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A che punto è la notte palestinese

di Luciano
Beolchi

Dopo mesi di tragico stallo in cui le uniche voci erano quella delle armi e il lugubre silenzio dei morti, sembra che qualcosa stia cambiando in Palestina e tenue – poco più di un sussurro – ricomincia a sentirsi la voce politica del popolo palestinese e della sua Resistenza. Quella che per oltre 500 giorni pochi hanno voluto ascoltare, quasi che parlandone si giustificasse un aumento di ferocia del nemico.
Evitare un boomerang! Era quanto suggerivano i più distaccati e prudenti sostenitori della causa palestinese. Non fate arrabbiare gli ebrei! Questi sono stati per cinquecento e passa giorni i loro consigli non richiesti e non graditi al popolo violentato.
Oppure in forma caustica e metaforica si limitavano a liquidare Hamas come l’altra metà del panino che tiene stretta Gaza.
Nonostante l’agghiacciante silenzio che le viene imposto da tutti, a cominciare da quelli che le sarebbero in teoria amici, la Resistenza a Gaza e in Cisgiordania per il momento non cede: quella resistenza in armi che è formata per il 90% da Hamas e dalla Jihad islamica e per il restante 10% dalle milizie del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e del Fronte Democratico di Liberazione della Palestina, le sinistre che combattono a Gaza.
La Resistenza non cede perché il popolo di Gaza non l’ha abbandonata. Non è la profondità o la lunghezza dei tunnel che ha permesso alla Resistenza di sopravvivere, ma il fatto che la gente di Gaza non l’ha abbandonata. Ci saranno di sicuro, tra i Gazawi quelli che non li amano, che magari li odiano, ma non li hanno traditi e solo per questo la Resistenza è ancora lì.
Dopo oltre cinquecento giorni l’apparato propagandistico, scupolosamente messo in piedi per mettere per  sempre a tacere la Resistenza palestinese, sta cominciando a mostrare crepe vistose anche dalla parte israeliana.
Che la senatrice Segre dica del governo Nethanyahu che è razzista e fascistoide, per quanto continui a negare che un genocidio sia in atto e anche solo possibile, rovescia comunque la narrazione così cara agli ultra sionisti di casa nostra: “Con Israele senza se e senza ma”. Certo la senatrice resta convinta che l’Israele dell’apartheid sia un paese democratico, ma intanto ci dice che il governo in carica e il vasto sostegno di cui gode non sono, a suo dire, Israele.
Gideon Levy scrive quotidianamente su Haaretz che la guerra condotta da quel medesimo governo è una guerra fascista, né più né meno, e anche lui non manca di sottolineare il vasto sostegno che quella guerra riceve da tutto il mondo sionista, dentro e fuori Israele, tra gli ebrei e i non ebrei.
Non sono i nemici che accusano i ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir di essere fascisti: sono loro stessi a vantarsene pubblicamente, in attesa di spiegarci che cosa sia un ebreo fascista israeliano. Di sicuro hanno riunito a Gerusalemme l’internazionale nazifascista mondiale a dimostrazione che la loro è tutt’altro che una stravaganza, ma è un preciso disegno di destabilizzazione a livello mondiale, Europa in testa.
Ilan Pappé, storico intellettuale israeliano, in un suo recente libro Brevissima storia del conflitto israelo-palestinese (2024), azzarda l’ipotesi che una guerra civile all’interno di Israele sia probabile e imminente: coloni da una parte ed ebrei antifascisti dall’altra.
Una guerra civile: non una polemica giornalistica. Per quanto improbabile, la sua ipotesi di opporsi in armi al fascismo israeliano non è più una bestemmia e per di più viene dal campo israeliano ebraico. Che farebbero in quel caso i sostenitori di “Con Israele senza se e senza ma”? Non è difficile immaginare. Farebbero come fanno tutti i fanatici in una guerra civile e direbbero: “Israele siamo noi e tutti gli altri sono venduti e traditori”; e comincerebbero a farne strage. Strage di ebrei, questa volta.

Se nel campo israeliano cominciano ad accendersi i riflettori sulle contraddizioni che lo percorrono, qualche testimone consapevole tenta di dare legittimità e voce alla Resistenza palestinese, ad illuminare anche quel quadro politico.
È stato l’ex direttore di 972, Orly Noy, anche lui ebreo israeliano, che con parole miti ha mosso delle serie critiche alla Conferenza Popolare per la Pace, tenuta a Gerusalemme l’8 e 9 maggio. Pace è quanto domandavano una cinquantina di organizzazioni umanitarie per la maggior parte israeliane, riunite nella coalizione It’s time.
È evidente che l’accordo concesso dal governo israeliano a che si tenesse quella conferenza ha avuto i suoi prezzi: che non si parlasse di Gaza – ad esempio; e nessuno dei numerosi pannelli di discussione vi faceva riferimento; e che non intervenissero rappresentanti, neanche lontani, della Resistenza; e infatti l’unico intervento concesso ai Gazawiti era in quanto “guerrieri della pace” come se i Gazawiti non avessero abbastanza titoli per intervenire di per sé, sicché, a scanso di equivoci, li si è mascherati da “guerrieri della pace”.
I pusillanimi e gli opportunisti di ogni plaga diranno che “poco è meglio di niente” e già parlare di pace è già qualcosa; e infatti Orly Noy  è altra la critica che muove: si parla in toni timidi e moderati di pace -dice- e non si parla, come se non esistesse, di lotta e di tutte le condizioni che l’hanno determinata, come se la pace dovesse venire dal cielo. Questa la sua critica.
Suggerisce di parlare di lotta e non solo di pace. Del resto, c’è mai stata qualche offerta di pace o anche solo di tregua da parte di chi sta compiendo l’orrenda strage?
C’è stato un susseguirsi di azioni sempre più feroci e di rappresaglie sempre più sanguinose.

Per oltre cinquecento giorni, l’Occidente ha ignorato che a Gaza esiste una Resistenza in armi costituita al 90% da Hamas e Jihad islamica e per il 10 % dai due Fronti di sinistra.
La Resistenza armata, e in generale tutti i palestinesi, sono stati privati di voce. Tutti colpevoli dell’eccidio del 7 ottobre che li ha collocati fuori dall’umanità.

La battaglia del 7 ottobre 2023 – questa è la prima cosa da chiarire – è stata quella che abbiamo detto, una battaglia a seguito di un attacco di sorpresa della Resistenza palestinese contro posizioni fortificate israeliane, abitate da un numero imprecisato di civili armati e difesi da oltre cinquecento militari. L’attacco è stato preceduto da un lancio di razzi Qassam durato oltre un’ora. Quelle postazioni civili-militari non erano lì per caso, ma per contribuire all’assedio di Gaza che dura da oltre quindici anni.
La battaglia è stata accanita e sanguinaria come gli uomini purtroppo ne fanno da migliaia di anni. Battaglia e non massacro di inermi, se stiamo alle cifre fornite dalle autorità israeliane che parlano di 1.600 caduti tra gli attaccanti e 1.143 tra i difensori.
Battaglia dunque e battaglia persa con un numero non rivelato di superstiti da parte israeliana e un numero considerevole di prigionieri1.
A nessuno piace perdere battaglie o guerre, così quella di Little Bighorn diventò la strage di Little Bighorn, quella di Isandlwana diventa “l’eroico quadrato”, quella di Adua la tragedia di Adua, quella di Annual, nel Rif marocchino “el desastro”. Non a caso tutte sconfitte di eserciti bianchi invasori annientatii dai popoli indigeni, dall’America all’Africa.
Chiamarla battaglia pesa e chiamarla sconfitta pesa ancora di più. Eppure tecnicamente non è stata diversa dagli attacchi a sorpresa che a migliaia, quasi quotidianamente, gli israeliani hanno condotto contro obiettivi da loro definiti strategici – e dunque militari –, colpendo indifferentemente civili e miliziani. Attacchi di sorpresa portati da aerei, carri armati, missili, artiglieria, droni e incursori, migliaia di volte.
Se si insiste a chiamarla orrenda strage, diversa da altre operazioni simili condotte migliaia di volte a parti invertite, è perché si vuole evitare di domandarsi perché Hamas e Jihad hanno pianificato e condotto un attacco del genere, al di là dell’obiettivo tattico raggiunto con altissime perdite, anche da parte degli attaccanti. Qual era dunque l’obiettivo strategico di Hamas e Jihad, ben sapendo che con quell’operazione non solo esponevano a un rischio tremendo tutti i Gazawi, ma mettevano a rischio la sopravvivenza stessa della loro organizzazione?
Dal primo sbarco di coloni sionisti in Palestina ne 1881, questi non hanno mai pensato né prospettato alcun genere di convivenza dopo avere persino negato – per decenni – l’esistenza stessa di una popolazione autoctona e aver presentato la Palestina, come una terra che dopo la diaspora ebraica dei primi secoli d.C., era rimasta miracolosamente deserta e inabitata.
Successivamente, verso la fine del mandato britannico durato dal 1920 al 1948, nel corso di anni fu accuratamente preparata un’operazione di pulizia etnica e organizzata all’uopo una milizia armata di centomila combattenti, mentre i britannici provvedevano a distruggere la resistenza araba in quella che fu chiamata Grande Rivolta Araba (1936-1939). Quando si arrivò al giorno della partizione tra Stato arabo e Stato ebraico (17 maggio 1948), la Nakbah, la catastrofe o pulizia etica come si chiama oggi, era già cominciata da quattro mesi; e aveva fatto oltre 250.000 profughi su un totale di un milione di palestinesi dell’epoca, senza che nessuno intervenisse.
E quando gli eserciti arabi si presentarono alle frontiere nei giorni successivi alla partizione, pensavano di prendere parte a un’operazione di interposizione. L’esercito egiziano in teoria il più numeroso e agguerrito era costituito per oltre metà da volontari dei Fratelli Musulmani, arruolati nei giorni appena precedenti la partenza per liberare la Palestina. L’esito dello scontro con un esercito ben armato e rifornito di specialisti degli eserciti occidentali smobilitati da poco, era scontato. A partire da quel momento e per tutti i decenni successivi nessun governo israeliano di qualsiasi colore ha fatto alcuna proposta di convivenza o di mediazione. Hanno preso e hanno tenuto quanto hanno potuto; e quando hanno dovuto restituire, come nel caso del Sinai e di Gaza, presa e lasciata già tre volte, hanno restituito quanto non potevano tenere, preparandosi a tornarvi con strategie nuove e mezzi più potenti.
Le denunce della Resistenza palestinese che chiedeva di essere sostenuta nella sua lotta contro questa strategia di espansione imperialista non sono state credute e ora che Israele ha fatto cadere la maschera e parla spudoratamente di trasformare una città di due milioni di abitanti in una spiaggia per ricconi, tacciono e al più invitano i palestinesi a parlare di pace.

Dalla Nakbah del 1948 ad oggi è stato un susseguirsi da parte israeliana di operazioni di espansionismo aggressivo e violento.
Israele non ha mai fatto offerte o proposte che sia pure in minima parte riconoscessero i diritti altrui; e quelle presentate come occasioni imperdibili, che solo l’insipienza dei palestinesi aveva fatto cadere, sono solo dei crudeli imbrogli. Così il Piano Olmert, che nessuno ha mai veduto, che nessuno ha mai discusso, che nessuno ha mai proposto e che viene presentato come l’offerta imperdibile che i palestinesi hanno rifiutato.
Coloro che pensano di essere democratici riempiendosi la bocca con lo slogan “due popoli, due stati” sono stati ciechi quando la Cisgiordania e Gerusalemme si riempivano di coloni razzisti e fascisti armati fino ai denti che hanno giurato che mai e poi mai vorranno condividere “con gli arabi” la terra che dio ha dato loro. Non provano neanche il senso del ridicolo costoro che in questa situazione, con Gaza ridotta a una maceria e la Cisgiordania a un campo di battaglia con centinaia di fortezze, si beano di dire “due popoli, due stati”.
Il governo israeliano ha ben chiara la soluzione e come il ministro della difesa Katz è anche capace di fare dell’ironia: “Tutti emigrano – ha detto il ministro –. In tutte le parti del mondo. Perché i palestinesi non vogliono emigrare?”. Gli è costato molto dire “palestinesi” e non “arabi”, ma c’era il rischio che la battuta non arrivasse a segno.

Dal fiume al mare

Dal fiume al mare è sempre stato il progetto sionista, senza nessuna ipotesi di convivenza o di spartizione. Con la battaglia del 7 ottobre 2023, la Resistenza palestinese ha dato la sua risposta. O noi o loro. Dal fiume al mare.
Almicar Cabral, il grande rivoluzionario guineano, che combatteva il regime fascista portoghese per liberare il suo paese diceva: “Siamo a fianco del popolo portoghese nella lotta contro il fascismo portoghese, ma come condurre la guerra di liberazione è questione unicamente nostra, gli unici legittimati a fissare la strategia e le regole siamo noi”. I veri internazionalisti debbono rispettare l’autonomia dei movimenti di liberazione.
Quello di Hamas è stato un cambio di strategia la scelta di uno scontro frontale senza misericordia e ricorda, per chi ha buona memoria, un’altra scelta clamorosa, dolorosa e difficile fatta dall’FLN algerino quando a metà della guerra di Algeria, dichiarò che ogni cittadino francese che posava il piede in Algeria veniva considerato un nemico combattente e trattato come tale. Per molti fu una decisione scandalosa e persino disumana. Più di tutti fu difficile da digerire per il Partito Comunista Francese, che pur essendo separato da oltre vent’anni dal Partito Comunista Algerino e pur essendo entrambi messi ai margini, per non dire estromessi dalla lotta di liberazione nazionale algerina, costituiva comunque il più massiccio e convinto sostegno alla lotta di liberazione nella Francia metropolitana e pagò quel sostegno con vittime e sangue.
Fu una decisione difficile da accettare e non toccava al PCF prenderla, ma dovette adeguarsi e lo fece.
Dal fiume a mare è una metafora ancora insufficiente a spiegare il progetto di Eretz Yisrael. Quanto è grande la patria israeliana? Che significa “Fare Israele di nuovo più grande”, uno slogan molto più vecchio del MAGA di Trump?

Bisogna guardare in faccia la realtà se si vuole cambiarla.
Israele non è un piccolo paese soffocato dalla prepotenza e dalle minacce dei paesi che lo circondano. Israele è una grande potenza nucleare in grado di aprire, mantenere e vincere su 5 fronti di guerra contemporaneamente. Di tenere soggiogati e minacciare tutti i paesi vicini, di distruggere in 20 minuti l’80% delle difese anti-aeree iraniane senza che il sistema di difesa di quel paese neanche si accorgesse della presenza di aerei nemici che erano ancora a 120 km di distanza.
Israele ha un esercito permanente di 185.000 soldati che nello spazio di poche ore è in grado di portare a oltre mezzo milione, raggiungendo la potenza e gli effettivi che gli Stati Uniti e i loro alleati impiegarono mesi per radunare nel caso della Prima e della Seconda guerra del Golfo.
Israele è una grande potenza che agisce nel proprio esclusivo interesse. Non è né una propaggine coloniale dell’Europa – del tutto assente ed esclusa dalle decisioni dell’area – né è il curatore degli interessi degli Stati Uniti, per i quali, riguardo alla domanda su chi comanda tra i due, vale sempre la risposta: gli Stati Uniti, se fanno quello che vuole Israele. Altrimenti comanda Israele.
Israele ha un disegno sciovinista e imperialista esposto molte volte che chiama “sicurezza di Israele” e che in termini materiali e concreti coincide con Eretz Yisrael: uno stato di duecentomila km2 che includa il Sinai, il Canale di Suez e naturalmente Gaza e la Cisgiordania, oltre alla parte meridionale del Libano e della Siria e all’intera Giordania2.
Uno stato teocratico e sionista abitato in larghissima maggioranza da trenta milioni di ebrei.
Questo non è un bel sogno o un’indegna provocazione a seconda del punto di vista, ma la conclusione persino ovvia dell’allestimento di una simile potenza militare, economica e politica che abbiamo visto svilupparsi nei decenni sotto i nostri occhi, che abbiamo visto in azione e che la Palestina è stata lasciata sola a denunciare; e mentre il disegno imperialista e colonizzatore procedeva passo dopo passo la Resistenza veniva criminalizzata.

Luciano Beolchi

  1. Secondo fonti israeliane, la battaglia di Gaza ha fatto 1.143 vittime dalla parte israeliana; 767 civili e 376 militari. Dalla parte degli attaccanti i caduti sarebbero stati invece oltre 1.600 (Gilbert Achcar su Le Monde Diplomatiche Quel avenir pour Gaza? Juin 2024, pp. 18-19. L’articolo e i dati in esso contenuti non sono stati contestati).[]
  2. Fino dal 1920, quando i britannici imposero in Giordania la monarchia hashemita, il capo del movimento sionista, Chaim Weizman, protestò perché la Transgiordania era Palestina.[]
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