alle segnalazioni di abusi, violazioni del diritto e degli statuti dell’ONU, dell’UNHCR, che vengono dalle varie periferie grazie ad Amnesty International, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, all’ARCI per citarne alcune. Corto Dorico nasce da Nie Wiem, associazione dorica.
Avevo ascoltato tempo addietro Fausto Bertinotti a Finché la barca va, condotto da Piero Chiambretti. Il suo formato consisteva in interviste che si tenevano su una barca che trasporta normalmente i turisti sotto i ponti del Tevere. Anche qui il significato di attraversare tanti passaggi di storia, di civiltà, e di commentare la vita finché ha la bontà di seguirci era “la semplicità, che è difficile a farsi” (Bertolt Brecht, Lode al comunismo).
Il protagonista comune alle due manifestazioni, la prima teatrale e la seconda televisiva, è costituito dalle parole. Parole che descrivono, narrano, ci permettono di ricordare meglio ciò che vediamo e segnarlo meglio nella mente.
Partirei dal punto che non c’è nulla di scontato nella vita, nell’evoluzione filosofica, nella lotta politica. La scienza pre-moderna considerata prossima alla stregoneria dovrebbe essere uno spunto a conoscerla e contestualizzarla nel momento dell’origine, come tanti pensieri che hanno segnato la storia.
Altrimenti si commette il marchiano errore di chi bolla per antisemiti molte nuove e non nuove generazioni che sostengono la necessità di incolpare Israele del genocidio, sempre programmato, in Palestina. Non è l’antisemitismo della Germania nazista e dell’Italia delle leggi razziali.
Ovvio che vadano combattute con informazione e sanzioni l’atteggiamento neonazista della remigration, come il raduno neo-nazista di Gallarate. La popolazione in loco, partiti, sindacati, associazioni a Milano li hanno contestati, e potremmo parlare di antifascismo militante, se ci fossero state delle contestazioni di massa a Gallarate.
Abbiamo introdotto il grave dramma storico: abbiamo perso le parole, e con loro identità e forza.
Vorrei parlare del tema caldo all’interno dell’Italia, cioè la questione salariale e quella dei diritti collettivi, che sono presenti anche nel referendum sulla cittadinanza che intende ridurre per gli immigrati residenti continuamente sul suolo italiano da 10 a 5 gli anni necessari per poter chiedere la cittadinanza.
Controlliamo subito, per poter rispondere agli oppositori, che usano distorsioni dei contenuti del quesito: gli immigrati possono chiedere la cittadinanza italiana dopo 10 anni di permanenza, non devono. Come è cosa nota a chi si occupa in maniera attiva dell’immigrazione, dell’accoglienza e di tutte le leggi, a partire dalla Turco-Napolitano, poi Bossi-Fini, fino ai decreti Minniti e Conte-Salvini, la principale richiesta posta da lavoratori stranieri, da rifugiati, da esuli da guerre, carestie, è di non dover passare sotto le forche caudine dei campi libici, turchi, e da tutto un sistema di respingimento europeo che dà forse il suo peggio in un percorso meno visibile agli occhi del Mare Mediterraneo, cioè la rotta balcanica e l’attraversamento dei confini polacco, bielorusso, dell’Europa dell’Est per chi fugge dai paesi asiatici. Stiamo parlando di una delle più grandi ipocrisie dei paesi occidentali, interrotta una volta dalla Germania di fronte all’esodo improvviso dalla Siria in guerra civile nel 2015 e 2016, portando la ormai ex “locomotiva d’Europa” stessa ad ospitare 1,2 milioni di sudditi di Assad, da pochi mesi abbattuto.
Al momento sono solo 10.000 i profughi siriani che hanno intrapreso il ritorno in patria, all’interno di visite “di ricognizione”. Anche qui distinzione fra possono e devono.
Se le parole che avevamo come comunisti, socialisti, anti-capitalisti, debbono tornare di nostro uso comune, c’è una grande differenza fra “facilitare la cittadinanza in Italia” col quesito referendario proposto da sindacati, associazioni, gruppi di cittadini, e tutta l’orrenda politica fatta di intrecci fra sfruttamento di quello che andrebbe chiamato di nuovo “terzo mondo” con i nostri, intesi come Europa occidentale, interessi.
Perché “terzo mondo viene” considerato un termine inappropriato? Perché le élite di molti paesi africani, del Medio Oriente, dell’Asia e dell’America Latina, vivono a livelli esageratamente alti, avendo connesso le loro economie, diverse fra di loro, alle economie occidentali. Ma oltre alla povertà di larghissimi strati di popolazione, ci sono classi organizzate nella lotta al potere capitalistico, maggiormente in sindacati, a fronte dello smembramento in guerre civili religiose nelle quali la mano occidentale nel supportare gruppi religiosi contro altri poteri, è evidente.
Potremmo citare per il genocidio dei palestinesi tutt’ora in atto, l’aiuto fornito da Israele ad Hamas contro la già indebolita autorità costituita dall’ANP, ma l’utilizzo di queste perfide trame è invisibile solo a chi si benda gli occhi, come nel caso dell’ISIS.
Il termine “terzo mondo”, a cui i guerriglieri delle vere forze di liberazione contrapponevano “Non siamo terzi a nessuno”, è razzista, classista, ma necessario per valutare situazioni che con la globalizzazione si sono incancrenite.
La Cina non è una nazione comunista, ma non è capitalista, eppure sta infiltrandosi con un imperialismo che merita studi e informazione che non affronteremo qui. Cosa certa è che è riuscita a mantenere l’amore patrio unito ad alcuni insegnamenti del comunismo sull’intreccio fra studio e lavoro.
Per chiudere al momento, alla ricerca del 50% di quorum, con i referendum e il ritrovamento di parole di classe, l’alleanza fra lavoratori e lavoratrici appartiene al ritorno all’articolo 18 anche per gli assunti dopo l’entrata in vigore (il 7 marzo 2015) del Jobs Act che non sono coperte dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, promulgato esattamente 55 anni fa.
In contrapposizione a chi mistifica, Confindustria in testa, e del tentativo della CISL di diventare un sindacato giallo, cioè pompiere dei padroni, si deve votare SÌ, perché si stava meglio prima. Le persone assunte in queste modalità sono oltre 3 milioni 500 mila, ma continueranno ovviamente ad aumentare e vivono un’ingiusta disparità. L’obiettivo del referendum quindi non è guardare al passato ma dare più diritti, combattere la precarietà, ricomporre il mondo del lavoro. Vi sembra poco?
Ecco perché, come diceva in un suo film Nanni Moretti, le parole sono importanti.
Marcello Pesarini
